Il suo tagliente giudizio su don Valentino Bledig. Dopo gli incarichi in Benecia, Venezia e in Friuli, per decenni insegnò nel Ginnasio liceale di Udine, dove partecipò ai moti antiaustriaci
Mentre don Valentino Bledig aveva espresso pubblicamente la sua contrarietà all’annessione della Benecia al Regno d’Italia e si era ritirato nella sua Altana, un altro prete, nato nella dirimpettaia Clastra, che invece aveva sposato le idee risorgimentali, stava mettendo in subbuglio la tranquilla vita religiosa della parrocchia di San Leonardo ed era entrato in aperto conflitto con l’autorità diocesana, anche perché a Savogna aveva celebrato un matrimonio contro le leggi canoniche, incorrendo nella sospensione a divinis.
Il prete in questione si chiamava Giovanni Vogrig. Ma prima di raccontare le vicende, alle volte burrascose, della sua vita mi sembra interessante portare alla luce un fatto che può contribuire a capire la personalità di don Bledig e il retroterra ideale che lo spinse a dire di No al Regno d’Italia. Il fatto è narrato dallo stesso Vogrig sull’Esaminatore Friulano, il settimanale da lui fondato, diretto e redatto, nel numero di giovedì, 4 marzo 1875 (anno 1, n. 43, pp. 171-172). Sotto il titolo Scrittura modello di locazione riporta l’intestazione e alcuni articoli del contratto di affitto di un terreno che don Bledig concluse con Giuseppe del fu Bartolomeo Urbanaz. Curiosa e del tutto bizzarra è l’intestazione del documento: «Del Pontificato di Sua Santità Pio IX / anno XXVII / Arcidiocesi di Udine / Arcidiaconato di Cividale / Parrocchia di S. Leonardo / Cappellania di S. Abramo e di S. Nicolò / in Altano». Pare dunque, commenta il Vogrig, «che per questo ministro di Dio non esista il regno d’Italia, né Vittorio Emanuele». Probabilmente don Bledig, che fu l’unico, tra la tanta folla accorsa domenica, 21 ottobre 1866, sul prato di Barbje a San Leonardo, a dire di No all’annessione della Benecia all’Italia, aveva rifiutato intimamente la cittadinanza italiana e si era immaginato di vivere in un ideale stato ecclesiastico retto da papa Pio IX. Pertanto il suo voto contrario all’Italia non andrebbe interpretato come fedeltà alla causa austriaca o critica preconcetta nei confronti del Regno Sabaudo, cosa che poteva essere comprensibile per un prete di fronte alla politica antipapale del governo italiano, ma a una concezione dello stato scollegata dalla realtà. Che don Bledig sia stato un personaggio atipico lo dimostra anche il testo del contratto d’affitto. All’articolo 70 leggiamo: «I locatari dovranno considerare il locatore come loro padrone; e perciò dovranno parlare e trattare con lui con tutta la possibile ubbidienza, attività, esattezza, fedeltà, mansuetudine, sincerità, placidezza, serietà, saviezza, umiltà, rispetto e civiltà». A scanso di equivoci queste qualità del rapporto tra fittavolo e proprietario le troviamo tradotte anche in uno sloveno incerto nei termini e nella grafia. Il prezzo dell’affitto consisteva nell’obbligo di Giuseppe Urbanaz di servire «la S. Messa al locatore quando egli vorrà, in tutte le domeniche e le feste di precetto» (art. 72); in secondo luogo doveva corrispondere a don Bledig «dieci centesimi italiani» detratti dalle offerte che i fedeli di Altana e di Jainich erano obbligati a versargli per ogni messa che serviva nelle loro chiese (art. 73). Don Vogrig commenta così la stravagante vicenda: «Nell’articolo 70 sono tredici virtù condizionali che il bravo prete dovrebbe prima cercare in sé, sulle quali saremmo tentati di fargli un articolo per ognuna di esse, se lo spazio ce lo permettesse; […] solo ci limitiamo a dire, che s’egli domanda tanta roba, segno che sa che non gli è, né gli può essere attribuita di spontanea volontà».
