Uno dei migliori informatori che ho potuto rintracciare su Lasiz / Laze, sulla sua storia, sulle particolarità del territorio che lo circonda, rimane il compianto Luciano Chiabudini, Ponediščak, nato nella vicina Cicigolis / Ščigla nel 1931 e prematuramente scomparso dieci anni fa a Udine, dove si era trasferito con la famiglia. Difficile trovare un valligiano che abbia dimostrato, più di lui, col suo impegno culturale e divulgativo il profondo legame che ha sempre mantenuto con le proprie radici, col mondo concreto in cui era nato e cresciuto. Lo dimostra, tra l’altro, la mole del materiale che ci ha lasciato nelle pagine di questo giornale in parecchi anni di collaborazione.
A quegli articoli, che descrivevano vivacemente e plasticamente la vita quotidiana, i ricordi, le caratteristiche dei luoghi che l’hanno visto crescere, è facile e piacevole accedere per riportare alla memoria, oggi, in questo contesto, fatti, notizie e osservazioni da lui affidati quasi trent’anni fa ai redattori del giornale.
Di Laze / Lasiz ho già scritto nel numero scorso solo accennando alle due chiese che vi appartengono, quella di S. Antonio, costruita sul poggio attorno a cui sorge il paese e quella più antica di S. Donato, sul monte sovrastante.
La leggenda, riportata da Ponediščak, narra che in tempi remoti i fedeli della grande parrocchia di S. Pietro adempissero ad un proprio voto verso il santo radunandosi presso la chiesa di S. Antonio di Caporetto / Kobarid, quella che domina il paese sul colle, con l’ossario dei caduti italiani della prima guerra. Ma in quella circostanza sorgevano sempre conflitti e litigi tra i fedeli del luogo ed i beneciani. Da qui la decisione di farsi un santuario a casa propria, ma, anche in questo caso prevaleva la natura un po’ litigiosa della nostra gente: ogni paese lo voleva per sè, sul proprio territorio. Ma avvenne che una sera gli abitanti di Lasiz, raccolti sulla «gorica», la piazzetta del paese, vedessero sulla collinetta sopra il paese un frate e due accoliti con delle torce in mano. Questo fatto prodigioso si ripetè e la gente accorse da tutta la vallata per assistervi. Era evidente che lo stesso santo indicasse con ciò il luogo dove doveva sorgere la chiesa a lui dedicata.
Al di là della leggenda si sa che si iniziò la costruzione nei primi decenni del 1700 e che ci volle quasi un secolo perchè fosse consacrata, nel 1820. Il campanile era stato eretto tra il 1765 ad il 1774.
Occorre ricordare che Lasiz faceva parte della cappellania di Antro, costituita nel 1717 e che era Antro ad avere il diritto al cappellano. Lasiz comunque ospitava dei sacerdoti privi di “pulpito” chiamati «mašniki», celebranti, i quali vivevano nelle rispettive famiglie privi delle prebende che spettavano ai titolari. Era chiaro, che una volta edificata la chiesa il paese pretendesse in qualche modo la propria autonomia con un proprio cappellano. E’ lo stesso don Cuffolo, il cappellano per antonomasia, riferimento concreto del romanzo di F. Bevk, Kaplan Martin Čedarmac, a riportare i dati salienti del percorso storico della parrocchia, riconosciuta come tale solo nel 1956, tre anni prima della sua morte.
A 32 anni dalla consacrazione della chiesa di S. Antonio i deputati del comune di Tarcetta, Giovanni Battistig e Antonio Gubana, in risposta ad una lettera del commissario imperiale di S. Pietro degli Slavi, avevano scritto che «per poter avere un cappellano stabile, sono disposti a trovare un’abitazione provvisoria, in affitto, in attesa di provvedere essi stessi alla costruzione della canonica». Ottennero, dunque il cappellano, don Giovanni Clignon, che fu ospitato in paese nella casa dei Balus (Marznjakovi) fino alla sua morte. Rimaneva, come spina nel fianco di tutti i parrocchiani l’impegno di una dimora stabile per il sacerdote in servizio.
Fu sotto il cappellano Giovanni Domenis che si dipanò la travagliata storia della canonica di Lasiz. Ancora una volta il pomo della discordia non fu sull’opera da fare, quanto sul “dove” farla. Don Domenis la voleva in un campo sotto il paese lungo la strada per Cicigolis / Ščigla e la facciata della stessa avrebbe dovuto guardare Rodda, suo paese natale. Non erano dello stesso parere gli abitanti di Lasiz che la volevano di fianco alla chiesa. Non la spuntò don Domenis ed amareggiato si ritirò a Masarolis, grosso paese oltre il crinale del Kraguojnca nella vallata di Torreano. Il suo successore, Antonio Podrecca di S. Pietro, prete giovane, intelligente ed energico, sebbene in contrasto con le pretese accentratrici di don Jussig, cappellano di Antro, e le proteste degli abitanti di Cicigolis, che facevano parte della sua cappellania, prese come buona e opportuna la scelta della gente di Lasiz ed assunse come impresari addirittura i fratelli del dissidente di Rodda, don Domenis.
Gli anziani del luogo conoscono per esperienza diretta e per i racconti dei loro genitori e nonni che cosa volesse dire in quei tempi imbarcarsi in lavori del genere. Vi era chiamato direttamente e senza eccezioni ogni abitante, secondo le sue possibilità sia finanziarie che di concreta prestazione d’opera con le famose «rabuote», semplicemente lavoro gratuito, concordato e a turno. Il che comportava sacrifici supplementari a quelli già gravi per tirare avanti la cigolante carretta dell’economia famigliare. Comunque, fra ironie, derisioni e incredulità degli oppositori, l’opera fu terminata. L’intelligente cappellano Podrecca, per festeggiare il “likof” — in genere alla copertura del tetto — ebbe il colpo di genio di premiare i giovani lavoratori non solo con un barile di vino, ma con un fisarmonicista per il ballo sulla «Gorica». Anche i Cicigolesi si resero conto, a questo punto, che con un cappellano di questo stampo conveniva collaborare e, di fatto, contribuirono alle spese per l’intonacatura, i serramenti ed altre opere. La canonica fu messa a disposizione di don Podrecca, detto Kis, nel 1878, che la abitò fino alla morte avvenuta nel giorno di pasqua del 1885.









