15 Maggio 2014 / 15. maj 2014 fotogallery

Veronica e Sindone non svelano il mistero del “volto sacro” di Antro

sindone«S velato il mistero della Veronica»: sotto questo titolo il settimanale diocesano «la Vita Cattolica», nell’edizione di sabato 13 aprile 2002, pubblicò una breve cronaca nella quale facevo il resoconto di un’interessante conferenza organizzata dall’Associazione studi storici di Cividale e tenuta il 2 aprile nella sala parrocchiale di Antro. Ad intervenire furono la storica dell’arte Michela Gus e il noto medico sindonologo Sebastiano Rodante. Oggetto degli interventi fu quel piccolo affresco del volto di Cristo presente sulla parete rocciosa sinistra all’ingresso della chiesa-grotta. Definito «Veronica» in quanto presenta i tratti essenziali dell’immagine che Cristo lasciò impressa sul lino con cui una donna, chiamata Veronica, gli asciugò il volto lungo la Via dolorosa, il dipinto rappresentava fino ad allora uno degli enigmi più affascinanti presenti nel complesso monumentale di San Giovanni d’Antro. Michela Gus, attraverso una serie di comparazioni tra affreschi del XVI secolo, sostenne che il dipinto era opera di Jernej-Bartolomeo di Škofja Loka (o della sua scuola), un fecondo pittore attivo nei primi decenni del ‘500 in vari centri delle valli dell’Isono e del Natisone. Secondo la Gus lo stile e la gamma cromatica della «Veronica» sono simili a quelli che si riscontrano negli affreschi, attribui- ti al pittore sloveno, presenti nella chiesa di San Brizio a Volarje, nelle vele laterali della volta del presbiterio e sull’arco trionfale della chiesa di Santa Lucia di Cravero. Com’è noto Škofja Loka era a quell’epoca un vivace centro culturale ed artistico dal quale, attraverso gli artisti formatisi nelle botteghe dei mastri architetti, pittori e scultori, si diffuse nella Gorenjska e in altre aree slovene lo stile tardo gotico (o gotico internazionale o fiorito) che, dopo aver percorso un lungo cammino arrivò nell’Europa centrale (cattedrale di San Vito a Praga), da dove approdò in Slovenia (Kranj, Škofja Loka…) e da lì fu esportato anche nei domini della Serenissima abitata dagli «schiavoni», cioé nelle Valli del Natisone e del Judrio fino a lambire la pianura friulana, dove s’incontrò con il tardo gotico veneziano. Con gli architetti lavorarono anche scultori e pittori come il nostro Jernej del quale lo storico dell’arte Emilijan Cevc scrisse: «Bartolomeo non è un pittore di qualità eccezionale, ma un solido maestro artigiano che disseminò i suoi affreschi non solo nei dintorni di Škofja Loka, ma per tutta la Gorenjska fino a Bohinj e fu certamente uno dei pittori più operosi nella Gorenjska e nella Valle dell’Isonzo negli anni Venti e nei primi anni Trenta [del XVI secolo, ndr]. La sua espressione stilistica è essenzialmente tardo gotica, la sua tavolozza limitata a tre o quattro colori caratteristici (ocra, bruno rossastro, verde); caratteristico è il suo modo di modellare i volti con un rossore triangolare sulle guance; le sue figure sono snelle e il suo stile narrativo molto popolare» (E. Cevc, L’apporto di Andrea da Loka nell’architettura gotica slovena, in Sulle strade di Andrea da Loka – Na poteh Andreja iz Loke, San Pietro al Natisone s.d., p. 82). Nella conferenza tenuta ad Antro il sindonologo Sebastiano Rodante, di casa nel Cividalese dove si era accasata sua figlia sposando un Paussa originario di Oborza, ha fatto un’altra rivelazione importante: le tracce di sangue dipinte sulla «Veronica» della Grotta riproducono con sorprendente fedeltà quelle presenti sulla Sindone conservata nel duomo di Torino. Secondo Rodante il pittore che le eseguì vide il sacro lino in una delle ostensioni, che si sono ripetute tra la fine del ‘400 e gli inizi del ‘500 a Chambéry in Francia dove era custodito prima di essere trasferito a Torino, oppure ha ricevuto da pellegrini e viandanti indicazioni molto dettagliate, o anche, aggiungo io, ha potuto vedere una esatta riproduzione del volto della Sindone. Il volto di Cristo di Antro, secondo Rodante, «rappresenta per importanza e sovrapponibilità un nuovo tassello nel vasto mosaico sindonico ed un unicum nelle riproduzioni della Sindone» eseguite a partire dalla fine del ‘400. In queste, infatti, le tracce di sangue sulla fronte del Crocefisso sono dipinte in maniera approssimativa, nella «Veronica» di Antro si trova una coincidenza con il lenzuolo di Torino che ha letteralmente sorpreso il sindonologo. Va ricordato che Sebastiano Rodante si avvicinò giovanissimo agli studi sulla Sindone e all’inizio era scettico circa la possibilità che essa realmente avesse avvolto il corpo di Cristo morto. Approfondendo gli studi lo scetticismo si trasformò in curiosità, poi in interesse e in una vera passione che lo portarono a leggere quasi tutte le opere pro e contro l’autenticità, diventando uno studioso cardine della ricerca scientifica sul lenzuolo sindonico. Fu lui a teorizzare che l’impronta sul lenzuolo di Torino sia frutto dello scoppio di un lampo di luce verificatosi al momento della resurrezione del Cristo. Mistero svelato, dunque? Per lungo tempo le risposte di Michela Gus e di Sebastiano Rodante mi sono parse esaurienti: la «Veronica» è stata eseguita agli inizi del secolo XVI da Jernej di Škofja Loka, che probabilmente aveva affrescato anche la cappella tardogotica di San Giovanni e che nel raffigurare il volto di Cristo aveva riprodotto con scrupolo le macchie di sangue che appaiono sull’Uomo crocifisso della Sindone. Ma ulteriori e attente osservazioni del dipinto, approfondimenti sulle riproduzioni iconografiche della Sindone, della Veronica e del Volto santo «acherotipo», cioè non dipinto da mano umana, mi hanno portato a formulare un’altra ipotesi sull’origine di quel piccolo affresco attribuito a Jernej di Škofja Loka.