A proposito di democrazie, autocrazie e gioco delle lobby con la prospettiva della «techno-governance»
Gli illuministi pensavano ingenuamente che una volta che la democrazia si sarebbe imposta in qualche luogo, si sarebbe automaticamente diffusa ovunque, perché la sua validità è «self-evident», è auto evidente: la gente vuole il meglio, i governi perseguono il bene per le popolazioni, la politica cerca di realizzare l’interesse di tutti, le aziende (in un mercato aperto, senza monopoli) minimizzano i costi, i prezzi… Se fosse così, sarebbe semplicemente stupido non aderire a tale sistema: è il miglior modo – o il meno peggiore – di gestire la cosa pubblica, quello che minimizza violenza e costrizione, che garantisce diritti sia individuali che collettivi, che permette alle persone di godere di una certa libertà, e – se non la felicità «tout court» – almeno la ricerca della felicità.
Così saggiamente recita la costituzione americana, la prima e più antica repubblica democratica (a parte Svizzera e Islanda, e forse anche la Patria del Friuli, che esprimeva una rappresentanza popolare, che però affondano le radici in un contesto medioevale di democrazie pre-moderne).
La costituzione americana non promette felicità, ma la «pursuit of happiness», la ricerca della stessa, sottintendendo che chi ne vuole, di libertà, deve anche darsi da fare, quindi non solo diritti ma anche doveri (mentre altre costituzioni anche successive non prevedono esplicitamente un impegno soggettivo, ovvero l’impegno di chi quei diritti dovrebbe meritarseli). Forse è per questo che la costituzione americana ha avuto tanto successo (almeno fino ad oggi).
La democrazia è inoltre il sistema che garantisce maggiore stabilità: può suonare strano, ma al di là delle litigate, della contrapposizioni dialettiche, i sistemi democratici hanno la caratteristica di durare secoli. Sono molto più stabili di monarchie (assolute), autocrazie o di altri sistemi assimilabili (mafiocrazia, oligarchia, dittatura nazionalmilitare, comunismo e pianificazione centralizzata ecc.), e di altre forme di governo (ma vedremo in futuro l’incombente «techno-governance» che si basa sull’AI).
Infatti i sistemi non-democratici, che rifuggono da un’idea di stato di diritto, dipendono dai capricci dell’élite, o anche di singoli autocrati, di individui ovvero dalla lotteria genetica di una successione dinastica, quindi da singola personalità che sono per molti motivi esposte a una serie di rischi: anagrafici, psico-fisiologici, ma anche socio-politici. Questo perché il “grande dittatore” è spesso un perfetto incapace messo lì apposta per fare danni; comunque il potere “corrompe”, regola aurea che colpisce i sistemi che non prevedono controlli interni adeguati.
Ovviamente le autocrazie offrono la possibilità di decisioni più veloci, di tutto ciò che è necessario in situazioni di emergenza, ma anche le democrazie funzionanti prevedono procedure di questo tipo, così come prevedeva già l’ordinamento della repubblica romana, archetipo di tutte le repubbliche del mondo; e comunque in emergenza, per definizione, non è detto che tutto ciò funzioni e per questo, ogni presidente americano alla cerimonia di insediamento pronuncia con la formula di rito «so help me God», che Dio mi aiuti, perché l’imprevedibile è imprevedibile.
Comunque per le autocrazie tali procedure sono fittizie, neppure esistono a volte, e se esistono vengono manipolate per il fatto stesso che dipendono dall’arbitrio di una persona o di un gruppetto; per questo sempre o quasi sempre degenerano in dittature sanguinarie, repressive, che portano i popoli al disastro. Il dittatore certamente può fare anche “qualcosa di buono”, perché a volte gli conviene cercare il consenso, ma alla fine inevitabilmente significa la catastrofe (nella prassi geopolitica sono pochissimi i casi di dittatori sia di destra che di sinistra che si sono evoluti e trasformati).
