DON GIOVANNI DRIUSSI teologo e collaboratore pastorale nelle parrocchie delle Valli del Natisone e dell’Alberone
«Nelle Valli vedo una fede solida, robusta, radicata e percepita come una eredità ricevuta di generazione in generazione, alla quale non si può rinunciare. Da qui deriva una appartenenza forte al cristianesimo. È una fede intima, sentita interiormente, che magari non ha grandi manifestazioni esteriori, ma riesci quasi a toccarla con mano.»
L’augurio più bello per il Natale 2025? «In mezzo ai tanti affanni, difficoltà e contrasti che ci si presentano ogni giorno, il Redentore, che ancora una volta si fa vicino all’umanità nella mangiatoia di Betlemme, possa insegnarci a guardare ai tanti germogli di novità e di bene che silenziosamente fioriscono intorno a noi». Don Giovanni Driussi, 59 anni, udinese di origine, dal maggio scorso è collaboratore pastorale nelle parrocchie del comune di Pulfero e da qualche settimana anche del comune di Savogna. Già docente del Seminario interdiocesano e dell’Istituto superiore di Scienze religiose di Udine, ha una vasta preparazione teologica che comprende anche un dottorato in Patristica alla Pontificia Università Lateranense. È stato, tra i tanti incarichi pastorali svolti, parroco di Laipacco e San Paolino in Udine, poi di Faedis. A lui abbiamo chiesto di darci qualche spunto di riflessione sul Natale, ma anche le impressioni su questi primi mesi di impegno pastorale nelle Valli del Natisone.
Don Driussi, quale impressione si porta dalla sua esperienza pastorale nelle chiese delle Valli del Natisone?
«Ho iniziato a Pulfero… Montefosca, Erbezzo, Antro e Lasiz, Rodda, Mersino Alto e Basso, tutti paesi che ho scoperto per la prima volta. Ogni tanto mi capita di andare a dire messa anche a Savogna e Cepletischis. Vedo che tutte queste comunità sono molto legate alla chiesa e alle tradizioni cristiane. Mi piange il cuore quando capita che una domenica non si riesce a garantire il servizio liturgico in una di queste chiese.
Sono piccole comunità che ci tengono molto all’appuntamento con la Santa Messa domenicale, per non parlare poi delle grandi feste dell’anno liturgico, dalla Rožinca alla Kuatrinca, dal Senjam alla Festa del ringraziamento. E spesso dopo la Messa si fermano insieme per un momento di condivisione. Comunità piccole ma vive e partecipi. Dappertutto ho ricevuto una accoglienza calorosa e sincera».
Quali le sue impressioni sulla fede dei valligiani?
«Vedo una fede solida, robusta, radicata e percepita come una eredità ricevuta di generazione in generazione, alla quale non si può rinunciare. Da qui deriva una appartenenza forte al cristianesimo. Mi colpisce sempre, in occasione della Kuatrinca, vedere la gente ferma in piedi vicino alle tombe dei propri cari. C’è l’affetto, la memoria, il ricordo delle persone, ma non c’è solo la dimensione umana. Vedo il riconoscimento che quello che siamo oggi deriva da ciò che abbiamo ricevuto anche spiritualmente dalle generazioni che ci hanno preceduto e che ora vivono in Dio. È una fede intima, sentita interiormente, che magari non ha grandi manifestazioni esteriori, ma riesci quasi a toccarla con mano».
Anche il rinnovarsi delle tradizioni natalizie è molto significativo…
«Non ho avuto ancora l’opportunità di vivere la Devetica božična, ma trovo che l’andare a pregare nelle case sia un modo stupendo per riaffermare il fatto che il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. È un atto di fiducia sulla presenza del Signore nella nostra vita, lungo le nostre strade».
Lei ha deciso di iniziare a studiare la lingua slovena. Lingua, cultura e fede sono elementi molto legati tra di loro…
«Sì mi sono iscritto al corso organizzato dall’associazione don Eugenio Blanchini a Udine, nei locali della parrocchia di San Quirino in via Gemona. Ho iniziato ad ottobre, nel corso per principianti siamo una decina di persone tutte molto motivate per ragioni diverse. Io l’ho fatto per sentirmi più vicino alla gente, anche se so che il dialetto locale ha le sue differenze dalla lingua letteraria slovena, ma la radice delle parole e le regole grammaticali sono le stesse. È una lingua impegnativa, ma mi piace molto per i suoi suoni e l’articolazione grammaticale basata sulle declinazioni come nel latino e nel greco, la particolarità della forma duale che tutte le altre lingue slave hanno perso nei secoli. Come sacerdoti dobbiamo essere il più possibile vicini alla gente e la lingua è un aspetto fondamentale. È una chiave per riuscire ad entrare nello spirito della gente».
