Nel 1848 accusò Pio IX di aver chiamato gli stranieri a «macellare gl’Italiani». I primi guai con la curia per aver difeso i canonici di Udine che avevano celebrato la Festa dello Statuto. La serie di accuse mossegli dal vicario di San Leonardo
Nella «nota critica» al volume di Carlo Rinaldi Chiesa e risorgimento in Friuli nel dissenso del Vogrig l’eminente studioso di storia patria mons. Guglielmo Biasutti (1904-1985) sottolinea che «Il fenomeno “Giovanni Vogrig” è senza dubbio di notevole importanza nella storia della Chiesa Udinese del secondo Ottocento. E si colloca tra i maggiori e rari dissensi clamorosi intestini del clero friulano […]. Eppure, benché di tanta importanza, nessuno s’era occupato della figura del Vogrig e del suo pensiero: forse un po’ per pigrizia e un po’ per timore» (ivi: 6). Pigrizia e timore che l’allora 26enne Carlo Rinaldi di Sedegliano non ebbe e nel 1971 diede alle stampe la prima e finora unica monografia sulla vita e il ruolo svolto da don Giovanni Vogrig nella Chiesa Udinese del tempo. In Benecia è tutt’oggi un illustre sconosciuto eppure, benché sia vissuto per lo più a Udine, ebbe modo di dare uno scossone alla tranquilla e consolidata prassi pastorale delle sue valli e procurare non pochi grattacapi ai vicari di San Leonardo e di San Pietro.
Ma riprendiamo il racconto della sua vita. Già nei primi anni udinesi don Giovanni Vogrig si pose in aperta polemica con l’autorità ecclesiastica contestando, in particolare, il potere temporale dei papi e sostenendo le politiche anticlericali del governo italiano.
Nell’articolo Cicero pro domo sua, pubblicato sull’Esaminatore Friulano (6 luglio 1876), produsse un lungo elenco delle sue prese di posizione su queste tematiche a partire «dal 1848, quando ancora sbarbatello ho inserito pel periodico udinese un articolo contro il tradimento di Pio IX, che da Gaeta invocava gli stranieri a macellare gl’Italiani. […] Né ho deviato nel 1865, quando il buono e affettuoso vescovo Casasola mi ha trattenute le patenti di confessione da me non mai domandate, per la ragione che non ho voluto sottoscrivere l’atto di protesta da lui formulato contro il Governo italiano, che aveva occupato le province italiane».
Il 26 giugno 1867 sul Giornale di Udine sostenne la piena legittimità dell’operato dei canonici del Capitolo metropolitano e dei parroci di Udine i quali il 2 giugno avevano celebrato con una messa e il Te Deum la Festa civile dell’unità italiana e dello Statuto contravvenendo alle direttive dell’arcivescovo Casasola. Il parroco di Mortegliano, don Marco Placereani, e i preti della forania avevano protestato, sempre sul Giornale di Udine (18 giugno), contro tale comportamento sostenendo che quei sacerdoti «hanno disprezzata la decisione della S. Sede, hanno avvilita l’Autorità Vescovile, hanno recato danno al Clero e scandalo al popolo. Protestiamo perché essi hanno tradito il proprio ministero, hanno sacrificato la propria coscienza, hanno fatto ridere i nemici del Papa coll’esternarsi adhaerentes alle loro inique macchinazioni». Vogrig si appellò proprio al principio della libertà di coscienza che quei preti avrebbero violato «se intimoriti dalla lettera arcivescovile non avessero seguito il giudizio della loro mente ed avrebbero peccato con quella commissione, poiché, come sapete, la coscienza retta ed anche la invincibilmente erronea obbligano più che il precetto del superiore».
Dall’articolo vennero estratte tredici proposizioni ritenute erronee, temerarie, prossime all’eresia e lesive dell’autorità episcopale che vennero fatte oggetto di un processo canonico. Vogrig seppe difendersi efficacemente e il procedimento si concluse con una semplice ammonizione «a condursi ‘verbo et opere’ da buon sacerdote cattolico, di non procedere a penalità stante anche il carattere pericoloso, che poteva buttarsi al peggio», come scrisse mons. Casasola in una successiva lettera alla «S. Inquisizione Romana». Da quel momento, nota ancora l’arcivescovo, «Cominciai però a sorvegliarlo, e avendo sentore che nel conversare lasciavasi sfuggire sentenze male sonanti ad orecchi cattolici, a prevenire il pericolo delle anime, nel 1869 gli levai (definitivamente) la facoltà di ascoltare le confessioni» (Rinaldi 1971: 49).
