Con «Magnifica Humanitas» Leone XIV affronta la sfida dell’intelligenza artificiale a partire dall’umano
Il mondo è a pezzi, l’umano è frammentato. La cultura degli ultimi anni lo ha evidenziato nei modi più disparati: dalla società liquida di Bauman a quella del rischio di Ulrich Beck; dalla corrosione dei legami sociali di Richard Sennett sino alla frammentazione nell’era delle reti di Manuel Castells passando per la fine delle «grandi narrazioni» di Jean-François Lyotard. Leone XIV decide di rimettere insieme trama e ordito.
L’enciclica «Magnifica Humanitas» è prima di tutto questo: un atto di coraggio, nomen omen, perché mette da parte quello che il mondo si aspetta dal Papa – non un tema specifico come una tecnologia – affinché un Papa libero si possa prendere cura del mondo in quello che forse non si aspetta più. Prevost riparte dall’unico centro possibile, per lui e per noi, Cristo.
Egli tenta, analizzando quanto accade a motivo della rivoluzione digitale e dell’intelligenza artificiale, di invertire il movimento centrifugo che lacera l’umano, chiedendo a ogni donna e uomo di buona volontà, secondo carismi e responsabilità, di farsi parte attiva e invertire il moto, rendendolo centripeto, usando di quella stessa forza che la tecnica è, ma dandole un nuovo segno. Per riportare, come recita il suo motto episcopale e pontificale «In Illo uno unum», l’umanità al suo centro, sana, guarita, soprattutto ricentrata. La dimensione antropologica è costante lungo il corso dell’enciclica, che è sì un documento sociale ma dove la società altro non è che la casa in cui l’umano può essere se stesso e fiorire. Dall’individuo passando per la famiglia, perno della società, alle società e le architetture che permettono la vita sociale come l’economia e la politica.
Alcuni passaggi sono di denuncia forte e chiara, altri, la maggior parte, l’offerta di una alternativa concreta, la civiltà dell’amore. Leone non ha in animo di spegnere le macchine, anche se quando si tratta dei più piccoli è salutare il silenzio, ma di renderle nuovamente quali devono essere: a servizio. Del bene comune e dunque dei singoli e del corpo che è l’umanità. Tra i molti riferimenti che si potrebbero citare ne scelgo uno: «La libertà, nell’era digitale, non è soltanto un fatto interiore: è anche una questione pubblica, che domanda regole chiare, trasparenza, possibilità di ricorso e limiti proporzionati all’uso di tecnologie invasive, affinché la tecnica resti al servizio della persona e non diventi una forma di dominio delle coscienze».
La macchina ha il potere di espropriare l’umano dal suo sacrario più intimo, sicofante perennemente acceso si fa consegnare con toni suadenti la nostra essenza per imitarla e, soprattutto, trasformarla in bene da sfruttare per la plusvalenza di qualcuno. Il Papa scomoda addirittura la schiavitù e la tratta degli schiavi, un tema solo apparentemente fuori luogo ma soprattutto fuori tempo. Chiede perdono dei ritardi della Chiesa nel rendersi conto nel passato di come tali pratiche fossero inaccettabili, ma non arretra nel denunciare là dove più la tecnica ha lati oscuri.
Nel come la macchina è costruita, ma anche lontano dalle nostre scrivanie e dei nostri tablet, dove uomini e soprattutto donne per quattro soldi, o anche meno, fanno letteralmente il lavoro sporco. Scrive al numero 173: «Se una tecnologia promette emancipazione ma produce nuove forme di subordinazione globale contraddice il principio fondamentale della dignità della persona».
Cita spesso i suoi predecessori Leone, da Paolo VI a Francesco, ma non per dovere di ufficio, ma seguendo l’ufficio del dovere: mostrare il filo rosso del Magistero che tiene insieme passato e futuro per un autentico sviluppo umano. Nell’introduzione scrive: «La Chiesa ricorda, con voce umile ma ferma, che la vera realizzazione non nasce dalla rimozione delle fragilità, ma da una crescita armoniosa: là dove libertà e responsabilità si intrecciano con la cura reciproca e la vera solidarietà, e dove il progresso si misura sulla dignità di ciascuno e sul bene dei popoli».
Nell’enciclica di «progresso» si parla 22 volte, di «dignità» 98. «Magnifica humanitas» porta l’intelligenza artificiale nel sottotitolo, ma la nomina pochissimo: 15 volte; algoritmo 17, tecnica 29. A sovrastarli è la lingua dell’umano, che è anche la più frequente dell’intero testo: «persona» ricorre 160 volte, «dignità » 98, mentre le forme dell’aggettivo «umano» superano le duecento occorrenze. Già il titolo è una dichiarazione – «humanitas», non la tecnica –; il resto del documento, riga dopo riga, lo conferma. Un’enciclica che parla di intelligenza artificiale per parlare dell’uomo.
Lo scarto lessicale traduce una scelta di fondo. Leone XIV apre richiamando il 135° anniversario della «Rerum novarum» e fissa il parallelo che regge tutto: se nel 1891 Leone XIII parlava di «nuove questioni», oggi quelle «cose nuove» hanno il volto della digitalizzazione. L’intelligenza artificiale diventa, così, la questione sociale del nostro tempo, erede diretta di quella operaia. E il punto su cui interpella non è la potenza degli strumenti, è il loro effetto sull’uomo. Il bersaglio polemico ha un nome – il paradigma tecnocratico – e una soglia precisa: quando «l’efficienza diventa misura del valore», «l’essere umano è tentato di pensarsi come un progetto da ottimizzare più che come una creatura chiamata alla relazione». Da qui il rovesciamento che dà senso a tutte quelle ricorrenze di «dignità»: l’umano non fiorisce «malgrado» il limite, ma spesso «attraverso» il limite. Fragilità, corpo, sofferenza non sono difetti da correggere. È la risposta dell’enciclica al transumanesimo, letto come la tentazione di tradurre «il mistero della persona in dati e prestazioni».
