A dieci anni dal referendum sull’uscita dall’Unione Europea i britannici hanno cambiato idea
Il laburista Keir Starmer si è dimesso, sesto premier inglese (dopo i conservatori David Cameron, Theresa May, Boris Johnson, Liz Truss, Rishi Sunak) a lasciare Downing Street nel giro di soli dieci anni. Quelli trascorsi dal referendum con il quale il Regno Unito decise di abbandonare l’Ue per una malintesa autosufficienza. In questi anni il Paese ha attraversato una profonda crisi economica, l’isola s’è ritrovata più isolata sul piano della politica estera (lontana anche dal tradizionale alleato, gli Stati Uniti), e sta pagando un caro prezzo sul piano della stabilità politica. «Ho ereditato un partito politicamente, finanziariamente e moralmente fallito», ha affermato Starmer prima di rassegnare le dimissioni, vantando però alcuni risultati nella sua azione di governo, durata poco meno di due anni: «Abbiamo estirpato il veleno dell’antisemitismo. Abbiamo ripristinato la fiducia nell’economia, nella difesa e nella sicurezza nazionale». Silenzio, invece, sugli errori che lo hanno portato a dover cedere alle pressioni del suo stesso partito.
Va peraltro riconosciuto che con Starmer il Regno Unito ha fatto dei piccoli passi verso l’Ue e l’Europa tutta, compreso il comune sostegno all’Ucraina aggredita dalla Russia. Glielo ha riconosciuto Ursula von der Leyen che, alla notizia delle sue dimissioni, ha affermato: «Molti leader impiegano anni per diventare lo statista che tu (Starmer, ndr) sei riuscito a diventare in soli due anni. La sicurezza dell’Europa e dell’Ucraina è più solida grazie a te».
A Downing Street è arrivato Andy Burnham, incoronato leader del Labour, il partito di maggioranza, e quindi, secondo la logica e la tradizione inglese, premier. Il nuovo capo del governo – il settimo del decennio – è politico navigato che vanta la conoscenza della Dottrina sociale cattolica, già parlamentare ed ex segretario di Stato prima alla cultura e poi alla salute, sindaco della «Grande Manchester» per un decennio, appena rientrato in Parlamento dopo essersi aggiudicato il seggio mediante un’elezione suppletiva. Non gli sarà facile rialzare le sorti dei laburisti, anche in vista delle prossime elezioni politiche. Nel frattempo, con i conservatori ancora lontani dal gradimento popolare, l’unico che si frega le mani è il leader di Reform Uk, Nigel Farage, il vero attore della Brexit, che invoca elezioni anticipate sperando di capitalizzare voti e seggi a Westminster così come ha fatto nelle recenti elezioni amministrative.
A conferma del terremoto politico prodotto dalla Brexit, a distanza di dieci anni dal 23 giugno 2016 – quando il 72% degli elettori britannici andò alle urne per esprimersi sulla domanda se restare o lasciare l’Ue – solo il 30% dei votanti pensa che il Regno Unito abbia fatto bene a scegliere la Brexit, mentre il 57% dichiara di essere pentito per la decisione assunta allora. All’epoca, il 48,1% avrebbe voluto rimanere nell’Ue, ma il 51,9% impose l’uscita. Oggi, il 64% di chi ha scelto Brexit conferma la scelta del «leave » (abbandonare l’Ue), ma è il 23% a pentirsi di quel voto. Al contrario, l’89% di chi aveva scelto il «remain» allora lo rifarebbe, mentre il 6% oggi voterebbe «leave». Un sondaggio condotto da «YouGov.uk» racconta attraverso dati e percentuali il «sentiment» dei britannici dieci anni dopo. Si direbbe che oltre Manica si pianga sul latte versato. Il quadro che emerge dal sondaggio, infatti, racconta del dispiacere per aver fatto la scelta sbagliata e la percezione che la Brexit sia stata un fallimento più che un successo: il 61% la giudica un fallimento, contro il 12%. Indeciso nel giudizio il 19% degli elettori del 2016.
Il giudizio negativo è spalmato tra conservatori e laburisti, anche se in percentuali diverse: il 36% degli elettori conservatori tendono a considerare la Brexit un fallimento, percentuale che sale all’82% tra gli elettori laburisti e liberaldemocratici e all’87% degli elettori dei Verdi. La colpa del fallimento della Brexit è attribuita ai leader conservatori, e distribuita tra coloro che si sono succeduti in questi anni, a partire da Boris Johnson (80%), Theresa May (64%) e Rishi Sunak (59%). Ma tra coloro che hanno votato per la Brexit e ora la considera un fallimento, c’è anche chi ritiene che la responsabilità sia dell’Ue (57%), o del partito laburista (50%) o ancora dei funzionari pubblici del Regno Unito (45%).
