
Mons. Riccardo Lamba è stato nominato arcivescovo di Udine lo scorso 23 febbraio. E incominciando il suo ministero, il 5 maggio, in cattedrale ha affermato che la nostra Arcidiocesi è «di antichissima tradizione, punto di incontro di diverse culture, di diversi popoli, espressione autentica di una Chiesa ricca di testimonianze di fede, in dialogo tra loro, e che proprio per questo con il passar dei secoli risplende ancora di più di una bellezza antica e sempre nuova». Le sue parole hanno suscitato grande speranza tra gli sloveni di Benecia, Resia e Valcanale, una speranza confermata nelle visite a San Pietro al Natisone, Castelmonte, Porzus, Prato di Resia, Lussari e Tarvisio. E anche in questa intervista che ci ha concesso alla vigilia delle festività.
Mons. Lamba, questo è il suo primo Natale da arcivescovo di Udine. Con quali sentimenti si appresta a viverlo?
«Sono arrivato in una realtà molto viva, molto vivace, con tanti aspetti che mi erano del tutto sconosciuti e sto imparando a conoscere. Quindi vivrò il Natale con gratitudine al Signore per questa nuova esperienza che mi sta facendo fare».
In questi mesi cosa l’ha sorpresa di più?
«Intanto la vivacità delle tradizioni culturali: vedo veramente tante iniziative. L’altro aspetto che mi colpisce molto è la ricchezza che le identità danno ai vari territori. Quando mi dicono: ‘’Come ti trovi in Friuli?’’, rispondo ‘’Quale Friuli?’, perché sono veramente tanti. E queste ricchezze, che sono anche molto accentuate, sono un aspetto molto bello. E per me è impegnativo innazitutto conoscerle. L’altro aspetto che mi colpisce molto è la ricchezza dell’associazionismo legato alle diverse realtà, sia sociali che di assistenza alle persone con difficoltà. Ci sono tanti gruppi che si occupano di persone fragili e con delle disabilità. Poi la protezione civile, gli alpini, i donatori di sangue… C’è veramente un grande fermento».
E in negativo cosa l’ha colpita?
«Notando che ci sono tantissime iniziative, mi piacerebbe che si collegassero fra di loro, che si coordinassero. Con tante associazioni, che fanno un’attività impressionente, si corre il rischio che poi, nella nostra Udine, contemporaneamente, lo stesso giorno, ci siano due iniziative culturali nello stesso orario, per cui io devo scegliere di andare da una parte anziché dall’altra. È chiaro che bisogna dare spazio a tutti e non bisogna mettere a tacere delle voci, ma un coordinamento maggiore permetterebbe a più persone di partecipare a più iniziative».
Tra i “tanti Friuli’’ c’è l’area montana che fa più fatica degli altri dal punto di vista demografico, economico e sociale.
«Sì e penso che questo malessere stia pervadendo anche le altre zone. Effettivamente quello dell’inverno demografico è un grande tema. Se ne parla tanto e credo che nessuno abbia la soluzione in tasca, altrimenti sarebbe da stolti non tirarla fuori. È un fatto che riguarda tutta l’Italia. Si tratta di favorire politiche per le famiglie e per il lavoro che permettano di aprirsi maggiormente alla vita, altrimenti la piramide rovesciata, per la quale tanta popolazione anziana per tutte le necessità, per tutti i bisogni, dovrà far conto su pochissime forze di età giovane o di mezza età, darà veramente un sovraccarico. Però non credo che ci siano soluzioni solo locali. Anche se a livello locale, con la Regione che ha tante possibilità, si possono favorire al meglio, sono necessarie politiche nazionali».
E la Chiesa cosa può fare?
«Più che parlare e riflettere, più che promuovere una cultura della vita e della solidarietà non abbiamo molti altri strumenti. Perché qui davvero si tratta di favorire dal punto di vista dell’economia che le strutture sociali vengano incontro alle famiglie e alle persone anziane. Ma su questo deve essere la società civile a muoversi. Noi più che sensibilizzare a questo non possiamo fare».
Perché in fondo non è solo una questione economica, ma anche e soprattutto una questione culturale.
«Esatto. Quindi noi dobbiamo favorire la cultura della vita. Però, quando si tratta di fare delle scelte, dal punto di vista delle opportunità e dei ritmi di lavoro, delle poltiche abitative eccetera, quelle spettano alla società civile».
Per quanto riguarda le case, in Benecia, Resia e Valcanale ce ne sono tantissime chiuse, vuote.
«Ma se c’è il lavoro io penso che le persone sarebbero anche disponibili a rimanere o tornare in quelle valli. Se c’è l’assistenza sanitaria, se c’è la possibilità di mandare a scuola i bambini che nascono, credo che le persone sarebbero ben contente di rimanere lì dove sono nate e cresciute. Se le opportunità di lavoro e studio si centralizzano da altre parti, le persone se ne vanno. Anche all’estero. C’è poco da fare».
Nelle sue visite e nei suoi contatti che impressione ha avuto della comunità di lingua slovena che vive nella fascia confinaria da Tarvisio a Prepotto?
«Finora ho avuto modo di incontrare una sola associazione (la Confederazione delle organizzazioni slovene – Sso, ndr.). Mi avevano invitato in questi giorni nelle Valli per alcune celebrazioni. Solo che, avendo già l’agenda piena, ho chiesto di programmare per gennaio un paio di date in modo che potessi rendermi presente a un incontro e a delle celebrazioni insieme con i parroci e magari anche con le istituzioni civili di quella zone».
