Resia, che guaio confondere genetica e linguistica

 
 
Lo scienziato americano Neil Campbell, una delle massime autorità nel campo della biologia, ha suddiviso il genere umano in cinque razze: africani, amerindiani, asiatici, australiani, caucasoidi e oceaniani. Il gruppo caucasoide costituisce la cosiddetta razza bianca e comprende tutte le popolazioni dell'Europa (oltre che quelle dell'Asia nordoccidentale, gli arabi del Medio Oriente, gli africani che vivono a nord del Sahara, i popoli dell’India). Tutte, tranne i resiani, come apprendiamo dal sindaco di Resia, Sergio Chinese.
«Siamo una razza unica», ha infatti esultato l’ineffabile primo cittadino una volta venuto a conoscenza che i resiani condividono in media il 79 per cento del genoma secondo quanto emerso dai primi risultati del progetto «Parco genetico del Friuli Venezia Giulia», finanziato dalla Regione, che nell'arco degli ultimi due anni ha coinvolto le popolazioni di Illegio, Sauris, Clauzetto, San Martino del Carso, Resia, Erto e Casso.
Non importa che gli studiosi abbiano sottolineato che questo è possibile in virtù di un isolamento derivato dall’essere una vallata chiusa.
Non importa che lo stesso si verifichi a Sauris e Illegio.
Non importa che il progetto abbia lo scopo di fare la storia clinica delle sei comunità per «conoscere meglio — come hanno sottolineato i ricercatori — le patologie per le quali c'è una maggiore predisposizione genetica e quelle per cui è stata sviluppata una protezione»; lo studio ha infatti «permesso di identificare tutta una serie di geni coinvolti nella predisposizione o protezione rispetto a malattie importanti, come Alzheimer, Parkinson, e farci meglio comprendere anche stili di vita o preferenze alimentari».
Secondo Chinese i risultati dello studio genetico darebbero «dimostrazione scientifica di ciò che abbiamo sempre sostenuto», cioè che i resiani non sono sloveni.
Fermo restando che il patrimonio genetico al 90 per cento è comune a tutti gli esseri umani e che l’85 per cento di tutta la diversità genetica umana si concentra negli individui che appartengono allo stesso gruppo (chissà se Chinese questo lo sa), il sindaco con le sue sparate (riprese acriticamente da organi di informazioni e importanti esponenti politici) alimenta una distorsione di tipo ideologico, confondendo volutamente il piano biologico con quello socio-culturale, nella fattispecie etnico e linguistico.
Ma come si fa a pensare che un’identità, che si esprime in una determinata parlata, in una cultura, in un insieme di tradizioni, sia data da un patrimonio genetico?
Naturalmente nella trappola di queste strampalate suggestioni cascano le persone più sprovvedute, quelle che non dispongono dei mezzi culturali per valutarle.
«Bisogna fare molta attenzione quando si manipolano i geni. Questo vale sempre, che siano quelli del granoturco, delle pecore o delle persone. In questo ultimo caso ci vuole ancora maggiore prudenza», suggerisce Marco Stolfo, friulano, esperto di politica linguistica, dalle colonne del quotidiano «E polis Friuli». Il progetto di Parco genetico, prosegue Stolfo, è passato «solo come studio curioso sui gusti alimentari e soprattutto sulle ipotetiche radici di quelle comunità, mischiando identità e biologia, cultura e genetica, proprio come, secondo Luca Sforza, il più famoso genetista italiano, non si dovrebbe mai fare. Ci è cascato anche qualche politico, con dichiarazioni su scienza, razze e rivendicazioni che sembrano arrivare a 70 anni fa».
Alla disinformazione, alle manipolazioni e all’incultura al giorno d’oggi, purtroppo, è difficile far fronte. L’antropologo, psicologo e filosofo francese Claude Lévi-Strauss affermava che «è ben probabile che le differenze razziali continueranno a servire da pretesto alla crescente difficoltà di vivere insieme». Ma a Sergio Chinese e ai suoi accoliti questo sembra importare poco e niente.

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