Lei ha conosciuto bene alcuni sacerdoti delle Valli del Natisone. Anche la loro testimonianza è ben viva nella fede della gente…
«Ho conosciuto molto bene mons. Dionisio Mateucig e naturalmente mons. Marino Qualizza, che è stato anche mio maestro in teologia, insegnante preparatissimo e sempre aggiornato, grande oratore e conferenziere. Ma ho conosciuto anche don Mario Qualizza e don Natalino Zuanella. Sono tutte figure molto vive nella memoria e nella fede della gente delle Valli. Per non parlare di altre figure del passato. Come don Emilio Cencig, nativo di Montefosca dove vado spesso a celebrare».
Ma veniamo a questo Natale 2025. Il periodo è quello che è: ogni giorno, a tutti i livelli, da quello politico internazionale a quello sociale, ci propone conflitti e contrasti violenti. Che messaggio ci può arrivare in questo contesto dalla grotta di Betlemme?
«Dobbiamo recuperare la speranza e tenerla viva. Come cristiani siamo chiamati ad essere uomini di speranza. Mentre tutti gli altri sottolineano le cose che non vanno, il male che c’è e che sembra prevalere a tutti i livelli. Non possiamo certo chiudere gli occhi sul male che ci circonda, ma come credenti siamo chiamati ad accorgerci di quel germoglio che esce dal tronco di Jesse e di cui ci parla il profeta Isaia, quel virgulto che potrà crescere e fare del bene. Natale è accogliere il mistero del Dio con noi, accorgersi che lui ci viene incontro sempre come luce vera che illumina il mondo e dà senso alla vita di ogni uomo. Il bambino nella mangiatoia ha le braccia allargate verso tutti. Natale è Dio che ancora una volta si fa vicino all’uomo. E se l’umanità si accorge di lui, allora sbocciano il rispetto dell’altro, la serenità del cuore, la pace e l’accoglienza, i grandi valori che non dobbiamo mai dimenticare ».
Talvolta il Natale invece che la pace porta con sé una forma di stress…
«Tutto rischia di trasformarsi in una gara nell’essere perfetti e innovativi nell’apparenza delle feste, con la conseguente ansia nel cuore. Il Natale invece ci richiama all’essenzialità, a riconoscere le cose importanti della vita, quelle che veramente fanno crescere a livello interiore. Alla fine dobbiamo scoprire che non siamo noi che dobbiamo donare qualcosa agli altri, ma è Dio che si dona a noi. Ho riletto in questi giorni una poesia di padre David Maria Turoldo: “Scoprirsi fratelli, bisognosi l’uno dell’altro e non saperci mai soli. Questo è il Natale: il giorno in cui perfino Dio non può stare da solo”».
A guardar bene nelle nostre montagne della Benecia, insieme a tanti problemi, di germogli di speranza e di rinascita ce ne sono davvero molti…
«Sì, la scorsa settimana alla mostra mercato dell’artigianato a San Pietro al Natisone abbiamo visto tante persone e tanti giovani che hanno messo su nuove attività economiche che lavorano sull’eccellenza. Basta pensare a Montefosca, solo 20 abitanti, ma con una latteria funzionante che fa ottimi prodotti. Ma poi ci sono i tanti gruppi culturali, i cori, chi scrive poesie, chi con lo sport tiene vicino i giovani, chi tiene vive le tradizioni del paese… Io ancora non conosco tutto ciò che c’è nelle Valli, ma percepisco tante belle iniziative e una crescente capacità di unirsi e lavorare insieme per costruire il futuro di queste vallate».
Quale augurio finale per i nostri lettori?
«Lasciamoci affascinare dal mistero del Natale, fermiamoci col cuore davanti alla grotta di Betlemme stupendoci per questo filo rosso che ancora una volta unisce il cielo e la terra. Dio torna in mezzo a noi per insegnarci a cercare le cose più grandi della vita. Questo è il più grande dono del Natale».
