
Ma guarda chi si rivede! Tornano le Province! Causa l’inattesa bocciatura della riforma Renzi al referendum costituzionale del 2016, l’ente intermedio fu a suo tempo abolito solo in Friuli Venezia Giulia e in Sicilia. Adesso la nostra Regione, come previsto dal programma elettorale della giunta Fedriga, corre ai ripari: il 22 maggio prossimo la legge costituzionale che reintroduce anche da noi le Province sarà in prima lettura al Senato. Poi andrà alla Camera e, dopo una pausa di almeno 3 mesi, potrà ritornare in entrambe le Camere per la seconda lettura.
«Se tutto va bene a fine autunno avremo la legge costituzionale che ci permette di cambiare lo Statuto e di reintrodurre le Province», auspica l’assessore regionale alle Autonomie locali, Pierpaolo Roberti. Ma che Province saranno? Uguali a quelle di un tempo o diverse? A cosa serviranno? Quali novità potranno portare per la montagna, territorio che più di altro richiede autonomia e una maggiore operatività per sostenere lo sviluppo? Di questi interrogativi si è parlato a un interessante convegno ad Aquileia venerdì, 4 aprile, organizzato dall’associazione «Terza Ricostruzione» presieduta da Sandro Fabbro che auspica una profonda riforma dell’ente, non solo in termini di maggiori competenze ed efficacia, ma anche nel senso di un riconoscimento delle plurime identità storiche e culturali che caratterizzano la nostra regione e di cui le minoranze linguistiche friulana, slovena e tedesca sono la massima espressione.
«Non vogliamo riportare in vita il fantasma di ciò che c’era prima – ha chiarito Roberti – al punto che non si chiameranno neanche Province ma nella norma sarà scritto Enti di area vasta. Non ci anima nessuna presa di posizione ideologica, i nuovi enti avranno innanzitutto il compito di offrire servizi di area vasta efficaci ed efficienti ai cittadini. La Regione fa le leggi e la programmazione. I Comuni assicurano i servizi di base. Ma ci sono servizi di più ampio respiro territoriale che non possono essere garantiti dai singoli comuni, nemmeno se riuniti insieme in enti di secondo grado. I sindaci, infatti, rispondono dal punto di vista elettorale ai propri cittadini e devono fare i loro esclusivi interessi. Non hanno quindi quella visione territoriale più ampia che certe scelte impongono».
Roberti fa un esempio molto efficace, che riguarda l’edilizia scolastica, storica funzione delle Province. «Nell’ex provincia di Gorizia recentemente è stato deciso di riunire tutti gli istituti superiori in unico campus scolastico provinciale per offrire agli studenti servizi migliori – racconta –. Ovviamente ogni Comune in cui era presente storicamente una scuola era contrario a spostarla e non voleva sentire ragione e tutti i comuni volevano il campus sul proprio territorio». Questo secondo Roberti è anche uno dei motivi del tragico fallimento delle Uti: «In quegli enti era impossibile fare reali scelte strategiche di area vasta pensando agli interessi dei cittadini, vi era soltanto una continua lotta intestina per la spartizione delle risorse tra comuni. Alla fine ognuno prendeva la sua percentuale di fondi, ma nessuno riusciva a realizzare cambiamenti veramente strategici e significativi. Invece le scelte vanno fatte nell’interesse dei cittadini dell’area vasta e ciò avviene attraverso le elezioni, rendendo elettivo il nuovo ente e responsabile verso tutti i cittadini dell’area vasta».
Quindi il nuovo ente, progressivamente, riceverà nuove competenze, risorse e personale dalla Regione, che si libererà di tutte le funzioni meramente gestionali che hanno spesso valenza solo locale, ma che oggi sono accentrate a Trieste. I nuovi enti comporteranno maggiori costi? «Assolutamente no. Gli enti di area vasta avranno consigli e giunte snelli, parametrati all’ampiezza del territorio rappresentato. Il costo dei gettoni di presenza di consiglieri e assessori è trascurabile. Il costo delle funzioni svolte verrà trasferito dalla Regione ai nuovi enti».
E i confini? Roberti dichiara che la Regione in materia è «agnostica»: non sostiene che i confini delle province né il loro numero debbano essere invariati ed è pronta ad ascoltare le richieste dei territori, ma avverte che la bussola deve essere sempre quella dell’efficacia dei servizi offerti ai cittadini. Si dice cosciente che ci sono aperte delle questioni culturali e identitarie, come la rappresentatività delle minoranze linguistiche e geografiche, come le spinte del territorio montano per trovare maggiore rappresentatività ed autonomia (allo stesso convegno ne hanno parlato la sindaca di Resia, Anna Micelli, e don Alessio Geretti, parroco di Caneva e Illegio, dando voce alle ispirazioni della Carnia che nel 2004 promosse un referendum per l’istituzione della Provincia della Montagna, approvato dal 73% dei carnici, ma bocciato dalla Valcanale-Canal del Ferro oltre che dal Gemonese). Ma, per Roberti, le spinte al cambiamento devono venire eventualmente dai territori e non dalla Regione.
