Una volta si dava sfogo all’ugola non appena ci si trovava in più di due
Mi sembra ancora di sentire l’eco… il repertorio era praticamente illimitato e metteva insieme canzoni di alpini e “ferrate”, partigiani che marciano nella neve, migranti che partono per terre lontane, ragazze che sospirano sul davanzale di una finestra in attesa di un innamorato.
Una volta si cantava sempre, non appena ci si trovava in un numero maggiore di due, per qualsiasi ragione, compleanni, anniversari, feste comandate, dopo le camminate in montagna, al ritorno dalle domeniche sugli sci, durante le gite scolastiche.
Oggi è raro sentire cantare (forse è colpa dei telefonini, forse sono semplicemente cambiate le abitudini, forse è cambiato tutto), ma le nuove generazioni non sanno che cosa si perdono. Cantare significa un modo di stare insieme, senza impegni, in modo leggero, le ore volano, si ride, si beve, si mangia, semplicemente si sta insieme senza sentire alcun obbligo di fare alcunché, di essere qualcuno, di rappresentare qualcosa.
Io avevo, anzi, ho la mia canzone preferita, che mio nonno mi insegnava, arricchendola ogni volta di nuove strofe, «Ko študent na rajžo gre, juppaj dììì, juppaj dààà», forse sperando di fare di me uno studente diligente – non posso dire che sia vissuto abbastanza per avere questa soddisfazione – o forse perché rimpiangeva di non esserlo stato lui abbastanza. Una canzone che racconta di uno «študent» che parte per la «rajža», cioè il viaggio che si fa da giovani per lo studio, in realtà un girovagare da goliardo, senza meta, alla ricerca di esperienze e di molto altro, per studiare (poco) e spendere (tutto) in mangiate e bevute in compagnia, una canzone che diventerà il mio mito e per un periodo anche un’inconsapevole guida di vita – che mi permette di rigenerare continuamente l’immagine del nonno.
Di certe canzoni neppure capivo le parole, quasi mai il senso. «Era una notte che pioveva… sentivo l’acqua giù per le spalle» mi faceva venire i brividi.
Non per niente poi non ho fatto l’alpino “esploratore”, come mi avevano classificato alla visita di leva, ma il pompiere (grazie alla legge sul post terremoto in Friuli); poi le canzoni multi-lingue, quella dalmata, così triste, in italiano e croato, «laggiù lontano, in riva al maaaaaar… , tamo je selo mojeeeee, tamo je ljubav mojaaaaa».
Qualcuno a certe canzoni si commuoveva, qualcuno si arrabbiava, ma alla fine prevale sempre la risata, poi c’è il pezzo «solo» di qualcuno che si avventura in gorgoglii auto-referenziali; qualcuno conclude a sorpresa le canzoni più allegre con un «vriskanje» che fa tremare le pareti della baita.
Alcune proprio fanno piangere, se ci penso adesso… «vsi so prihajali … njega ni b’lo, jaz sem pa jokala…», una ragazza che aspetta invano il suo amato, una cosa così triste, c’è da scommettere però che quella stessa ragazza avrà modo di rifarsi, come prevede puntualmente la successiva strofa, e il successivo ritornello, che non voglio neppure citare.
Canzoni di guerra e di pace, religiose ma non di chiesa, anche se «Signore delle cime» era sempre nella «top list», nella «hit parade», la più cantata; comunque neppure in osteria, baita e rifugio erano frequenti le canzoni «oltre il limite», anche se a volte qualcuno sussurrava a mezza voce, quasi senza farsi sentire, delle varianti un po’ stravaganti.
E così via con le canzoni che celebrano i 50 anni, la mezza età, il «leit motiv» delle canzoni friulane, la gioventù «che non ritorna», che «a je dai zovins», e intanto il tempo passa… come recitano senza eccezione le canzoni slovene, che sono anche le più tristi, così anche quelle friulane, mentre le triestine sono sempre allegre, anche se un po’ finte, come anche quelle romanesche – «se magna e se beve in alegria».
In realtà tutte le canzoni popolari hanno qualche cosa di simile, devono esprimere un’emozione, tra eroi, innamorati, coscritti, combattenti, migranti, ma devono anche ribadire qualche insegnamento, qualche regola, la pazienza, saper aspettare, cogliere l’occasione, la saggezza della vita di una volta.
E poi le canzoni senza confini, quelle che mi piacciono di più, «gion brau giace nella tomba là sul pian…», che cantano eroi di guerre contro gli oppressori, a volte abbastanza truculente che narrano di contadini-eroi servi della gleba, l’«uboga gmajna», che si ribellano e «fanno scorrere il sangue come il vino dalle botti del castello del conte». E poi quelle trilingui anzi quadrilingui, la “tarvisiana”, che recita «zwanzig personen in automobil, … ad una svolte, l’auto si volte…».
Ma raramente cantando si superano i limiti, anche dei tassi alcolici, o quelli di velocità, oltre che quelli della decenza. Ci si abbandonava alla grappa solo se si restava a dormire in rifugio (cosa che alla fine spesso succedeva), o si tornava a casa a piedi, se si era fortunati in corriera o in treno, qualche volta in autostop – il giorno dopo.
Comunque ci si divertiva abbastanza da non aver bisogno di nient’altro, quante risate, barzellette, allegre prese in giro, con le canzoni ci si potevano dire cose che altrimenti sarebbero state difficili da dire.
Poi tutto passava, e si tornava alla vita di tutti i giorni, restava un po’ di mal di testa, che però passa, come passa il tempo, come raccontavano quelle stesse canzoni sul tempo che passa.
Igor Jelen
Članek obuja čas, ko je bilo skupno petje naraven in pogost del druženja ob praznikih, izletih in vsakdanjih srečanjih. Ljudje so peli brez posebnega razloga, zgolj zato, da so bili skupaj, se sprostili in delili trenutke brez obveznosti. Ljudske pesmi so prihajale iz različnih okolij in jezikov ter so pripovedovale o ljubezni, vojni, mladosti, odhajanju in čakanju. Avtor se poglobi tudi v osebnih in družinskih spominov, skozi katere se pokaže, kako so se pesmi prenašale iz generacije v generacijo. Čeprav vseh besedil niso vedno razumeli, so pesmi vseeno vzbujale močna čustva, od veselja do žalosti. Posebno mesto imajo večjezične in krajevno zaznamovane pesmi, ki kažejo kulturno prepletenost prostora. V primerjavi z današnjim časom je takšno spontano petje redkejše, čeprav je nekoč predstavljalo pomemben del skupnega življenja. Besedilo se zaključi z občutkom tihe nostalgije po teh skupnih trenutkih.
Prevod in povzetek: D. D.









