La questione ambientale tra lobby del petrolio, negazionismo e medioevo energetico

Leggo un titolone sul «Corriere», ormai le rinnovabili hanno superato le fossili, scrivendo di fonti di energia, premiando così chi a suo tempo ha fatto le scelte giuste al momento giusto. È un sogno che ho da quando, a 14 anni mi sono iscritto al WWF, partecipavo ai convegni ai quali Paolo Fabbro e Dario Predonzan, i decani dell’ambientalismo in regione, già discutevano di necessità di «ridurre le combustioni». E così per molte o tutte le questioni che nel tempo diventeranno normale prassi per istituzioni, aziende, famiglie, per tutti, in tutto il mondo.
Ma fuori da quei convegni tutti lì a irridermi, dicendomi che era «utopia»… «voi giovani, ci porterete al disastro» (un po’ quello che dico oggi io stesso ai miei «giovani» per tutt’altri motivi!). E c’è chi continuerà in questa «narrativa» (come si dice oggi), in questo racconto fasullo ancora per lungo tempo, ancora oggi il negazionismo ambientale è ben rappresentato.
Tanto da far pensare che ci sia qualche cosa sotto, qualche motivo recondito; da una parte sole, mare, vento, acqua, fonti per definizione pulite e inesauribili, un immenso flusso di energia in cui siamo letteralmente immersi, in cui basta elaborare qualche tipo di convertitore per produrre tutto ciò di cui abbiamo bisogno, senza particolari effetti collaterali; dall’altra fumo, veleni, microplastiche, contaminazioni, bronchiti, asma, malattie… e anche guerre, uragani, sporcizia, tutto il peggio che è possibile immaginare.
Anche perché una volta che un certo standard si afferma, è ben difficile anche per chi insiste con il «medioevo» energetico, con tecnologie obsolete e superate ormai da decenni, ritornare sui suoi passi: una volta che si impone un modello su intere reti di infrastrutture, su filiere che si sviluppano oltre i continenti, nelle varie catene produttive, per es. l’ibrido, il rinnovabile, l’elettrico, l’idrogeno, le batterie, è ben difficile che si possa tornare indietro… se non a costo di scatenare una guerra per distruggere tutto questo.
Comunque chi mai vorrà investire enormi capitali in progetti che richiedono anni e decenni per essere non solo realizzati, ma anche ammortizzati? Viene il sospetto che sia una questione di lobby, che si intestardiscono sulle fossili (e sul petrolio in particolare), che oggi rischiano di far perdere molto all’industria nazionale, all’intero apparato, capacità che poi sarebbe ben difficile recuperare.
Non è «solo» una questione di cambiamento climatico, o di malattie respiratorie, ma anche di capacità competitiva di interi settori, che rischiano di rimanere indietro – o anche di scomparire, come per es. quello automobilistico. Un danno inimmaginabile, per intere generazioni. Non si tratta solo di populismo, neppure loro, i populisti più popolari, possono avere interesse a creare danni così gravi da ritorcersi inevitabilmente contro se stessi: è evidente, insistere con le «fossili» ci ha portati fuori mercato.
Certamente, è inevitabile che la transizione abbia dei costi, ma questi sarebbero molto maggiori per chi resta indietro, finendo per gravare su tutti: parafrasando un noto politico, chi arriva tardi agli appuntamenti con la geopolitica rischia di dover pagare poi il conto, cioè la bolletta, per tutti.
Certamente esiste un’inerzia per cui chi ha investito, e vive di quegli investimenti, tende a difendersi, con interi settori che si impegnano in una battaglia di retroguardia che non può che avere come risultato la rovina di intere economie – non solo per la mobilità automobilistica, ma le varie attività civili, industriali, private e pubbliche; è una questione di adeguamento di standard, che altrimenti significherebbero altrettanti «oneri di sistema» sulle bollette.
