Dizionario biografico degli Sloveni della Benecia degni di essere ricordati per aver lasciato una traccia positiva nella storia. La famiglia patriarcale e il duro lavoro nei campi. «Alla sera è bello sentire il canto che all’unisono sale da tutte le case del paese». Il malcontento nei confronti del governo austriaco.
Le notizie, che nel 1849 il 25enne studente di teologia nel seminario di Gorizia, Ivan Oballa, di Mersino Alto scrisse per il giornale Slovenija di Lubiana, si riferiscono alla Benecia della prima metà dell’Ottocento e sono interessanti perché offrono alcuni dati sulla situazione socioeconomica e sul malcontento che serpeggiava tra la gente nei confronti del governo austriaco.
«Presso gli Sloveni della Benecia – annota – vige il vecchio sistema del patriarcato. Le famiglie sono numerose. Spesso succede che in una casa ci sono tre o quattro uomini sposati, ma colui che ha avuto la benedizione del padre diventa per il futuro il padrone, il capo, il comandante; egli tutto compra, paga, ha la cassa, provvede a tutto, riscuote ecc.; a meno che non danneggi tutta la casa gli altri eseguono quello che lui comanda e devono tacere. Ogni giorno, al mattino e alla sera, recitano il rosario e alla fine eseguono un breve canto sacro. […] Alla sera è bello sentire il canto che all’unisono sale da tutte le case del paese». È interessante il verbo heliti (= cantare) che Oballa usa e ne spiega il significato: «cantare salmi o canti sacri in chiesa o in casa». Conosciuto in Benecia e nel Goriziano anche come geliti o helkati, deriva dall’antico verbo tedesco gehellen che significa cantare in coro (Kelemina 1954:327).
Più avanti Oballa fornisce alcune notizie di carattere economico. «La terra è fertile e produce ogni tipo di cereale, in particolare il granoturco; in montagna l’uva non matura per cui non se ne curano. Ogni casa ha dalle 3 alle 6 e anche 8 mucche, 100 pecore e qualche capra. Il cibo giornaliero è il latte, la batuda [latticello] e la polenta oltre a qualche minestra; ugualmente sono robusti, tenaci, sani, di alta statura, forti e raggiungono un’età avanzata». Si sofferma poi sul duro lavoro della gente di montagna (evidentemente si riferisce per lo più ai suoi paesani di Mersino Alto) che a mano vangano i campi, portano il letame nelle gerle, per tre, quattro ore portano la legna, il fieno e le fascine pesanti da un quintale a un quintale e mezzo. «Si arrampicano fra le rocce per prendere un pugno di fieno, qualche radice, un pezzo di legno per il focolare e questo per mancanza dei boschi che sono stati tagliati e venduti dai loro dissennati antenati». Si espongono troppo al pericolo per cui succedono molte disgrazie. «Cantano allegramente in gruppo quando al mattino si avviano verso planine [pascoli] mentre alla sera mamme, figli, fratelli o sorelle piangono qualcuno che è inciampato in un sasso ed è precipitato in un burrone; qualcuno si sfracella a tal punto che le sue membra non si trovano o non le si può raggiungere; alle volte portano a casa il corpo fatto a pezzi in un lenzuolo. Anche alle mucche succedono questi incidenti se si spingono tra di loro e precipitano sulle rocce». Per migliorare le condizioni economiche alcuni si dedicano al commercio ma i più vanno in Ungheria, na Vogerijo, a vendere stoffe.
Per dare un saggio sul dialetto sloveno della Benecia, Ivan Oballa riporta un dialogo tra due uomini, Dreja e Matic, dal quale traspare una forte opposizione al governo austriaco. Matiz racconta che suo figlio Jožef, assieme ad altri otto commilitoni, ha disertato da un reparto dell’esercito austriaco di stanza nella Kranjska / Carniola (Slovenia centrale) ed è tornato a casa. Ora, racconta il padre, si nasconde nel solaio o nel fienile e di notte viene in casa a mangiare qualcosa, prende un pezzo di pane e poi se ne va nei kazoni sui pascoli. Non ne vuole sapere di rientrare nel reparto dove sicuramente sarebbe punito con grande durezza. Matic auspica che presto Cesar / l’imperatore austriaco venga mandato via in modo che il figlio possa tornare libero. Anche Dreja si augura che Venezia / Benetke cacci quanto prima i “tedeschi”.
Ivan Oballa va poi ricordato per la sua brevissima stagione letteraria in lingua slovena che ha espresso in dieci racconti e favole e in tre poesie, tutti pubblicati dal settimanale Vedež – Časopis za šolsko mladost (Il conoscitore – Giornale per la gioventù studentesca) di Lubiana che ebbe vita molto breve (1848-1850) e fu curato dal linguista ed etnologo Ivan Navratil (1825-1896).
Questi scritti, scrive Božo Zuanella, «sono importanti non tanto dal punto di vista letterario (si tratta soprattutto di poesie e racconti di carattere educativo), quanto dal punto di vista storico, quale testimonianza del risveglio culturale e nazionale sloveno avvertibile anche tra gli intellettuali sloveni delle Valli del Natisone, soprattutto sacerdoti, negli anni a cavallo del 1848 che segna il risveglio di tutti i gruppi nazionali conglobati nell’impero Austro-ungarico i quali rivendicano una autonomia politica, culturale ed economica».
