Le risorse destinate alle armi crescono senza strumenti di verifica e trasparenza
Il nuovo rapporto dell’Osservatorio Milex sull’influenza indebita dell’industria militare sulla politica, a cinque anni dal precedente, restituisce un’immagine allarmante della situazione non solo per il livello ormai raggiunto dalla spesa militare italiana, ma per l’assenza pressoché totale di meccanismi di controllo su come quei fondi vengano spesi.
Le risorse destinate all’industria degli armamenti crescono senza sosta, mentre non sono stati introdotti strumenti di verifica e trasparenza che dovrebbero impedire che questa mole di denaro pubblico finisca per alimentare soprattutto il profitto degli interessi del complesso militare-industriale-finanziario, più che una reale strategia di sicurezza collettiva. È questo il dato più preoccupante: non solo si spende di più, ma si spende peggio, senza che la politica se ne assuma la responsabilità.
Proprio in questa opacità si misura il peso crescente che l’industria militare esercita sull’agenda politica della difesa in Italia. Le scelte di bilancio non nascono da un’analisi condivisa delle minacce reali, ma vengono trainate da interessi economici che spingono verso l’aumento della spesa come risposta quasi automatica e senza alcuna riflessione nei confronti di ogni tensione internazionale.
Non a caso, il vertice Nato di Ankara ha confermato questa tendenza: più fondi, più produzione, più armi, con la promessa retorica (mai discussa, dimostrata o verificata) che tutto ciò possa rendere l’Europa più sicura. Le minacce, intanto, si moltiplicano e cambiano volto: accordi che si creano e si sciolgono, fronti che si spostano, azioni militari che portano a contraccolpi negativi anche a grande distanza.
Ma siamo davvero così in pericolo secondo questa prospettiva meramente «sicuritaria»?
Qui sta il primo errore del dogma insensato del riarmo: individua la minaccia in un nemico esterno, ipotetico, che un giorno potrebbe attaccarci, e ci prepara solo a subirne l’urto o a rispondere colpo su colpo. Ma un pericolo futuro e astratto non si disinnesca accumulando armi: si disinnesca affrontando le cause che lo generano.
E mentre ci si prepara a un attacco che forse non arriverà mai, ogni giorno, concretamente, migliaia di persone muoiono per inquinamento, per fame, per mancanza di lavoro, per cure che non possono permettersi. Questa è la minaccia reale, quotidiana, già in corso: non un nemico alle porte, ma la disuguaglianza che lasciamo crescere indisturbata. Non è un caso che a inizio anno il Bulletin of Atomic Scientists abbia spostato ancora l’Orologio dell’Apocalisse verso la mezzanotte: non per un attacco imminente, ma perché la politica continua a non affrontare i problemi reali (gli arsenali nucleari in crescita, il clima impazzito, le disuguaglianze globali) preferendo investire in armi anziché nella loro soluzione.
Poi c’è un secondo errore, di metodo: la storia degli ultimi venticinque anni dimostra che armi e aumento delle spese militari non hanno mai risolto o scongiurato un conflitto, lo hanno solo prolungato, esacerbato o spostato altrove. Rispondere a minaccia militare e armata con altra minaccia violenta non produce sicurezza, produce escalation.
In tanti percepiamo come la pace sia oggi più urgente che mai, ma serve chiarezza su cosa la renda reale, giusta e realizzabile. Come ha detto, instancabile, Papa Leone XIV la pace dev’essere «disarmata e disarmante» e non può dimenticare gli ultimi: lo ha ripetuto anche in questi giorni a Lampedusa. Il riarmo (è sempre il Papa che lo ha sottolineato con forza) non è una forma di difesa della patria: mette in pericolo chi sta dall’altra parte, minacciato dalle armi che produciamo, ma anche gli stessi cittadini che si dice di voler proteggere, perché ogni escalation aumenta il rischio per tutti. E ogni euro speso in armi è un euro sottratto a chi muore oggi, non domani.
È questa la ragione per cui stiamo lavorando con passione per la campagna «Un’altra difesa è possibile» che chiede istituzioni per la difesa civile, non armata e non violenta: un’idea di sicurezza fondata su corpi civili di pace capaci di intervenire nei conflitti riducendo le minacce invece di alimentarle, e su un uso delle risorse pubbliche che dia sollievo alle fragilità del mondo invece di ingrassare il profitto di pochi. E con tante iniziative stiamo rilanciando la raccolta firme per la legge di iniziativa popolare che ha già superato le 14 mila adesioni, con il sostegno di tanti volti noti e conosciuti: un segnale chiaro che un’altra idea di sicurezza, e di pace, è possibile. Già oggi.
(*) coordinatore delle campagne della Rete Italiana Pace e Disarmo.
Francesco Vignarca (www.agensir.it)
Novo poročilo organizacije Milex opozarja na večji vpliv vojaške industrije na italijansko obrambno politiko. Avtor ocenjuje, da se sredstva za oboroževanje iz leta v leto povečujejo, medtem ko je nadzor nad njihovo porabo še vedno pomanjkljiv. Po njegovem prepričanju javni denar vedno pogosteje služi interesom vojaške industrije, namesto, da bi prispeval k dejanski varnosti družbe.
V članku izpostavlja tudi sklepe vrha zveze NATO v Ankari, kjer so države podprle nadaljnje povečevanje obrambnih izdatkov in proizvodnje orožja, ob trditvi, da bo to prispevalo k večji varnosti Evrope.
Avtor v tej logiki oboroževanja vidi dve temeljni napaki. Prva je v tem, da se pozornost usmerja k zunanji grožnji, medtem ko resnična in vsakdanja nevarnost izvira iz revščine, lakote, onesnaževanja, brezposelnosti in nedostopne zdravstvene oskrbe.
Ob tem dodaja, da organizacija “Bulletin of Atomic Scientists” opozarja na vse večjo nevarnost zaradi širjenja jedrskega orožja, podnebnih sprememb in naraščajočih družbenih neenakosti, medtem ko politika po njegovem mnenju namesto reševanja teh izzivov še naprej povečuje vlaganja v oboroževanje.
Druga napaka so izkušnje zadnjih petindvajsetih let, ki po avtorjevem mnenju kažejo, da oboroževanje vojn nikoli ni preprečilo, temveč jih je le podaljšalo, zaostrilo ali preneslo drugam, saj oborožen odgovor na grožnjo ne prinaša varnosti, temveč vodi v nadaljnje stopnjevanje konfliktov.
Prav zato avtor poudarja, da je mir danes bolj pomemben kot kdaj koli, a mora biti, kot pravi papež Leon XIV., »razorožen in razorožujoč«. Po besedah papeža ponovno oboroževanje ne pomeni prave obrambe domovine, saj povečuje nevarnost za vse. Ogroža ljudi na obeh straneh konfliktov, hkrati pa vsak evro, namenjen orožju, pomeni evro manj za pomoč tistim, ki pomoč potrebujejo že danes.
Na koncu avtor predstavi pobudo »Un’altra difesa è possibile« (Druga obramba je možna), ki spodbuja razvoj civilne, neoborožene in nenasilne obrambe ter drugačno porabo javnih sredstev ter drugačno porabo javnih sredstev v korist najbolj ranljivih. Pobuda je doslej zbrala že več kot 14.000 podpisov podpore, kar po mnenju avtorja kaže, da obstaja tudi drugačen pogled na varnost in gradnjo miru.
Prevod in povzetek: D. D.