Quali le possibili implicazioni per la Benecia? La prima osservazione è che pure le Comunità di montagna sono enti di secondo grado e quindi le critiche dell’assessore Roberti alle vecchie province valgono pure per l’ente montano (critiche di ingegneria istituzionale, ben si intenda, assolutamente non rivolte alle attuali dirigenze). Inoltre c’è il rischio di tornare a sovrapposizioni di funzioni tra le nuove Province e le Comunità di montagna.
Questa riforma istituzionale, quindi, potrebbe essere l’occasione per pensare ad una Comunità di montagna 2.0, non più ente di secondo grado ma elettiva, che assorba nuove competenze, risorse e personale dalla Regione per offrire migliori servizi alle terre alte? E che magari sarebbe l’occasione per discutere con la Regione di un maggiore impegno per combattere lo spopolamento delle zone montane? Un ente dove la voce della montagna non si diluisca nel maggior peso demografico della pianura fino a diventare flebile e inefficace?
E in tema di confini, poiché la Valcanale e Canal del Ferro a suo tempo col referendum del 2004 mostrarono di non gradire affatto una unione con la Carnia, si potrebbe forse pensare ad un’unica provincia delle Alpi Giulie insieme al Torre e al Natisone, territori più omogenei dal punto di vista socioeconomico e che porterebbe in un unico ente tutte le aree in cui è insediata la minoranza slovena e una significativa parte di quella tedesca?
Il dibattito è aperto. Il tempo per analizzare e discutere c’è, perché la legge costituzionale non entrerà nel dettaglio ma darà la potestà alla Regione di definire il numero e i contenuti dei nuovi enti. La giunta regionale vuole concludere la riforma in questo mandato, che scade nel 2028. Tocca ora al territorio ripensare al proprio futuro e fare eventualmente la sua proposta. Ma vale la pena davvero di pensarci, anche perché le due Comunità di montagna si troveranno insieme molto probabilmente anche nel Gect Italia/Slovenia che è in fase di studio di fattibilità in questi mesi. (Roberto Pensa)
Potem ko je reforma Renzijeve vlade leta 2016 padla na referendumu, so pokrajine ukinili le v deželah Furlanija-Julijska krajina in Sicilija. Na podlagi volilnega programa si zdaj deželna uprava Furlanije-Julijske krajine pod vodstvom predsednika Massimiliana Fedrige prizadeva za njihovo ponovno uvedbo. V četrtek, 22. maja, bo ustavni zakon, ki ponovno uvaja pokrajine, obravnavan v italijanskem senatu v prvem branju. Nato bo zakonodajni postopek nadaljeval v poslanski zbornici, po najmanj trimesečnem odmoru pa se bo vrnil v oba domova italijanskega parlamenta v drugem branju.
V pogovoru za petnajstdnevnik Dom je deželni odbornik za krajevne avtonomije Pierpaolo Roberti povedal, da se bodo nove upravne enote imenovale »Enti di area vasta«, kar v slovenščini pomeni »Zavodi za razširjeno območje«. Roberti je pojasnil, da bodo nove enote zagotavljale čim bolj učinkovite storitve prebivalcem širšega območja. Dežela bo skrbela za zakonodajo in načrtovanje, občine pa za osnovne storitve. Zavodi za razširjeno območje bodo predstavljali vmesno upravno raven.
Ni še dokončno določeno, ali bodo nove upravne enote ponovno štiri in ali bodo teritorialno obsegale območja, ki so jih pred ukinitvijo pokrivale štiri nekdanje pokrajine.
Na nedavnem posvetu, ki ga je v petek, 4. aprila, v Ogleju organiziralo društvo Terza ricostruzione, je bilo poudarjeno, da bodo pri oblikovanju novih enot pomembno vlogo igrale tudi krajevne kulturne posebnosti ter uradno priznani manjšinski jeziki – slovenščina, nemščina in furlanščina.
Med možnostmi je tudi ta, da bi nastala nova upravna enota, ki bi obsegala celotno območje nekdanje videnske pokrajine z uradno priznano prisotnostjo slovenske manjšine. Nova enota bi tako zajemala Kanalsko dolino, Rezijo, Terske doline in Nediške doline, vključno z Idarsko. Zajela bi tudi Skupnost gorskega območja za Železno in Kanalsko dolino ter Skupnost gorskega območja Nediža in Ter. Ti dve skupnosti bi verjetno že sodelovali v okviru Evropskega združenja za teritorialno sodelovanje, katerega ustanovitev preučujejo ob nekdanji meji med Italijo in Slovenijo.