Gli attriti con le autorità ecclesiastiche raggiunsero l’apice nel 1871 e iniziarono proprio in Benecia. Ogni domenica don Giovanni da Udine si recava a celebrare la messa nella chiesetta di San Giudocco (nota come San Giusto) a Scrutto di San Leonardo e insegnava il catechismo ai bambini. Lo faceva anche nella brutta stagione arrivando con i mezzi pubblici a Cividale da dove raggiungeva Scrutto a piedi. La presenza di don Vogrig non era gradita al parroco di San Leonardo, don Antonio Banchig, il quale espose le sue lamentele al Capitolo di Cividale e questi, nella persona dell’arcidiacono Giovanni Musoni, in un lungo scritto, datato 20 giugno 1871 e indirizzato alla curia, enumerò le accuse a carico del Vogrig: «Senza il permesso del vicario di San Leonardo, celebra a Scrutto ogni festa nella cappella restaurata da don Antonio Podrecca; […] avanza proposizioni “che offendono le orecchie dei fedeli” quali: non occorre osservare le feste abolite dal Regio Ministero lo scorso anno senza il concorso della Santa Sede; parla contro le istruzioni e prediche che si fanno in San Leonardo “come si insegnassero frottole per riscaldar la testa e mantenere il fanatismo fra i fedeli; anzi alle volte si serve di parole irriverenti da trivio”; critica gli esercizi spirituali, la frequenza ai sacramenti, la devozione alla Beata Vergine, l’Immacolata Concezione di Maria e l’infallibilità del papa. Queste ultime cose però le dice in privato “e ritengo che ad onta dei suoi traviamenti sappia usare un po’ di prudenza se non altro per riguardo al popolo”. È di condotta “tutt’altro che irreprensibile”; frequenta compagnie di “certi tali”, osterie di notte, “vi sparla di tutto e di tutti senza alcun ritegno”. Bisogna prendere provvedimenti come proibirgli di predicare» (Nazzi: 580).
In una lettera successiva, vergata il 27 giugno 1871, l’arcidiacono Musoni accusò il Vogrig di essersi espresso, «nella cappella di San Judocco» [!], in modo velato «contro coloro che nell’attuale circostanza hanno contribuito per l’obolo di San Pietro all’attuale Pontefice Pio IX o siano per contribuire in avvenire. Difatti l’allusione benché parabolica fu chiara in modo da affliggere e scandalizzare i buoni che erano presenti. Si invoca da là [curia] un qualche provvedimento per far tacere quella bocca infernale». Sul retro della missiva si possono leggere i seguenti appunti del vicario di San Leonardo, don Antonio Banchig: «1- Con che autorità predica? 2- Che cosa predica? 3- Qual è la sua fede circa l’infallibilità del papa e la Concezione Immacolata? 4- Come parla dei Superiori e dei Parroci? Gli si proibisca di predicare, pena la sospensione a divinis, in quanto «dà scandalo ai buoni col sostare all’osteria e col tener discorsi sconvenienti» (Nazzi: ivi).
Il 14 luglio 1871 il vicario generale, mons. Domenico Someda (1807-1889), convocò don Vogrig e gli enumerò le accuse che gli erano arrivate dal vicario Banchig tramite l’arcidiacono Musoni. Tra l’altro gli fu chiesto perché andasse a mangiare in osteria. «Oh, bella! – Fu l’ironica risposta. – Ci andò S. Giuseppe e Maria Santissima, e solamente perché non era luogo in osteria si ricoverarono in una stalla. Io non ho casa a Scrutto, quindi non essendomi permesso dalle convenienze di arrecare continui disturbi alle poche famiglie private, nelle quali avrebbe prodotto dissesto la mia presenza, mi portava talvolta all’osteria, se non era disposto a digiunare. Del resto sarebbe buona cosa che, pel bene delle anime, anche l’Arcivescovo Casasola provasse talora ciò che io più volte ho provato e dovesse fare a piedi quattro miglia sotto il suonare della pioggia e il soffiare della bora e lo stringere del freddo e così bagnato e intirizzito celebrasse la messa e quindi insegnasse la dottrina cristiana battendo i denti e poi si recasse all’osteria e dovesse contentarsi di un po’ di pane con un bicchiere di vino (non di Rosazzo) [la residenza estiva dell’arcivescovo, nda] o di un caffè, rare volte un po’ di menestra, più rare di un po’ di carne, e con quel solo ristoro rifacesse sempre a piedi le quattro miglia per giungere a tempo delle corriere e ritornare in città quella sera. Così avrebbe una buona idea delle dolcezze che provano quasi tutti i cappellani di villa e specialmente di montagna» (Rinaldi 1971: 57). (12– continua)
Giorgio Banchig