Dal punto di vista letterario, sostiene Zuanella, la lingua slovena «che I. Obala usa nella sua prosa è ricca dal punto di vista lessicale e molto curata anche stilisticamente; in essa non compaiono germanismi o forme dialettali se non in misura molto limitata »(1983:3). Ecco un breve saggio della prosa di Oballa nel racconto dal titolo Dobro hoteti (Voler bene).
Star berač pridši v hišo, kjer so ravno jedli, se pritoži, de je silno lačen, in prosi za jesti kaj. En čas ga trije fantini gledaio. Ker se jim je smilil, vstanejo in mu dajo, kar so še na okrožnikih imeli. Ančika, triletna deklica, pa se je žalostno deržala, ker ni nič več na okrožniku imela, mu dati. Zdaj zagleda kozarček vode, katero so ji bili mati poprej nalili. Z veseljem vzame kozarec z vodo ter ga sivoglavcu poda. Taki otroci so veselje starišev, in jim bodo gotovo tudi v starosti podpora.
(Un vecchio mendicante entra in una casa proprio mentre stanno mangiando e si lamenta di avere molta fame. Per un po’ i tre bambini lo osservano e poiché fa loro molta pena, si alzano e gli danno quello che era rimasto loro nei piatti. Ma Ančika, una bambina di tre anni, è triste perché nel piatto non le è rimasto niente da dargli. Ad un tratto vede il bicchiere con l’acqua che la mamma le aveva versato poco prima. Felice, prende il bicchiere e lo offre al vecchio canuto. Tali bambini sono la gioia dei genitori e sicuramente saranno il loro sostegno nella vecchiaia).
Sempre nel suo periodo “letterario” Ivan Oballa fornì alcuni dati sulla Benecia a Peter Kozler (1824-1879), giurista, geografo e politico, per la compilazione dello Zemljovid Slovenske dežele in pokrajin (Carta geografica della regione slovena e delle sue province). La collaborazione di Oballa con Kozler è certificata da una lettera in tedesco, datata a Gorizia il 30 luglio 1849, che l’allora studente di Mersino Alto scrisse al geografo con questa conclusione in sloveno che tradotta suona così: «Dio conceda salute a Voi e la sua benedizione alla Vostra opera; questo desidera il mio cuore, ardente per la realtà slovena, pronto ad impegnarmi, secondo le mie possibilità, in futuri compiti. Dio conservi e ravvivi la bianca Lubiana! Resto in umiltà e obbedienza. / Vostro devoto servo / Janez Obalo / Studente del quarto anno di teologia» (PSBL).
Concludo questo profilo di don Ivan Oballa riportando la scritta che si trova a lato del portale della chiesa del Sacro Cuore a Mersino Alto costruita con un suo sostanzioso contributo: Dobrotniku cerkve Presvetega Srca Jezusovega duhov. Ivanu Oballa Gorenji Mersin hvaležno postavila v spomin (Al benefattore della chiesa del sacro Cuore di Gesù il sac. Ivan Oballa Mersino Superiore riconoscente pose in memoria). (2 – continua)

Giorgio Banchig
Gospod Giorgio Banchig nadaljuje svojo serijo prispevkov o Ivanu Oballi s tem, da predstavlja njegovo dragoceno pričevanje o življenju v Benečiji v prvi polovici 19. stoletja. Oballa je kot 25-letni bogoslovec leta 1849 za ljubljanski časopis Slovenija pripravil zapis, ki nudi vpogled v družbene in gospodarske razmere, vsakdanje življenje ter nezadovoljstvo prebivalcev do avstrijske oblasti.
V članku Oballa opisuje patriarhalno ureditev družin, v katerih je glavno besedo imel gospodar hiše, ter versko življenje, ki je vključevalo molitev rožnega venca in petje večernih psalmov, odmevajoče iz vseh hiš. Posebno pozornost namenja tudi besedi “heliti” (iz nemščine gehellen), ki označuje petje psalmov ali cerkveno petje v zboru.
Oballa opisuje tudi trdo vsakodnevno delo prebivalcev, rodovitnost tal, živinorejo ter življenje v gorah, kjer so ljudje prinašali seno, drva in gnoj, ter tveganja, ki so jih pri tem premagovali. Njegova pričevanja vsebujejo tudi zgodbe o družinski povezanosti, obredih in lokalnih legendah ter odražajo močno občutek skupnosti.
Poleg družbenega in gospodarskega opisa Oballa dokumentira tudi nezadovoljstvo z avstrijsko oblastjo, zlasti skozi dialoge, ki razkrivajo odpor in željo po svobodi. Njegova literarna dejavnost, čeprav kratkotrajna, vključuje deset pripovedi in tri pesmi, ki so izšle v Vedežu – Časopisu za šolsko mladost ter predstavljajo pomembno zgodovinsko in kulturno pričevanje o Beneških Slovencih.
S tem prispevkom gospod Banchig nadaljuje raziskovanje Oballine dediščine in opozarja na pomen njegovega dela za razumevanje identitete in zgodovine prebivalcev Benečije.
Prevod in povzetek: D. D.









