Slovence so potopili v laško morje_Comunità slovena nel mare friulano

gorska-skupnostRegionalna reforma lokalnih avtonomij, po kateri so se rodile medkamunske unije (UTI), se je od vsega začetka kazala zelò slava za Benečijo, zatuo ki jo je arzpartila na dva kraja, med Nediško (čedajško) in Tersko (Čentarsko) unijo, v katerih imajo muoč in besiedo veliki in ekonomsko močni furlanski kamuni. V kratkim poviedano: Slovence so potopili v laško muorje.
Venč part šindaku je zastopilo, de je reforma skopac in so na začetku v unije šli samuo Bardo, Ahten in Fojda. Ostali so se upierali in vprašali, naj se zaderè adna unija za Benečijo. Al’ manjku, de bojo Nediške doline imiele avtonomijo v Nediški uniji. Regionalni poglavarji jih nieso poslušali in so celuo ekonomsko štrafali kamune, ki nieso vstopili v unije. Sauodnja in Sriednje sta zatuo pokleknila pred ukazam iz Tarsta in se pardružila k čedajški zvezi. V Tipani je vstop v čentarsko unijo ukuazu celuo komisar, ki ima po rokah kamun, potlé ki je administracija padla, prù zatuo ki je biu šindik za UTI venč part konsiljerju pa pruot. Če tuole je demokracija … Varh vsega, je pred kratkim ašešor za lokalne avtonomije Paolo Panontin zalaputnu vrata kamunam Nediških dolin, ki so spet vprašali beneško unijo in svojo zahtevo podparli tudi z dejstvom, de v svojih kamunah imajo slovenski jezik in kulturo.
Regionalni poglavarji so pravli, de je trieba reformirat lokalne avtonomije, de bojo imieli ljudje vse tiste storitve (servicihe), ki so potriebne za vsakdanje življenje in de se bo paršparalo. Nekateri, ki se v administracijo dobro zastopijo, so pa tardili, de taka reforma na bo dosegla ne adne ne druge reči. In se že kaže, de bo takuo.
Emblematična je zgodba Nediške unije, saj so določili, de bo imiela sedež v Čedadu v prestorah, kjer je bla čedajska Banca popolare. Se pravi, de imajo namien zaprieti liep in moderen hram v Špietru, v katerim je bla do lietošnjega polietja Gorska skupnost. Odparli so ga šele lieta 2001 in je koštu 6,5 milijard tekratnih lir. Po novim bo višno tist hram prazan in bojo naši ljudje za svoja opravila muorali hoditi do Čedada v privatan hram, ki bo seviede drag.
Kaj bo pa z liepim kulturnim centram za Slovence, ki so ga parpravli le v tistim hramu (končali so ga lieta 2012 in je koštu vič ku pú milijona evru) nobedan na vie.

Via Arengo dela Slavia. L’intitolazione della strada a San Pietro al Natisone era stata scelta perché lì aveva sede la Comunità montana – prima quella delle Valli del Natisone e poi quella del Torre, Natisone e Collio –, ente che richiamava all’antica autonomia della quale la Slavia ha a lungo goduto ai tempi dello Stato patriarcale di Aquileia e della Repubblica di Venezia.
La riforma delle autonomie locali attuata dalla Regione ha cancellato anche le ultime tracce di quell’autogoverno, la Comunità montana ha finito di esistere la scorsa estate e la Slavia, con la sua millenaria identità slovena, è stata smembrata in due tronconi e «diluita» nel grande calderone delle Unioni territoriali intercomunali (Uti) cividalese e tarcentina.
Ora l’Uti del Natisone, nella quale i piccoli Comuni valligiani non hanno voce in capitolo, ha deciso di stabilire la propria sede nella città ducale, nei locali che furono sede della Banca popolare di Cividale e di proprietà dello stesso istituto. Così il moderno edificio che ospitava la Comunità montana è destinato a chiudere i battenti e diventare la classica cattedrale nel deserto.
«Siamo di fronte alla spoliazione totale di tutto ciò che i sette Comuni delle Valli hanno», tuona l’ex presidente della Comunità montana Valli del Natisone, Giuseppe Firmino Marinig, sotto la cui gestione la sede venne inaugurata nel 2001, al termine di una decina di anni di lavori, costati circa sei miliardi e mezzo di lire (circa tre milioni e mezzo di euro). Ai quali va aggiunto il mezzo milione di euro speso per realizzare nella stessa sede gli spazi per il museo etnografico e centro culturale della minoranza slovena inaugurato nel luglio 2013.
«Gli uffici della sede hanno solo quindici anni di vita, sono capienti, moderni e razionali. Logica vorrebbe che diventassero la sede dell’Uti, invece di andare a spendere altro denaro pubblico per adattare gli spazi della Popolare di Cividale, che la banca darebbe sì in comodato d’uso gratuito, ma in realtà scaricherebbe sul pubblico i notevoli costi di gestione» puntualizza Marinig.
Poi allarga il discorso. «Ora all’Uti dovranno aderire anche i Comuni che sono restati fuori, perché non potranno sostenere la stretta sui finanziamenti regionali ed entreranno con il cappello in mano, lasciando carta bianca ai centri forti della pianura friulana. Questi avranno mano libera anche nella gestione dell’enorme patrimonio della Comunità montana costituito da terreni, capannoni, edifici e altro. Come appunto la sede stessa a San Pietro al Natisone. Non si può permettere all’Uti a guida friulana di entrare in possesso dell’immobile per poi venderlo, magari sottocosto per fare cassa.».
Quanto sta avvenendo, l’ultimo presidente della Comunità montana Valli del Natisone e in precedenza per molti anni sindaco di San Pietro al Natisone lo imputa agli errori dell’attuale classe politica: «I sindaci valligiani mi hanno deluso. Hanno puntato sul subambito, sbagliando, perché il subambito con personalità giuridica non poteva venire accordato a una sola comunità. Avrebbero dovuto chiedere con forza un’Uti della Slavia, anche derogando ai parametri demografici stabiliti dalla riforma, in virtù della presenza della minoranza slovena. Ci voleva volontà politica per farlo, ma era l’unica strada per ottenere il risultato. Anche al recente incontro con l’assessore alle Autonomie locali, Paolo Panontin, i nostri sindaci per ottenere il subambito hanno presentato un documento che non punta sulla slovenità della comunità, ma contiene solo un blando riferimento alla legge 38/2001. Di conseguenza hanno ricevuto un’altra risposta negativa».Tornando alla questione dell’edificio dell’ex Comunità montana, secondo Marinig, «se non si potesse stabilire a San Pietro la sede o una sede dell’Uti, bisogna almeno che sia destinato ad ospitare tutte le associazioni culturali delle Valli del Natisone. E chi dice che in futuro la struttura non possa servire anche per le scuole di San Pietro, che stanno crescendo».
In assenza di una buona soluzione non resterebbe che cambiare anche la denominazione della via sulla quale insiste da «Arengo della Slavia» a «Tomba della Slavia».

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