
La «vocazione di far incontrare genti diverse all’incrocio tra l’Italia, l’Europa centrale e i Balcani», evidenziata da papa Francesco domenica, 7 luglio, all’Angelus, al termine della cinquantesima Settimana sociale dei cattolici italiani, definiva la città di Trieste, ma può essere estesa all’intero Friuli Venezia Giulia. «La sfida per la comunità ecclesiale e civile – ha proseguito – è di saper coniugare l’apertura e la stabilità, l’accoglienza e l’identità. E allora mi viene da dire: avete le carte in regola per affrontare questa sfida! Come cristiani abbiamo il Vangelo, che dà senso e speranza alla nostra vita; e come cittadini avete la Costituzione, bussola affidabile per il cammino della democrazia». Bisogna, dunque, andare avanti, «senza paura, aperti e saldi nei valori umani e cristiani, accoglienti, ma senza compromessi sulla dignità umana. Su questo non si gioca».
«Chi è passato in città nei vari stand delle buone pratiche ha colto, ad esempio, la presenza delle comunità slovene come un riconoscimento positivo – ha commentato il vescovo di Trieste, mons. Enrico Trevisi, intervistato da Radio Vaticana –. Io penso che siamo chiamati ad essere un laboratorio e una profezia anche per i fratelli dei Paesi dei Balcani qui vicini che a volte sono ancora in tensione, o come per esempio in Ucraina. Trieste e la zona dell’Istria sono state accomunate in qualche modo a quello che sta subendo adesso l’Ucraina, con sofferenze e fatiche diverse. Ci vuole tanto tempo, ma non si è condannati alla guerra e Trieste lo può testimoniare. Trieste con la Slovenia con la Croazia: oggi siamo nazioni diverse però viviamo un clima di partecipazione anche grazie all’Unione europea: con tutte le problematiche ancora aperte, viviamo l’impulso a riconoscere la dignità l’uno dell’altro e a camminare insieme ». Mons. Trevisi ha salutato il Papa anche in sloveno e nella solenne concelebrazione eucaristica una lettura, due intenzioni di preghiera e due canti erano in sloveno. La messa è stata concelebrata da 98 presuli e 260 sacerdoti. Presenti circa 8500 fedeli. Con loro anche vescovi e pastori delle chiese serbo-ortodossa, greco-ortodossa e luterana. Di fronte alle sfide sociali e politiche che ci interpellano c’è bisogno dello scandalo della fede, ha detto Francesco. «Non abbiamo bisogno di una religiosità chiusa in sé stessa, che alza lo sguardo fino al cielo senza preoccuparsi di quanto succede sulla terra – ha ammonito –, ma di una fede radicata nel Dio fatto uomo, che entra nella storia e risana i cuori spezzati. È una fede che sveglia le coscienze dal torpore, che mette il dito nelle piaghe della società, che suscita domande sul futuro dell’uomo e della storia; è una fede inquieta, che ci aiuta a vincere la mediocrità e l’accidia del cuore, che diventa una spina nella carne di una società spesso anestetizzata e stordita dal consumismo. È, soprattutto, una fede che spiazza i calcoli dell’egoismo umano, che denuncia il male, che punta il dito contro le ingiustizie, che disturba le trame di chi, all’ombra del potere, gioca sulla pelle dei deboli. Quanti usano la fede per sfruttare la gente? Quella non è fede».
Nel discorso ai delegati della Settimana sociale, nel Centro congressi di Trieste il santo padre aveva affermato che «l’indifferenza è un cancro della democrazia», e quindi esortato alla partecipazione «che va allenata con solidarietà e sussidiarietà perché la fraternità fa fiorire i rapporti sociali. Preoccupa l’astensionismo elettorale».
Francesco si era soffermato, poi, sulla parola «cuore» che aveva declinato accanto al termine «democrazia » e legato al «bene comune». «È evidente che nel mondo di oggi la democrazia non gode di buona salute. Questo ci interessa e ci preoccupa, perché è in gioco il bene dell’uomo, e niente di ciò che è umano può esserci estraneo», aveva detto il pontefice, sottolineando la concordanza con la visione promossa dalla Dottrina sociale della Chiesa, che guarda alle «dimensioni dell’impegno cristiano» e a «una lettura evangelica dei fenomeni sociali», non solo per l’Italia, ma per l’intera società umana.
«Così come la crisi della democrazia è trasversale a diverse realtà e Nazioni, allo stesso modo l’atteggiamento della responsabilità nei confronti delle trasformazioni sociali è una chiamata rivolta a tutti i cristiani, ovunque essi si trovino a vivere e ad operare, in ogni parte del mondo» erano state le parole del Papa. (R. D.)
Tu se srečujejo različna ljudstva, tu je križišče med Italijo, srednjo Evropo in Balkanom. »V takih okoliščinah je za cerkveno in civilno skupnost izziv, kako povezovati odprtost in stabilnost, sprejemanje in identiteto. Prihaja mi na misel, da vam rečem: Papirje imate urejene, da se soočite s temi izzivi! Kot kristjani imamo evangelij, ki daje smisel in upanje našemu življenju; kot državljani imate ustavo, ki je zanesljiv kompas za pot demokracije. Torej naprej! Naprej. Brez strahu, odprti, utrjeni v človeških in krščanskih vrednotah, gostoljubni, a brez kompromisov glede človeškega dostojanstva.« Tako je papež Frančišek pozval ob opoldanski molitvi na Velikem trgu v Trstu.