”La lingua slovena è una chiave per stare vicini alla gente!”
Roberto Pensa
Don Giovanni Driussi ob božiču 2025 vabi k upanju: sredi vsakdanega stiska in nasprotija naj znamo prepoznati tisto, kar je dobrega, saj se je Bog v betlehemskih jaslih znova približal človeku.
59-letni duhovnik iz Vidma je od maja postal pastoralni sodelavec v župnijah občine Podbonesac in pred kratkim tudi v Sauodnji. V prvih mesecih dela v Nediških dolinah je opazil majhne, a žive skupnosti, močno povezane s cerkvijo in krščansko vero, katere uživajo trenutke druženja po maši. Čeprav so majhne, zelo cenijo nedeljsko sveto mašo in velike praznike cerkvenega leta, kot so Rožinca, Kuatrinca in Senjam. Don Driussi je bil povsod sprejet toplo in iskreno, kar ga je globoko prizadelo in razveselilo.
Vera ljudi v Nediških dolinah je po njegovih besedah trdna in globoko zakoreninjena ter doživeta kot dediščina, ki se prenaša iz generacije v generacijo. Iz tega izhaja močna pripadnost krščanstvu. Posebej ga nagovarja odnos do pokojnih, zlasti ob Kuatrinci, kjer se poleg človeške navezanosti kaže tudi zavest o duhovni povezanosti z generacijami, ki so pred nami in zdaj živijo v Bogu. Gre za notranjo, tiho vero, ki ni razkazovalna, a je zelo navzoča in občutna.
Kot pomemben izraz vere omenja tudi božične navade. Čeprav Devetice božične še ni doživel, poudarja pomen molitve po hišah, ki potrjuje vero v Boga, ki je postal človek ter se naselil med ljudi in ostaja ter nas sprejme po poti našega življenja.
Don Driussi se je začel tudi učiti slovenski jezik. Prijavil se je na tečaj, ki ga v Vidmu organizira društvo Blanchini, da bi se bolje povezal z ljudmi v Nediških dolinah. Čeprav se lokalni dialekt nekoliko razlikuje od knjižne slovenščine, je osnovna slovnica približno enaka. Znanje in učenje jezika ga navduši zaradi svojih nenavadnih zvokov črk, slovničnih struktur in oblike dvojine, ki v drugih slovanskih jezikih ni več tako uporabljeno. Jezik je za njega zelo pomemben za razumevanje kulture, vere, tradicije in celo ljudi, ki tam živijo.
Poleg tega je dobro spoznal tudi duhovnike iz Nediških dolin, kateri še danes živijo v veri in misli ljudi. Med njimi izpostavlja msgr. Dionisia Mateuciga in msgr. Marina Qualizzo, ki je bil njegov teološki učitelj, ter g. Maria Qualizza in g. Natalina Zuanella. Pomembne so tudi zgodovinske figure, kot je g. Emilio Cencig iz Čarnega Varha, kjer g. Driussi pogosto vodi mašo.
V tem letu poln konfliktov in vsakodnevnih nasprotij, g. Giovanni Driussi poudarja pomen upanja za letošni Božič. Kot kristjani smo povabljeni, da opazimo tisto, kar je dobrega. Božič pomeni sprejeti Boga, ki prihaja k človeku kot prava luč, ki osvetljuje svet in daje življenju smisel. Jezus v jaslih razširi roke, simbol miru, spoštovanja, sprejemanja in vrednote, ki ne smemo pozabiti.
Hkrati opozarja, da božič pogosto prinaša uznemirrjenje, ker se prazniki zlahka spremenijo v tekmovanje v popolnosti in novosti. Pravi pomen božiča pa je preprost: prepoznati, kaj v življenju res šteje, in odkriti, da je Bog tisti, ki se daruje nam, ne obratno. Kot je zapisal David Maria Turoldo: božič je dan, ko tudi Bog ne more biti sam, saj nas povezuje v bratstvo in medsebojno potrebo.
Za konec g. Driussi bralcem sporoča: ustavimo se s srcem pred betlehemsko votlino in se pustimo nagovoriti skrivnosti božiča. Bog znova prihaja med ljudi, da bi nas naučil iskati tisto, kar je v življenju res pomembno – to je največji dar božiča.
“Slovenski jezik je ključ združenja ljudi!“