Intanto, però, ha avuto modo di sentire la lingua slovena durante alcune celebrazioni, anche nella stessa cattedrale.
«Sì in duomo a Udine e recentemente a Tarvisio, quando abbiamo introdotto il nuovo parroco, don Emanuele Paravano. Per me è una lingua difficile da imparare, forse anche perché sono un po’ avanti negli anni, però apprezzo moltissimo le melodie dei canti sloveni».
Nell’Arcidiocesi di Udine lo sloveno in chiesa è stato da sempre garantito da sacerdoti autoctoni, nativi delle parrocchie slovenofone. Ora ne sono rimasti appena due ed entrambi, per ragioni di età e salute, possono offrire un servizio alquanto limitato. Come rispondere, allora, alle richieste dei fedeli che desiderano lo sloveno ancora presente nelle celebrazioni e anche nei contatti personali?
«Una via può essere quella di dare nella formazione dei futuri sacerdoti la possibilità di imparare almeno qualche cosa in lingua slovena. In passato veniva fatto. Nelle valli dove si parla lo sloveno abbiamo pochi sacerdoti e anche se possiamo accogliere episodicamente qualcuno che venga dalla Slovenia, data la crisi di vocazioni che coinvolge tutti, mi sembra difficile affidare totalmente delle comunità a sacerdoti che parlino solo la lingua slovena. Ma questo mi sembrerebbe anche un po’ riduttivo, perché sarebbe meglio che le comunità potessero vivere il multilinguismo e non chiudersi ognuno nella propria lingua slovena, tedesca o friulana. Sarebbe più bella la compartecipazione di tutte le identità alle varie liturgie e ai momenti culturali».
In questo la Chiesa Udinese ha esperienza.
«Non escludo che ci possano essere celebrazioni interamente in friulano, tedesco o sloveno, ma episodicamente. La normalità dovrebbe essere quella che vediamo nelle celebrazioni solenni in cattedrale, nelle quali sono presenti tutte le lingue che si parlano nella nostra diocesi».
Il prossimo Natale segnerà anche l’apertura dell’Anno Santo. Come lo celebreremo?
«Abbiamo in programma il solenne inizio domenica, 29 dicembre, in cattedrale. Non ci saranno aperture di porte sante, dato che queste non sono previste nelle diocesi. Essendo un giubileo ordinario, le uniche porte sante saranno quelle delle quattro basiliche maggiori a Roma. Di certo organizzereremo un pellegrinaggio diocesano e altre iniziative a Roma, ma per dare a tutti la possibilità di partecipare al Giubileo abbiamo individuato otto chiese nelle quali, facendo un pellegrinaggio breve, anche solo di un paio di chilometri, si potrà vivere un momento celebrativo con il dono dell’indulgenza. Queste chiese saranno la cattedrale, la basilica della Beata Vergine delle Grazie e la chiesa dell’ospedale a Udine, la cappella dell’ospedale di Latisana, il santuario francescano di Gemona, la pieve di San Pietro a Zuglio, i santuari mariani di Castelmonte e del Lussari. Ci saranno, poi, tante altre iniziative e anche momenti culturali e di formazione nelle varie collaborazioni pastorali».
Qual è il messaggio di Natale che rivolge alla gente di Benecia, Resia e Valcanale?
«A tutti va l’augurio di essere aperti al dono della Salvezza che ci viene rinnovato ogni Natale attraverso questo Bambino, che nasce per noi. Aperti, quindi, alla Salvezza di Gesù Cristo alla quale tutti quanti siamo chiamati personalmente e come comunità. E l’augurio di vivere questo dono nelle realtà locali in un rapporto di comunione fraterna. E poi c’è l’altro tema, sempre più di attualità, della pace tra i popoli. Dobbiamo riuscire a trasformare la pace personale e a livello di piccola comunità in un modello. Di fronte a ciò che sta succedendo proprio in questi giorni in Europa, in Medio Oriente, in Africa… chiediamo come dono dal Signore che la riconciliazione tra noi possa diventare anche modello per la pace tra i popoli». (Ezio Gosgnach)
V tem pogovoru nam je videnski nadškof, msgr. Riccardo Lamba, pred Božičem razkril, da ga je ob prihodu v nadškofijo še posebej presenetila raznolikost tukajšnjih običajev, kultur in jezikov, saj naše skupnosti zaznamujejo italijanščina, slovenščina, nemščina in furlanščina. Kolikor zadeva slovensko kulturo, še posebej ceni melodije slovenskega bogoslužnega petja.
Po njegovem bi morali vsi krajevni jeziki, ki zaznamujejo katoliške skupnosti videnske nadškofije, sobivati v okviru obredov, tako kot se že dogaja ob slovesnih Mašah v videnski stolnici. Soprisotnost italijanščine, slovenščine, nemščine in furlanščine bi morala biti normalnost. Ne izključuje, da bi se lahko ob posebnih prilikah nekateri obredi odvijali le v enem jeziku.
Videnski nadškof obžaluje, da so včasih med sabo skupnosti na teritoriju premalo povezane in koordinirane. Vsem bralcem želi, da bodo odprti do Kristusovega odrešenja, saj se je na Božič Jezus prav za njih rodil.









