Riforma regionale: Il prof. Sandro Fabbro critico sull’intenzione di riproporre tali e quali gli enti aboliti

«La montagna friulana non perda l’occasione di rivendicare la sua autonomia e di pretendere che ci sia un ente locale elettivo capace di interpretare le specifiche esigenze delle terre alte». Così l’urbanista Sandro Fabbro, docente associato di Urbanistica dell’Università di Udine e presidente dell’associazione Terza ricostruzione commenta l’imminente discussione in Consiglio regionale del disegno di legge della giunta che ricostituirà le Province in Friuli Venezia Giulia, abolite nel 2016 dall’allora giunta Serracchiani, inaugurando la sciagurata parentesi delle Uti (Unioni territoriali intercomunali).
«La decisione della giunta Fedriga è quella di ricostituire le Province come erano al momento della loro abolizione – spiega il prof. Fabbro –, sia come articolazione territoriale, sia come competenze. Una scelta che si giustifica, nei fatti, con la volontà di concludere questa riforma, con la ricostituzione degli enti e la convocazione delle elezioni provinciali, prima della fine della legislatura regionale, adempiendo così al programma elettorale del Centrodestra. La stessa legge costituzionale, che reintroduce le Province in Friuli Venezia Giulia, prevede infatti che ogni cambiamento territoriale debba essere confermato dall’intesa con le zone interessate e lo svolgimento di referendum evidentemente non sarebbe compatibile con l’orizzonte del 2027».
Nella sostanza delle cose, però, i motivi per intervenire subito sull’assetto territoriale ci sarebbero tutti, cosa che ha spinto il prof. Fabbro a elaborare un articolato progetto di riforma.
Gli aspetti problematici affrontati sono sostanzialmente due: riequilibrare il rapporto e la distribuzione di potere tra città e periferia e quella tra pianura e montagna. In entrambi i casi, per motivi di numerosità dell’elettorato e di influenza storica ed economica, le strategie che partono dai capoluoghi prevaricano le esigenze delle zone extraurbane e quelle della pianura coartano le necessità della montagna.
Per il primo problema Fabbro immagina un modello alla tedesca, dove le aree urbane (gli ex capoluoghi regionali Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine a cui viene aggiunto Monfalcone) rimangono autonome, mentre l’ente provincia si occupa solo dell’area vasta extraurbana.
Per quanto riguarda le terre alte, Fabbro propone la costituzione di una Provincia della montagna, da scorporare dai vecchi territori provinciali di Pordenone e Udine. «Potrebbe essere un’unica provincia, che spazia dalla Valcellina alle Valli del Natisone, oppure due territori provinciali se questa area fosse considerata troppo ampia – spiega Fabbro.
Per quanto riguarda la Slavia, comunque, ritengo che sarebbe più che mai opportuno un forte coinvolgimento delle comunità locali nella scelta se entrare nella provincia della montagna o rimanere legate all’area vasta udinese, considerando anche la presenza della minoranza slovena che ha particolari esigenze di tutela e valorizzazione».
Due anni fa, ad un convegno organizzato ad Aquileia proprio dall’associazione Terza ricostruzione, l’assessore regionale alle Autonomie locali, Pierpaolo Roberti, era sembrato aprire alla possibilità di cambiamenti territoriali, sottolineando però che tali richieste avrebbero dovuto scaturire da forti movimenti territoriali i quali, per essere sinceri, non si sono mai palesati all’orizzonte politico. In quella occasione si parlava della richiesta dei comuni del Cervignanese di lasciare la provincia di Udine per affluire in quella di Gorizia, ricostituendo la storica Contea Austro-Ungarica. Roberti però aveva anche palesato chiaramente il suo forte disfavore verso gli enti di secondo grado, circostanza che era sembrata un assist alle zone montane a chiedere la trasformazione delle Comunità di montagna, magari dopo alcuni processi di aggregazione, in Province elettive.
