
Primo maggio, Festa del lavoro: che significato può avere oggi nelle nostre zone montane? Qual è lo stato di salute del lavoro nella Benecia, soprattutto per quelle opportunità che consentono di lavorare nelle zone montane stesse, senza essere obbligati a lunghi pendolarismi? E soprattutto con un occhio di riguardo ai giovani, quelli che già vivono in montagna, per dare loro la possibilità di restare e di costruire un futuro nella loro terra, ma anche a coloro che vorrebbero viverci o potrebbero trovare qui delle opportunità portando ricchezza e nuove occasioni di futuro.
Ne parliamo col prof. Mauro Pascolini, 70 anni, padovano di nascita, ma cividalese di adozione, fin dal 1990 prima ricercatore e poi docente dell’Università di Udine con un’attenzione sempre rivolta in particolare alle evoluzioni sociali, sociologiche ed economiche che coinvolgono la montagna friulana e non solo.
Professore, dopo decenni di un abbandono e uno spopolamento che sembravano irreversibili, da diversi anni in montagna si registrano segnali in controtendenza. A livello sociologico è stato elaborato anche il neologismo di restanza, indicando un nuovo desiderio e impegno delle nuove generazioni a continuare a vivere e a lavorare, a volte anche a tornare, verso le terre alte. Come si presenta questo fenomeno in particolare nel settore delle Alpi e Prealpi Giulie, rispetto ai contesti nazionale e internazionale?
«Le caratteristiche sono più o meno le stesse, con la differenza che da noi questa nuova tendenza ha iniziato a manifestarsi con ritardo, nonostante o forse proprio perché qui il problema dello spopolamento presenta dati più marcati e una dinamica iniziata prima rispetto al resto d’Italia in termini di denatalità, invecchiamento della popolazione, scivolamento a valle dei centri abitati. Sinteticamente potremmo dire che il Friuli assomiglia più all’Appennino, da questo punto di vista, rispetto al resto dell’arco alpino, perché da noi è mancato per molto tempo un motore di sviluppo fondamentale per il sorgere di fenomeni di restanza, che è il turismo. Noi ci siamo arrivati tardi, e questo è senza dubbio uno svantaggio perché sono tardati quei meccanismi di redistribuzione del reddito che altrove hanno generato dei processi virtuosi grazie al turismo. Volendo vedere un lato positivo, però, possiamo dire che questo ci ha permesso di mantenere una qualità ambientale molto elevata nelle nostre valli rispetto ad altre zone dove l’impatto del turismo di massa e della conseguente pressione antropica è stato più forte e deleterio».
Oggi il turismo può diventare un punto di forza e un fulcro per una rinascita?
«Le indagini che abbiamo svolto e stiamo svolgendo sui giovani della montagna friulana evidenziano che il turismo viene visto come un fattore di potenziale sviluppo economico se legato ad una modalità “lenta”, legata alla valorizzazione del territorio e delle sue qualità. Il modello non è più il turismo invernale, anche se in regione si continua a fare investimenti ingenti su questo filone, ma c’è una maggiore consapevolezza del potenziale economico che possono assumere i valori naturalistici, storici e culturali delle nostre montagne. Ha dato una mano in questo senso la pandemia del Covid, che per un paio di stagioni ha ridato fiato al turismo di prossimità in particolare nella montagna, percepita come sicura e con una qualità dell’aria e dell’ambiente elevata. Purtroppo non si è saputo molto fidelizzare quel ritorno alla montagna di prossimità che si è verificato nel periodo 2020-2022. Comunque questa consapevolezza ha rafforzato il desiderio e i progetti di vita volti a restare in montagna, non solo nel turismo ma anche nell’agricoltura».
Ma che tipologie di lavoro cercano i giovani della montagna?
«Da diversi anni si lavora molto su progetti di imprenditorialità e di autoimprenditorialità, ma dobbiamo ammettere che questa prospettiva rimane minoritaria rispetto al lavoro dipendente e legato ai settori tradizionali, come l’agricoltura e le foreste, mentre le prospettive imprenditoriali sono legate specialmente ad attività innovative per le quali oggi nelle terre alte non ci sono più quelle barriere tecnologiche e di connettività del passato. Ma risulta ancora difficile immaginare la montagna come sede di innovazione tecnologica, sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione e del mondo digitale. Anche i giovani della montagna che studiano in questi settori guardano ancora altrove, mentre le terre alte hanno molte potenzialità come luogo di grande qualità di vita dove lavorare con lo smart working o facendo i nomadi digitali. Bisogna far crescere le esperienze di formazione all’autoimprenditorialità ma anche di assistenza allo startup di nuove imprese in zone montane».

C’è anche però il paradosso che il lavoro dipendente per antonomasia, quello a tempo indeterminato nei Comuni, viene ignorato anche in zone molto disagiate e lontane come Drenchia…
«Il pubblico impiego non è attrattivo perché in questi piccoli Comuni è considerato troppo burocratico, poco creativo e gratificante dal punto di vista professionale, anche in termini di carriera e di progressi nella retribuzione. I piccoli Comuni dovrebbero mettersi in rete per offrire anche ai propri dipendenti mansioni più varie e significative, mettendo l’enfasi sul loro ruolo di attori dello sviluppo locale».
Quali sono i fattori determinanti nella scelta dei giovani di rimanere in montagna?