Forse tutta questa confusione, queste guerre, i blocchi negli stretti a Hormuz, Suez, ecc., sono solo battaglie di questa guerra di retroguardia, un estremo tentativo di far aumentare i costi in nome di una «oil dominance», che fa dei petrolieri dei guerrafondai… Come mi scrive un collega di Madrid: «Ma da voi c’è ancora qualche macchina che va a benzina?» Sembra che nella capitale spagnola, così come in tante altre città del mondo evoluto, la dipendenza del petrolio sia ormai una storia del passato. Cose che l’intero sistema finisce per rimuovere, finendo così per restare spiazzato, con i costi che vanno fuori controllo: gli investimenti, in quel campo giganteschi, che comprendono piattaforme offshore, pipeline lunghe decine di migliaia di chilometri, raffinerie, sistemi di distribuzione fino «all’ultimo miglio», sono caratterizzati da un ROI, «return on investment» di lungo, lunghissimo periodo.
Ma c’è qualche cosa di più, ed è forse la disperazione dei petrolieri che vedono i loro investimenti non più remunerativi, con quei prezzi e quelle quotazioni, e i consumi stagnanti o anche in diminuzione, e soprattutto che perdono un monopolio, una posizione strategica.
E che non possono null’altro che puntare sul panico, «verremo razionati», «resteremo a piedi»… li sentiamo tutti i giorni sul «prime time», dimostrando che quella lobby è in grado ancora di piazzare i «suoi» nei posti chiave della comunicazione pubblica, di proseguire quella battaglia con gli strumenti della guerra culturale: con quelle guerre la lobby del petrolio si ricompatta in un «complesso militare-industriale» di tipo ottocentesco, recuperando risorse; potrebbe essere essa stessa a scatenare ulteriori guerre per mantenere un «posto a tavola», mantenere i propri obiettivi, e per mantenere sufficientemente alto il suo ROI.
Certamente la bolletta continuerà a pesare su tutti, aziende, famiglie, istituzioni, soprattutto per chi non si sa attrezzare, per condomini senza pannelli. Stati succubi di quelle stesse lobby, e di stati guerrafondai che vivono di rendite da petrolio, così come aziende che non si preparano per tempo: non per questo chi ha un diesel deve sentirsi in colpa, ma evidentemente la bolletta continuerà a pesare, così come – ho il sospetto – continueranno a pesare per tutti gli stessi «oneri di sistema».
Igor Jelen
Avtor Igor Jelen se v članku osredotoča na tematiko energetske tranzicije in vztrajanje pri fosilnih gorivih, pri čemer izpostavlja nasprotje med čistimi, obnovljivimi viri energije in onesnaževanjem, ki ga povzročajo fosilna goriva. Gospod Jelen poudarja, da že pri mladih letih je njegovo zanimanje glede okolja in njegovo zaščito vedno več naraščalo, že pri 14 let se je včlanil pri WWF in poslušal razprave o nujnosti zmanjšanja izgorevanja. Čeprav takrat tematika ni bila tako znana in so jo videli kot prava utopija, dandanes so kljub temu sončna, vetrna in vodna energija, postopoma postale ključne alternative tradicionalnim virom energije.
Fosilna goriva so povezana z onesnaževanjem, zdravstvenimi težavami in tudi z mednarodnimi konflikti, medtem ko obnovljivi viri omogočajo bolj čisto in trajno prihodnost. Energetski prehod pa ni pomemben le zaradi okolja, ampak tudi zaradi gospodarske konkurenze s strani držav in podjetij. Industrije, ki ne vlagajo v nove tehnologije, kot so električna vozila, baterije ali vodik, tvegajo gospodarski zaostanek.
Čeprav prehod na nove energetske sisteme zahteva velike finančne vložke, stroški za tiste, ki bi ostali pri zastarelih tehnologijah, bodo še višji. Zaradi tega se številni sektorji še vedno upirajo spremembam, predvsem zaradi interesov nafte, kateri pogosto širijo strah pred energetskimi krizami in pomanjkanjem goriva, da bi ohranili svoj vpliv na trg.
Članek se zaključuje z ugotovitvijo, da bodo stroški energije še naprej obremenjevali predvsem tisti, ki se ne bodo pravočasno opremili z obnovljivimi viri, pri čemer avtor ne obsoja posameznikov, ampak opozarja na sistemske posledice in odgovornost institucij ter držav.
Prevod in povzetek: D. D.