Quindi che fare adesso? La maggioranza dei britannici si dichiara favorevole al rientro nell’Ue (55%), e solo un terzo (34%) si oppone all’annullamento della Brexit. Siccome da Bruxelles è circolato il messaggio secondo cui se il Regno Unito dovesse rientrare nell’Ue potrebbe essere obbligato ad adottare l’euro e a partecipare all’area Schengen, posta in termini così duri la questione farebbe vacillare le posizioni, e il sostegno all’adesione a pieno titolo all’Ue calerebbe di venti punti percentuali, al 35%, mentre l’opposizione aumenterebbe di dieci punti, al 43%. Diverso sarebbe il discorso per un rapporto più stretto con l’Ue27, ma sempre esterno, con il 59% di favorevoli. In realtà è solo il 39% a pensare che il tema del rientro nell’Ue sia una priorità di governo in questo momento.
Di fatto poi, sempre secondo il sondaggio, è una stretta maggioranza di britannici (51-55%) a ritenere che il rientro nell’Ue avrebbe un impatto positivo sull’economia, sulle imprese e sul livello degli scambi internazionali.
Solo il 31% immagina che le proprie finanze migliorerebbero con il rientro, solo il 30% dei britannici pensa che il Servizio sanitario nazionale (Nhs) ne trarrebbe beneficio.
Si discute e si discuterà ancora a lungo, se sia stato un bene o un male la decisione per i britannici e se nell’Ue si sia stati meglio o peggio senza di loro. Certo, nessuno poteva immaginare che cosa sarebbe successo all’Europa e al mondo in questi 10 anni.
Gianni Borsa (www.agensir.it)
Britanski premier Keir Starmer je odstopil, s čimer je postal že šesti predsednik vlade, ki je v zadnjih desetih letih zapustil Downing Street, odkar se je Združeno kraljestvo z referendom odločilo za izstop iz Evropske unije. V tem obdobju je država doživela globoko gospodarsko krizo, se zunanjepolitično znašla bolj osamljena tudi od tradicionalnega zaveznika ZDA, in plačala visoko ceno politične nestabilnosti. Starmer je ob odstopu dejal, da je podedoval politično, finančno in moralno propadlo stranko, hkrati pa izpostavil dosežke svojega slabega dveletnega mandata, med drugim obnovljeno zaupanje v gospodarstvo in nacionalno varnost, medtem ko o napakah, ki so ga pripeljale do odstopa, ni govoril. Kljub temu mu je predsednica Evropske komisije Ursula von der Leyen priznala zasluge za približevanje Združenega kraljestva Evropski uniji, tudi na področju skupne podpore Ukrajini.
Na čelo vlade je stopil Andy Burnham, izkušen politik in nekdanji župan Velikega Manchestra, ki pa se bo težko spopadel z upadanjem podpore laburistom pred prihodnjimi volitvami. Medtem ko konservativci ostajajo nepriljubljeni, kar najbolj koristi Nigelu Farageu, vodji stranke Reform UK in enemu od glavnih akterjev brexita, ki zahteva predčasne volitve.
Deset let po referendom, iz junija 2016 raziskava YouGov razkriva, da danes le še 30% Britancev meni, da je bila odločitev za brexit pravilna, medtem ko jih 57% obžaluje takratno glasovanje. Večina vprašanih, 61%, brexit ocenjuje kot neuspeh, krivdo pa največkrat pripisujejo zaporednim konservativnim voditeljem, pa tudi Evropski uniji, laburistom in britanski upravi. Zaradi tega se je delež tistih, ki podpirajo vrnitev v EU, povzpel na 55%, čeprav podpora precej upade, če je vrnitev pogojena s sprejetjem evra in schengenskega območja. Večina Britancev sicer verjame, da bi vrnitev v EU pozitivno vplivala na gospodarstvo in finančni trg, manj pa jih pričakuje neposredne koristi za lastne finance ali zdravstveni sistem. To pa nam prikaže, da razprava o smiselnosti brexita v britanski družbi še zdaj ni zaključena.
Prevod in povzetek: D. D.








