Dai tempi del «te mali kraj»

 
 
Dopo l’abitato di Pulfero il corso del Natisone si apre lasciando sulla destra un declivio su cui si è insediata Cicigolis / Ščigla in prossimità dell’antico guado, prima che qualsiasi ponte fosse costruito lungo la valle.
In tempi neppure tanto remoti il paesino godeva di una invidiabile vitalità e laboriosità come, del resto, tutti i numerosissimi abitati della vallata sparsi sui versanti del Matajur e del Kraguojnca. Circa 60 anni fa (1951), tutto il comune contava 3.735 residenti, e Cicigolis ne aveva 156. Di tutti questi, due anni fa, al comune erano rimasti 3 su 10, e a Cicigolis 68, a dimostrare le dubbie prospettive di crescita demografica anche a fronte di immigrati extracomunitari che cercano casa in zona. Senza di loro probabilmente la scuola elementare “di tutto il comune” avrebbe già chiuso i battenti.
Com’era una volta ce ne facciamo un’idea dalla foto a lato (1948), fornitami da Giovanni Gubana. Vi si contano 58 alunni solo per il capoluogo, mentre, solo tre anni prima la stessa ne aveva 88 e tutto il comune ben 569. E’ scomparso quasi del tutto il ricambio generazionale ed anche Ščigla, sebbene così vicina ai centri maggiori dotati dei servizi sociali indispensabili, a soli 187 m.s.m. risente di questa spirale demografica involutiva.
Riguardo al nome di Cicigolis e a quello sloveno di Ščigla l’esperto in toponomastica Božo Zuanella ha fatto, a suo tempo, una lunga disquisizione, senza tuttavia giungere a conclusioni certe. Probabilmente deriva da una parola latina, “cicula” o “cancicula” che sia. I dubbi rimangono, ma la data di nascita del paese va molto oltre i 599 anni trascorsi dal primo documento, relativo ad Antro, che la nomina espressamente (1411).
Il paesino presenta oggi stupende caratteristiche architettoniche, con la rara pavimentazione di pietre tonde dell’ampio cortile, circondato da case ristrutturate in modo da mantenere il più possibile l’architettura rurale originaria. «Il rifacimento del lastricato — commenta Giovanni — è opera recente. La corte ha subito diverse volte gli sconquassi dovuti ai lavori di posa dei tubi dell’acquedotto. Il primo acciottolato risale già ai tempi della prima guerra mondiale, quando il paese era stato adibito ad ospedale militare in vista della guerra in arrivo. Sullo stesso aveva posato le regali scarpe il “te mal’ kraj “, “il re piccolo”». (Scherzoso epiteto di Vittorio Emmanuele III, per la sua statura. D’altronde anche gli altri sudditi del regno lo chiamavano simpaticamente Sciaboletta o Re tappo. Ma la nostra gente, aveva qualche ragione in più; è assodato infatti che allora i giovani di leva del distretto di San Pietro erano in media i più alti di statura di tutti gli altri coscritti d’Italia., ndr).
Il cortiletto, che gode di un’acustica particolare, con la collaborazione dei residenti, si presta a diverse manifestazioni culturali, canore e musicali. Tra le prime ci fu Folkest, poi altre, tra cui quelle organizzate dall’Università della terza età di S. Pietro.
«Che qui ci fosse l’ospedale militare nel corso del primo conflitto mondiale non è certo una novità e mi pare una omissione non averlo specificato nel libro edito dal comune nel 1994: “Pulfero – Ambiente – storia – cultura”. D’altronde qui vi sono ancora evidenti segni e scritte sui muri dei vecchi locali che avevano ospitato i bagni, l’infermeria, la disinfezione, gli alloggiamenti. Su alcuni muri, ai piani superiori, credo ci siano ancora le scritte dei posti numerati per il personale militare. A fianco del paese, il campo dei Zarnažovi, era stato lastricato anch’esso per ospitare le numerose baracche per il ricovero dei malati e dei feriti provenienti dal vicino fronte nel bacino dell’Isonzo. A guerra finita parte dei materiali, quali le coperture, sono state usate dai paesani per i numerosi “kazoni”, ricoveri per animali e foraggi disseminati sui terreni sovrastanti il paese». Questo il racconto di Giovanni.
La storia del paese nell’ultimo secolo non è che la fotocopia della più ampia ed inarrestabile involuzione complessiva della comunità slovena delle nostre valli. Sebbene la ricostruzione dopo il terremoto del 1976 abbia portato al recupero ed all’ammodernamento di molti edifici del paese, oggi l'incuria e l’abbandono mostrano come un bene privato, ma ristrutturato con soldi pubblici, possa andare rapidamente in rovina.
Le ragioni sono tante, ma, come osserva Giovanni Gubana, pare ancora incidere l’antico precetto, che «staroščine se na predaja! — i beni di famiglia non si vendono». Succede spesso che, piuttosto che cedere in affitto o vendere a prezzi di mercato un immobile, lo si abbandoni al degrado. Se i figli o i nipoti degli emigrati, ormai dimentichi delle proprie radici, sono disposti a vendere si aspettano ricavi fuori mercato, ma intanto non curano affatto il patrimonio e, come si sa, basta una goccia sulla trave portante del tetto ed in breve va tutto in rovina.
Purtroppo, però, la rovina non si ferma ai tetti ed ai muri!

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