«Su questo abbiamo coinvolto 180 giovani della montagna friulana con interviste in profondità della durata di oltre un’ora. Si resta innanzitutto per il legame con il luogo, soprattutto dove c’è un vissuto esistenziale e di legami interpersonali che hanno creato nel tempo un reticolo di relazioni sociali significative. Di fronte a questo gli svantaggi del vivere in montagna appaiono secondari. Quello più grave è la carenza di case in affitto e la mancanza di abitazioni in vendita a buon mercato che non richiedano pesanti interventi di ristrutturazione, che sono in genere fuori della portata economica dei più giovani. Spesso risulta un elemento decisivo per restare la possibilità di ereditare una casa dalle generazioni precedenti, che diviene un fattore forte di radicamento. Chi vive da tempo in montagna, avverte molto di meno la scarsità relativa di servizi e anche i problemi di mobilità. Ininfluente appare il tema del trasporto pubblico, perché i giovani scelgono la mobilità privata. La possibilità di lavoro è evidentemente molto importante, anche se in questo campo c’è molta disponibilità ad accontentarsi di quello che si trova anche se non è quello che si sarebbe voluto e anche ad accettare il pendolarismo entro certi limiti. Tra i fattori sociologici decisivi per rimanere c’è il senso di comunità, ancora molto forte nei paesi piccoli, che offre servizi e senso di identità, ed è in crescita il paesaggio, sempre più vissuto come un elemento distintivo della qualità della vita».
Questi elementi sono attrattivi anche per coloro che non hanno mai vissuto in montagna ma che ad un certo punto del loro cammino esistenziale elaborano dei progetti o di ritorno nella terra degli avi o di cambiamento di vita? In alcuni comuni si è tentata la via di progetti come «Vieni a vivere in montagna»…
«Uno studio di Andrea Membretti, ricercatore presso gli atenei di Pavia e di Milano Bicocca, indica che a causa del cambiamento climatico nei prossimi anni circa 300 mila persone abbandoneranno la pianura padana, per spostare la residenza verso le zone montane alla ricerca di una migliore qualità della vita ed ambientale. Per ora, da quel che si è potuto vedere con Vieni a vivere in montagna, il cittadino che immagina di trasferirsi in montagna trova nella scarsità relativa di servizi e nella maggiore difficoltà di fruirne un ostacolo significativo, oltre alla difficoltà di trovare una casa in affitto, che è la formula più desiderata inizialmente da chi vuole cominciare a sperimentare un nuovo progetto di vita. Il sindaco di un Comune molisano è arrivato addirittura a fare degli espropri di case abbandonate da tempo, altri sindaci, come quello di Clauzetto, si sono impegnati in una forte azione di persuasione verso i proprietari degli immobili disabitati. Di certo il tema delle proprietà immobiliari abbandonate e inutilizzate nelle zone montane è un ostacolo rilevante».
Vieni a vivere in montagna è stato però interessante come una delle prime esperienze, pur semplice e rudimentale, in cui le comunità di montagna hanno saputo mettersi in vetrina, fare un’iniziativa di marketing territoriale per attrarre persone e investimenti. Non si fa troppo poco in questo senso, soprattutto da parte delle istituzioni?
«Certo. La montagna deve imparare a narrarsi al resto del mondo in termini positivi. Abbiamo svolto una ricerca sui circa 800 lavoratori dell’industria che ogni giorno dalle località di pianura e di collina fanno i pendolari fino alla zona industriale di Amaro, Tolmezzo e Villa Santina, chiedendo loro perché non avessero mai pensato di trasferirsi in Carnia, vicino al luogo di lavoro. Uno degli elementi più influenti è il fatto che i loro colleghi che già risiedono in montagna hanno una narrazione negativa del proprio vissuto, che ne enfatizza le difficoltà piuttosto che la bellezza. Questo distorce la realtà, perché i centri montani di fondovalle spesso hanno una densità di servizi e una vita culturale anche superiore a quella di tanti paesi della pianura e della collina. Anche le istituzioni devono cominciare a ragionare di più in termini di vallata e di territorio più ampio di quello comunale, senza gelosie interne ma con l’intento di valorizzare ciò che può essere più attrattivo verso l’esterno. E’ un lavoro prima di tutto culturale, non da poco, ma che va assolutamente affrontato per aprire nuove prospettive di sviluppo».
V pogovoru za »Dom« pred praznikom dela je profesor geografije na Univerzi v Vidnu, Mauro Pascolini, obravnaval gospodarsko stanje na gorskih območjih. Po Pascolinijevih besedah se je demografski upad v gorskih predelih Furlanije-Julijske krajine začel že prej kot drugod po Italiji; postopni preobrat gospodarskega sistema v smer turizma pa se je zgodil kasneje.
Pozitivna plat tega razvoja je, da se turizem ni razvil množično. Narava je v mnogih primerih ostala precej neokrnjena, kar je za morebitne nove prebivalce privlačno.
Po anketi Andree Membrettija, raziskovalca na univerzah v Paviji in Milanu Bicocca, se bo v prihodnjih letih zaradi podnebnih sprememb kar 300.000 ljudi iz Padske nižine preselilo v gorska območja.
Pogosto niti stalna zaposlitev na občini ali v javni upravi ne privabi ljudi v gorske vasi, saj so ta delovna mesta pogosto preobremenjena z birokratskimi nalogami.
Gorska območja lahko vsekakor privabijo nove prebivalce, ki delajo na daljavo, vendar le pod pogojem, da so jim na voljo ustrezne bivanjske možnosti oziroma hiše za najem ali nakup. Zato je vprašanje zapuščenih hiš še posebej pereče.
Ravno na področje bivanjske ponudbe in predstavitve možnosti so se osredotočili projekti, kot je »Pridi živet in delat na gorsko območje«, ki so ga izvajale razne občinske uprave.
Profesor Pascolini meni, da so tovrstni projekti dragoceni, saj morebitnim novim prebivalcem približajo krajevno stvarnost. Pogosto namreč prav domačini ne znajo ustrezno predstaviti pozitivnih vidikov svojih krajev.









