A proposito dell’ “effetto stanchezza” che si manifesta allo spegnersi delle luci sui grandi eventi
Noi geo-politologi non ci accontentiamo. Vogliamo sempre rompere il giocattolo che abbiano tra le mani, come dei bambini troppo curiosi, per cercare di capire che cosa c’è dentro, per capire, non che cosa non funziona, ma che cosa funziona. In questo caso, il “gioco”, e la sfida, è quella di trovare il modo per fare di GO2025 qualche cosa che resti, che duri oltre il gioco e il giocattolo. L’annata è stata straordinaria, ma in tutto questo tempo, a partire dagli anni di preparativi alle feste conclusive, il mondo è cambiato.
I segnali non sono incoraggianti. File di camion su autostrade chiuse – quasi senza preavviso – da una parte, polizia (di nuovo) sul confine dall’altra, in una posa che mi sembra anacronistica, date le tecnologie di cui oggi disponiamo, perché tenere impegnate decine di agenti in posti di confine a «contare le macchine»; nessun criminale si farà trovare esattamente nel luogo e nel momento in cui sa che sarà controllato. È proprio solo voglia di esibire i simboli da parata? Senza considerare che l’ostentazione di simboli spesso è solo la copertura per le proprie debolezze, come insegnano certi scienziati della psiche. Mah!
La comunicazione tra i due Stati (italiano e sloveno) non è così buona come i festeggiamenti lasciano immaginare. Rischiamo un effetto escalation, che dal livello dei dispetti reciproci, dalle esibizioni di simboli, dalle parate si passi a qualche cosa di più ingombrante. Ma è la gente stessa che sembra aver maturato un senso di disillusione. Gli studi di sentiment Analysis (confezionati dal centro di ricerca di Nova Gorica con il quale collaboro), e lo stesso calo di partecipazione registrato in certe manifestazioni, gli stessi parlotti i cui assisto nelle strade della città, lasciano immaginare come sembra diffondersi qualche inquietudine, e anche un filo di insoddisfazione.
Forse tutto ciò è dovuto a quell’effetto stanchezza che si diffonde una volta che si spengono le luci spente… un effetto anche comprensibile. Ma anche – riferiscono ancora gli esperti di sentiment Analysis – un atteggiamento dovuto a un effetto di retorica che persiste e che si diffonde sempre, sia prima, durante che dopo i grandi eventi, che erode con il tempo i significati reali di qualsiasi idea, che è conseguente a certe (forse eccessive) manifestazioni di giubilo trans-confinario, percepite quasi come un fastidio, come un’imposizione.
Si tratta in genere delle quote di popolazione meno aperte ai cambiamenti, che non si sono lasciate facilmente coinvolgere nelle iniziative, senz’altro non di quella quota di popolazione direttamente impegnata negli eventi di GO2025 (tanti giovani da tutto il mondo, soprattutto ma anche tanti goriziani che hanno la possibilità per la prima volta di provare il brivido di vivere senza confini). Un senso di retorica che consuma i significati della festa, che rischia di lasciare percezioni ambigue, che fa sbottare a qualcuno: «Ma basta», «Sempre questo confine», «Ma chi paga il conto» [alla fine della festa]? O anche: «Sempre questi sloveni», «Ancora con questo Michelstaedter », «Sempre queste minoranze». Un atteggiamento che porta a richiudersi in se stessi, un malessere da periferia annoiata di cui noi goriziani (io sono nato a Gorizia) soffriamo periodicamente. È l’epoca della regressione, della reazione alle aperture? Del ritorno a una rassicurante noia provinciale in cui noi goriziani ci siano persi per secoli?
In realtà era da mettere in conto una reazione neo-provincialista, o pseudo-nazionalista, o anti-globalista, che alcuni autori ritengono di intravvedere, ma che non penso possa annullare quanto è stato fatto. È evidente che tutto ciò non basta, non bastano le politiche che negli ultimi decenni vogliono avvicinare top down i sistemi umani (non solo tra Italia e Slovenia, ma anche a scala più vasta tra Austria, Croazia e via dicendo).
Resta un vuoto che può diventare un problema, con tasse da pagare, tensioni da sciogliere, competizioni tra confinanti, pratiche di dumping (non solo della benzina), che non possono essere la base per tutta una politica di coesione, di convergenza e di integrazione.
Con il tempo si rischia, così, di perdere quei benefici, regredendo a un ambiente dualistico – quindi al rischio di diffondere tensioni, rinfacciamenti, recriminazioni da incanalare verso un target – e che rischia ben presto di cadere in qualche “trappola” ideologica, in cui si sviluppano le tensioni caratteristiche della contrapposizione (fino ad attribuire per default al proprio vicino le cause di tutte le proprie disgrazie). Noi «zamejci» sappiamo bene che significato ha il confine orientale oppure occidentale, per le rispettive popolazioni, quanti danni può fare certa propaganda, cui una parte di popolazione (quella che percepisce il confine come “retorica” e che si sente esclusa da quei benefici) è ancora piuttosto sensibile.
Si è appena conclusa GO2025, ma già si aprono nuove sfide contro le stesse inerzie, le stesse antipatie, gli stessi atteggiamenti che le minoranze – e tutti gli uomini di buona volontà – devono essere pronte ad affrontare. Il ritorno alla realtà non sarà facile. Il “lunedì mattina”, in realtà già la “domenica sera”, non deve essere un brusco risveglio (o una sopravvenuta sonnolenza); GO2025 ha cambiato le cose, niente ci farà tornare indietro alla noia della polverosa Gorizia di periferia, tagliata in due dal confine, di una volta.
Igor Jelen
* Dalla discussione seguita all’intervento «Città multipolare come modello di sviluppo per Gorizia/ Nova Gorica: alla ricerca di un’alternativa per evitare il nuovo «territorial trap», al convegno «Gorica in Nova Gorica: razvojne možnosti, medkulturne in urbane razvojne možnosti», dello scorso 6 ottobre.









