Barsanufio il Grande monaco del deserto

 
 
La spiritualità della Chiesa (non solo Slava, ma ciò ebbe un influsso particolarmente rimarchevole nella Chiesa d’Oriente e comunque molto più che non nella sua controparte occidentale) non avrebbe raggiunto le vette altissime che tutti conosciamo se non fosse esistito quel movimento mistico che con il nome di ‘Padri del Deserto’ venne ad indicare una realtà mistica fatta appunto di monaci.
Secondo l’etimologia, monaco è parola di origine greca che indica ‘l’uno’ e dunque monaco è colui che ‘si unifica’ a Cristo — per dirla usando la spiegazione che del termine danno i Padri della Chiesa d’Oriente —, che diventa una sola cosa con Cristo e vive la sua cristianità da anacoreta, colui cioè che ‘si ritira’ nel deserto. L’etimologia di deserto, in italiano, deriva dal latino deserère, ossia ‘abbandonare, lasciare in abbandono’ e l’idea del deserto è dunque quasi sempre associata a qualcosa di negativo, in cui atemporalità e silenzio scandiscono alcune delle ataviche paure dell’uomo. Non così comunque il deserto va inteso per il cristiano, che sempre è riuscito a dominarlo. Anzi, è proprio nel deserto che si affina il suo senso di Dio: in esso, poco alla volta e fino dall’antichità, l’uomo ha infatti elaborato l’idea del Dio unico. Così, dal punto di vista strettamente spirituale, il deserto racchiude allora qualcosa in più che la semplice nozione di luogo di ritiro. Paradossalmente, nella profonda solitudine che esso esprime, l’uomo non è solo insieme al deserto; è solo insieme a Dio. Posto nel nulla assoluto, l’uomo sceglie l’Assoluto: messo alla prova di se stesso dall’ambiente ostile del deserto, uno dei più noti Padri del deserto, Antonio, infatti reagisce e alla fine incontra Dio. Ed è allora che, mentre la luce della fede illumina i due protagonisti, si instaura quel delizioso dialogo a due a cui ognuno di noi ha avuto l’opportunità di partecipare almeno una volta nella propria vita: Antonio domanda — dice Atanasio nella Vita di Antonio — «Dov’eri? Perché non sei apparso fino dall’inizio per fare cessare le mie sofferenze?» e Dio risponde: «Io ero là, ma attendevo per vederti combattere!».
Nella vita, ogni conquista — al di là delle intrinseche positività o negatività che essa racchiude — sembra scaturire da una battaglia personale. Ciò vale anche per la mistica religiosa e nella solitudine del deserto la ricerca spirituale passa anche da quella meravigliosa sintonia che si instaura tra la profondità del cuore e l’ambiente esterno. Alla fine, come dice Poemen, un altro dei Padri del deserto, «la bocca dirà ciò che il cuore racchiude».
È questo il fil rouge con cui va letta l’intera opera di Barsanufio, secondo il quale ‘l’uomo interiore’ (Lettera 72) contiene una struttura profonda che determina il suo agire esterno: vale a dire, il suo rapporto con Dio. Quel rapporto che, se alimentato, porterà a quelle positività che di volta in volta prenderanno il nome di umiltà, obbedienza, pazienza, perserveranza, amore.
È questo dunque il deserto che tra il IV e il VI secolo seppe fare fiorire la spiritualità della Chiesa d’Oriente nel buio delle grotte dei monasteri della Tebaide, illuminate solo dal fuoco della fede ed alla cui definizione mistica Barsanufio è riuscito a contribuire in maniera del tutto decisiva attraverso le proprie parole. Barsanufio è tra l’altro sicuro di non essere lui a parlare, ma di essere solo latore di quelle parole che gli derivano direttamente da Dio attraverso lo Spirito Santo. Ritiene inoltre che «Dio riveli il modo di vivere attraverso l’opera dei profeti e degli apostoli» (Lettera 605) e dunque non ostacola, anzi caldeggia l’aggregazione alla vita cenobitica di Giovanni, un altro monaco eremita di particolare discernimento e sensibilità religiosa, attratto dalla luce mistica del Santo. Insieme vissero appieno l’esperienza della mistica del deserto, scegliendo uno stretto anacoretismo nel monastero di Abba Seridus presso Gaza, in Palestina, illuminati dai doni divini della profezia (Giovanni) e della spiritualità (Barsanufio) più elevate. Insieme sono ricordati dalla Chiesa Slava d’Oriente il 7 di Febbraio. Insieme compaiono raffigurati nell’icona che ricorda la loro grande spiritualità e la loro opera di teologia pratica e di educazione religiosa espletata attraverso centinaia di lettere, in cui l’identità del pensiero spirituale tra i due è talmente evidente da rendere talora difficile l’attribuzione di queste all’uno o all’altro.
Fu uno dei monaci presenti nel monastero — appunto Abba Seridus — ad essere indicato nella funzione di abate (Abba) con il duplice compito di redigere le centinaia di lettere dettate dal Santo e di gestire i molti monaci che arrivavano da ogni parte per radunarsi intorno a Barsanufio, attratti non solo dalle numerose attività che si svolgevano all’interno del monastero, tra cui incontri teologici e momenti di preghiera (entrambi documentati nelle stesse Lettere), ma soprattutto dalle sue altissime qualità mistiche. Tuttavia, allo scopo di dedicare la propria vita unicamente alla contemplazione celeste, lo stesso Barsanufio intorno al 510 lasciò il monastero per rifugiarsi in una grotta e lì dedicarsi unicamente a quella vita di preghiera e solitudine che lo potesse condurre alla assoluta ascesi mistica con cui egli andava cercando una perfetta unione e di cui molto spesso si legge negli scritti dei Padri del deserto, frequentemente citati nelle sue lettere come il modello da imitare e da cui trarre vantaggiosi insegnamenti per una vita cristiana. È comunque a questo ultimo periodo della sua vita che risalgono gli epiteti con cui Barsanufio venne chiamato e ricordato: ‘il santo vecchio’ e ‘il grande vecchio’.
«O Barsanufio il Grande e tu, Giovanni, splendido profeta: tutti i segreti reconditi degli uomini e le liberalità di Dio sono vividamente mostrati nello specchio dei vostri puri cuori e con l’aiuto della grazia divina voi dipanate le ombre del peccato dal cuore dell’uomo», dice il Kondàk del giorno della loro commemorazione.

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