Oggi queste prospettive appaiono del tutto tramontate, almeno nell’orizzonte di questa legislatura regionale. Vero è che sembra mancare quasi del tutto la spinta e l’interesse «dal basso» dei territori e delle popolazioni. Anche la Carnia, che in passato aveva visto nascere un forte movimento per la creazione della Provincia della montagna, appare silente.
«Certo si avverte nella società il crescere di quella disillusione che alimenta poi l’astensionismo alle elezioni. E probabilmente pesa anche il risultato del referendum del 2004 – spiega il prof. Fabbro – in cui Valcanale e Canal del Ferro dissero di no a larga maggioranza alla prospettiva di un unico ente provinciale montano insieme alla Carnia. Ma non credo che allora sia stata bocciata l’idea di un ente provinciale autonomo della montagna, quanto piuttosto l’atteggiamento “Tolmezzo centrico” di quello specifico progetto che è entrato in collisione con Tarvisio e Gemona».
Terza ricostruzione però non demorde nel suo impegno per far capire ai cittadini il grande valore dell’autonomia e ha chiesto anche di essere audita dal Consiglio regionale nel corso dell’iter per la reintroduzione delle Province.
Su altri fronti invece si preannuncia una raccolta di firme di un cartello di associazioni per una legge di iniziativa popolare che riproponga una divisone territoriale basata su due enti provinciali, Friuli e Trieste, sul modello di Trento e Bolzano.
Ma il centrodestra in questa fase preferisce affrettarsi per arrivare a un traguardo. Intanto si rifaranno le Province come erano nel 2016, poi la loro possibile riforma, in termini di competenze e territorio, sarà probabilmente materia delle campagne elettorali per le elezioni provinciali e forse regionali del 2028.
Roberto Pensa
V Furlaniji Julijski krajini se ponovno odpira razprava o prihodnji ureditvi pokrajin. Deželni svet bo kmalu obravnaval zakon, ki predvideva ponovno uvedbo pokrajin, ukinjenih leta 2016. Po predlogu deželne vlade naj bi bile pokrajine obnovljene v enaki obliki in z enakimi pristojnostmi, kot so jih imele pred ukinitvijo.
Ob tem urbanist Sandro Fabbro, profesor na Univerzi v Vidmu in predsednik združenja “Terza ricostruzione”, opozarja, da bi bilo smiselno razmisliti tudi o drugačni teritorialni ureditvi. Po njegovem mnenju, imajo zaradi večjega političnega in gospodarskega vpliva mesta, pogosto prednost pred obrobnimi območji, podobno pa potrebe bolj razvitega območja (nižina), pogosto prevladajo nad tistim iz gorskega sveta.
Fabbro zato predlaga model, po katerem bi večja mesta ohranila samostojen položaj, pokrajine pa bi se osredotočile predvsem na upravljanje širših zunajmestnih območij. Posebno pozornost namenja goram, za katere predlaga ustanovitev posebne pokrajine oz. »Provincia della montagna«, ki bi lahko povezala območje od Valcelline do Nediških dolin.
Glede Benečije (avtor govori o “Slavia”), poudarja, da bi lokalne skupnosti morale imeti pomembno vlogo pri odločanju o svoji prihodnji umestitvi. Pri tem opozarja tudi na prisotnost slovenske manjšine, ki ima posebne potrebe na področju zaščite in ovrednotenje svojega jezika ter kulture.
Podobne pobude so se pojavljale že v preteklosti, vendar danes med prebivalci ni opaziti večjega zanimanja za spremembe. Po Fabbrovega mnenja je to povezano tudi z vse večjim razočaranjem nad politiko in posledično nižjo volilno udeležbo. Kljub temu združenje “Terza ricostruzione” nadaljuje svoje dejavnosti ter upa, da bo glas lokalnih skupnosti upoštevan tudi med razpravo o reformi.
Po trenutnih načrtih bodo pokrajine za zdaj ponovno uvedene v obliki, kakršna je veljala do leta 2016. Razprave o morebitnih spremembah mej, pristojnosti in vlogi gorskih območij pa bodo najverjetneje ostale odprte tudi v prihodnjih letih.
Prevod in povzetek: D. D.