Detto questo, oggi la realtà sembra mettere in crisi gli ordinamenti democratici, e diversi sistemi, che fino a qualche tempo fa riconosciuti come democratici, sembra stiano degenerando. A qualcuno potrebbe venire il dubbio che sia necessario adattare la teoria. In realtà accade che a volte la politica delle democrazie vada in frantumi, e che silenziosamente e surrettiziamente si affermino delle lobby, gruppi di potere, che si formano occasionalmente, e che usano e manipolano leggi e procedure.
Un fatto che rovina il gioco delle rappresentanze, degli interessi, delle responsabilità: le lobby si infiltrano nelle istituzioni, in qualsiasi ambiente e piegano l’interesse pubblico a quello “particulare” (come scriverebbe Guicciardini, uno dei fondatori della geopolitica rinascimentale). Lobby che si adattano, che si formano in ogni paese, anche di solide tradizioni; in Giappone ci sono le triadi, in America i country club (dove con la scusa di giocare a golf, i vari monopolisti si accordano su qualsiasi cosa), in Messico i cartelli della droga; in Italia la chiamiamo genericamente mafia, in realtà non è più il capo-bastone con coppola e lupara, è semplicemente un modo di fare che funziona per connivenze, per collusioni, per piccole e grandi omertà, tra un bicchiere, una chiacchiera e un caffè, che crea un effetto di distorsione su tutto il “distorcibile”.
Gli esempi sono tanti, ma quello che rappresenta oggi il presidente Trump è un caso di scuola che probabilmente verrà studiato nei prossimi secoli, che ahimè sembra fare scuola anche qui da noi: in crisi di consensi, il presidente, che sa già che cosa l’aspetta a fine del mandato, non fa altro che cercare la compiacenza delle lobby, con le quali instaurare relazioni di reciproca utilità tipo voto di scambio; così per es. le lobby del petrolio, dell’industria delle armi, delle forze armate (almeno di quelle interventiste), dei filo-israeliani e dei filo russi… Se avrete la pazienza di leggermi, ne scriverò nei prossimi numeri.
Igor Jelen
Avtor članka, Igor Jelen, se je odločil na pisanje o političnih tem, predvsem o demokraciji in primerjavo z drugimi političnimi sistemi. Predstavlja delovanje demokratičnega sistema, in postavi Ameriko kot enega glavnih modelov tega sistema. Avtor pojasni, da ameriška ustava ne obljublja sreče, ampak iskanje le te, kar pomeni, da imajo državljani poleg pravic tudi odgovornost, da sami prispevajo k svojemu življenju in družbi. Demokracijo je primerjana z drugimi političnimi sistemi, kot so avtokracije in diktature, ter poudarja, da kljub bolj počasnemu odločanju je dolgoročno stabilnejša, saj temelji na zakonih in nadzoru oblasti, ne pa na eni sami osebi.
V nadaljevanju se osredotoča na slabosti sodobne demokracije, kjer vse večjo vlogo igrajo tako imenovane “lobby”, točno določene skupine, ki skušajo vplivati na politične odločitve v njihovo lastno korist. Po njegovem mnenju le te poslabšajo delovanje demokracije, saj vplivajo na zakone in politične odločitve v lastno korist, pogosto v ozadju, na skrito, in brez nadzora javnosti. S tem se poruši ravnotežje družbe, kjer v demokraciji naj bi imeli vsi ljudje enak vpliv na odločitve, ampak zaradi lobijev imajo nekatere skupine več moči kot druge. Posledično ljudje vedno manj zaupajo političnemu sistemu in voditeljem, ki za ohranjanje oblasti sklepajo kompromise s takšnimi vplivnimi skupinami. Na ta način, članek prikazuje razliko med idealom demokracije in njenim dejanskim donašnjim stanjem.
Če vam tema zanima, avtor se je odločil, da bo v nadaljnih izdajih časopisa nadaljeval s pisanjem o politiki in o njenem delovanju.
Prevod in povzetek: D. D.