Che l’intelligenza artificiale sia pretesto per parlare d’altro lo confermano i campi in cui il testo entra. Il potere, anzitutto, di cui il Papa registra una mutazione: «Un tempo erano soprattutto gli Stati a guidare e indirizzare l’innovazione. Oggi, invece, i principali motori dello sviluppo sono attori privati, spesso transnazionali, dotati di risorse e capacità di intervento superiori a quelle di molti governi». Un potere «prevalentemente “privato” e per questo ancora più difficile da discernere, governare e orientare al bene comune». Poi la verità, «bene comune e non una proprietà di chi ha potere o visibilità», minacciata da una disinformazione che «non nasce con l’intelligenza artificiale, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente». Poi la guerra, dove l’automazione tocca il nervo morale: «Quando la decisione di colpire si automatizza o si opacizza, cresce il rischio di deresponsabilizzazione». E il lavoro, che l’innovazione rischia di trasformare in «un’accelerazione dell’ingiustizia» se non governata in anticipo. Quattro terreni diversi, una sola posta. Lo dice il vocabolario: dopo «persona» e «dignità», le parole più dense del testo sono «responsabilità», «giustizia», «lavoro», tutte intorno alla settantina di occorrenze, nessuna appartenente al lessico della tecnica. «Magnifica humanitas» è un’enciclica sull’intelligenza artificiale costruita interamente con il vocabolario dell’umano. Non un testo sulla tecnologia, ma contro la riduzione tecnica dell’umano: il Papa non teme la macchina in sé, ma «che l’umanità non perda mai la propria bellezza».

Luca Peyron e Riccardo Benotti
Nova enciklika “Magnifica Humanitas” papeža Leona XIV se posveča umetni inteligenci, vendar ne govori o tehnologiji. Avtor članka poudarja, da papež izhaja iz ugotovitve, da je današnji svet vse bolj razdeljen in da so medčloveški odnosi pogosto slabši. Zato želi pozornost znova usmeriti na človeka, njegovo dostojanstvo in njegovo mesto, v hitro spreminjajoči se družbi. Po njegovem prepričanju je središče tega prizadevanja Kristus, kar izraža tudi njegovo geslo “In Illo uno unum”.
Enciklika družbeni dokument, ki obravnava posameznika, družino, gospodarstvo in politiko. Po razlagi avtorja Luce Peyrona in Riccarda Benottija, želi Leon XIV ob soočenju z digitalno revolucijo in umetno inteligenco pomagati, da bi se družba ponovno povezala in našla skupno smer. Velik del besedila ne prinaša le opozoril, ampak tudi pozitiven predlog, ki ga papež imenuje »civilizacija ljubezni«.
Enciklika ne zavrača tehnološkega razvoja. Nasprotno, priznava njegove možnosti, hkrati pa opozarja na tveganja, ki jih prinašata digitalizacija in umetna inteligenca. Papež poudarja, da mora tehnika ostati v službi človeka in skupnega dobrega ter ne sme postati sredstvo nadzora, manipulacije ali prevlade nad človeško svobodo. Posebej izpostavlja vprašanja dezinformacij, avtomatiziranega odločanja v vojnah, vpliva velikih zasebnih podjetij ter sprememb na področju dela.
Med bolj kritičnimi deli enciklike so opozorila pred novimi oblikami izkoriščanja. Papež celo primerja nekatere sodobne pojave s suženjstvom ter opozarja na ljudi, pogosto ženske, ki za zelo nizko plačilo opravljajo nevidno delo, povezano tudi z delovanjem sodobnih tehnologij. Po njegovem mnenju vsaka tehnologija, ki obljublja napredek, hkrati pa ustvarja nove oblike podrejenosti, nasprotuje človeškemu dostojanstvu.
Besedilo se pogosto navezuje na prejšnje papeže, od Pavla VI. do Frančiška, ki nadaljujejo nauk Cerkve “Rerum novarum”. Ob 135-letnici te enciklike, Leon XIV predstavi umetno inteligenco kot eno najpomembnejših družbenih vprašanj današnjega časa.
Avtorja članka opozarjata tudi na zanimivo značilnost dokumenta: čeprav je umetna inteligenca omenjena že v besedilu, le ta se pojavlja veliko redkeje kot besede, povezane s človekom, dostojanstvom, odgovornostjo, pravičnostjo in delom. To kaže, da enciklika uporablja temo umetne inteligence predvsem kot izhodišče za širši razmislek o človeku.
Papež opozarja, da človeka ne smemo razumeti le kot skupek podatkov, zmogljivosti ali projekt, ki ga je treba nenehno izboljševati. Krhkost, trpljenje in omejitve po njegovem, niso napake, ki bi jih bilo treba odpraviti, ampak del človeške izkušnje.
Osrednje sporočilo enciklike je, da napredka ne smemo meriti le z učinkovitostjo ali tehnološkimi dosežki. Pravi razvoj mora vedno spoštovati človekovo dostojanstvo in njegove odnose. Kot ugotavljata avtorja, “Magnifica Humanitas” ni predvsem besedilo o tehnologiji, ampak razmislek o človeku v dobi umetne inteligence. Papež ne nasprotuje strojem samim po sebi, temveč opozarja na nevarnost, da bi ljudi izgubili njihovo lepoto in človečnost.
Prevod in povzetek: D. D.








