l’OPINIONE – Perfida discriminazione basata sull’equivocità semantica: «italiana o/e slovena?»

Non occorre essere di lingua slovena, appartenere a questa comunità marginale in Italia per conoscere la campionessa di pattinaggio artistico su pattini a rotelle, la pluridecorata Tanja Romano, triestina Doc, orgogliosamente appartenente alla comunità slovena della città. Domenica 7 gennaio è stata ospite di Gigi Marzullo su Rai 3, nella trasmissione Sotto voce. Personalmente non avevo seguito quella messa in onda ma ne ho seguito attentamente ogni scena ed i dialoghi nella registrazione rintracciabile in rete internet. E’ stato il Primorski dnevnik ad accendere la mia curiosità, dove si riportava una breve intervista rilasciata dalla campionessa all’articolista del giornale sloveno di Trieste, a commento della sua performance televisiva. Una frase mi aveva colpito in modo particolare. Diceva, in libera traduzione: «Nel complesso te la sei cavata bene per tutta la trasmissione, tranne che alla conclusione. Per due volte il conduttore Marzullo ti ha chiesto : Sei molto italiana? Al cento per cento italiana? Per due volte hai risposto: si.
Mi ha fatto un certo effetto l’implicito contesto verbale di denuncia, di rimprovero, come se il riconoscimento dell’italianità, evidente ed evidenziata, fosse un atto di cui vergognarsi. E, di fatto Tanja si è scusata con rassegnata vergogna, come se avesse tradito se stessa e la comunità cui appartiene. «Ero completamente nel pallone, in trance… cercate di capirmi». Per capire ho visto e rivisto lo spezzone marzulliano; e ho capito molte cose. Otto medaglie d’oro, riconoscimenti mondiali di tal fatta non sono pochi per una ragazza… Ma essa è slovena, di Trieste. Lo sapeva bene Marzullo! Presentarla come slovena, nel suo “buon cuore” di navigato intrattenitore avrebbe tolto qualcosa all’evento mediatico. Ma egli voleva qualcosa di più. E, infatti, è impeccabile la trama della trappola congegnata per ottenere lo scopo da parte dell’affabile e un po’ cinico rai-man. Dopo discorsi, che più volte tendevano a invadere la sfera privata della campionessa, un breve percorso fotografico, dall’infanzia all’esultanza dell’oro olimpico… qualche cenno di commento di lei, non un attimo per prendere fiato. Eccola a Trieste con sullo sfondo la magnificenza di piazza Unità a farle da cornice. «La mia città!» sussurra Tanja. Ed ecco la trappola: «Si sente molto triestina?». Che cosa potrebbe rispondere la ragazza? No? Un semplice: si. Ma Marzullo sa dove vuole arrivare: «Italiana? Molto italiana?». Possibile una risposta complessa? Italiana lo è di certo e Tanja risponde con una nota di timidezza: Si. «Al cento per cento italiana?» insiste il furbastro. La risposta estorta non poteva smentire le altre: Si. Secco. Appena un’ombra negli occhi e Tania si rende conto di aver ingoiato in un sol boccone esca ed amo. Non c’è tempo per una precisazione, è già partita la musica della canzone preferita e il dialogo s’è concluso. Marzullo è fiero d’aver consegnato definitivamente e totalmente all’Italia — quella allergica ai diversi, a qualsiasi gruppo o razza appartengano — gli ori olimpici di una cittadina italiana, più che degna di questa definizione.
Ed ecco il “giudice” sloveno che si sente autorizzato a giudicarla: te la sei cavata, ma… Il rimprovero è implicito, così come scontato il rossore della campionessa, che è stata costretta a dichiarare la sua appartenenza o meno ad una comunità, di cui gran parte dell’Italia xenofoba preferirebbe zbarazzarsi una volta per tutte. D’altronde la matrigna le aveva provate tutte, già da quando è andato a fuoco il Narodni dom a Trieste. Qualcosa di questo arriva alla pubblica opinione tramite la coraggiosa figura di Boris Pahor, l’autore di Necropoli, il quale rifiuta l’onorificenza pelosa della Trieste odierna, che nasconde ancora le verghe e la scure.
No, non aveva alcun diritto il sig. Marzullo a fare quelle domande dirette a Tanja Romano; non aveva alcuna ragione umana, culturale, politica o altra di chiederle quanto italiana si sentisse, perchè Tanja, mai aveva rinnegato o messa in dubbio la sua italianità. Mi dispiace per lui, ma è stata l’ignoranza, condita da voluta equivocità a falsificare i connotati chiari e limpidi di un’italianità corretta e matura, quella scritta nella Costituzione. Se il signor Marzullo ne avesse letto e compreso il senso non dico di tutti i 139 articoli, ma anche solo dei 12 aa. dei principi fondamentali, non avrebbe pronunciato quelle richieste se non in malafede. Non avrebbe sottinteso con esse la negatività di un’appartenenza slovena della campionessa. Se le avesse dato il modo, Tanja gli avrebbe spiegato, pacatamente, che la totalità del suo essere italiana non contraddice, non esclude, non altera la su profonda identità slovena. Leggano Marzullo, e tutti quelli che hanno in testa il concetto bacato di un’italianità intollerante e discriminatoria: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, per credo, sesso, politica e lingua».
Questo art. 3 è in vigore dal 1.1.1948, ma pare che oggi non vada di moda.

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