Già da queste battute possiamo intuire la carica polemica che covava nell’animo di Giovanni Vogrig. Ma cerchiamo di conoscerlo meglio. Nacque il 30 luglio 1818, a Clastra (parrocchia e comune di San Leonardo), primo dei cinque figli dei coniugi Giovanni e Maria Domenis di Clenia (San Pietro al Natisone) del casato dei Blažovi. Era questa una famiglia «piuttosto emancipata e vagamente anticlericale» che godeva di un certo prestigio in paese sia per una discreta agiatezza, sia perché il padre Giovanni era «deputato comunale» e uno zio amministratore del santuario di Castelmonte. Tra i Blažovi e l’allora parroco di San Leonardo, don Antonio Banchig di Tarcetta (1818-1887, parroco dal 1851), «non esisterà un rapporto amichevole, anzi si arriverà ben presto a formali accuse che diventeranno sempre più aspre nel tempo. Don Banchig definirà lo zio del Vogrig “uomo superbo perché arricchito col sacco della Madonna” e accuserà anche pubblicamente il padre perché non gli pagava le dovute decime» (Caucig 2008: 91).
Giovanni, dopo aver compiuto i primi studi, probabilmente sotto la guida di qualche sacerdote del luogo, frequentò il ginnasio comunale di Udine e nel 1938 iniziò gli studi filosofici e teologici nel seminario diocesano distinguendosi per gli ottimi risultati. I suoi insegnanti «dovevano lealmente riconoscere la non comune intelligenza del chierico, anche se era indisponente per il suo carattere piuttosto orgoglioso e indipendente. Si dice che Mons. Bertoluzzi, quanto chiamava il giovane studente a ripetere la lezione, gli imponesse di recitare il Credo» (ivi: 92-93).
Alla fine dei corsi teologici Giovanni Vogrig fu consacrato sacerdote il 12 marzo 1842 dall’arcivescovo di Udine, il milanese mons. Emanuele Lodi (1770-1845, a Udine dal 1819). Le prime esperienze pastorali le compì a San Leonardo, a Cialla e a San Pietro di Chiazzacco come cappellano di Castelmonte e poi a Moimacco. Il 25 novembre 1845 gli venne affidato l’incarico di assistente nelle scuole elementari di Udine, dove nel 1848 partecipò attivamente ai moti antiaustriaci, avendo ormai da tempo sposato le idee liberali e aveva dimostrato «in modo palese la sua avversione verso l’esercito asburgico ritenuto un invasore, ma anche verso gli uomini della Chiesa che, secondo lui, si erano serviti della prepotenza imperiale per sostenere il dominio temporale del papa» (ivi).
Nel 1850 lo troviamo a Tricesimo come precettore in una famiglia di Fraelacco. Di lì si trasferì a Venezia con l’incarico di istitutore e insegnante al Regio Liceo convitto di Santa Caterina, un istituto di chiara fama (l’odierno Convitto Nazionale Marco Foscarini) nelle cui aule si formarono generazioni di giovani (fra questi il patriota veneziano Attilio Bandiera) che con le loro idee contribuirono all’attuazione degli ideali risorgimentali. Richiamato dal padre, che lo volle vicino a sé per risolvere alcuni problemi famigliari, con vero rammarico lasciò Venezia che, come ricorderà in seguito, con la sua storia e la sua cultura aveva esercitato su di lui un fascino indelebile. Così nel 1854 ritornò in Benecia, fece l’insegnante nelle scuole comunali di San Leonardo e il cappellano a Clastra; in seguito venne incaricato a reggere la cappellania di Codromaz, nella Val Judrio, ove rimase per circa diciotto mesi (ivi).
Nel 1859, venne assunto come precettore nella famiglia del nobile avvocato Alfonso Ciconi (fratello del poeta e patriota Teobaldo) di San Daniele del Friuli. In quel periodo la cittadina «era la culla del liberalismo friulano. Qui il Vogrig si mette a capo del movimento antipapale. La sua azione è sostenuta da molti seguaci, ma è anche scomoda per l’arciprete che, nel 1864, interviene presso l’arcivescovo per allontanarlo dalla parrocchia. È un periodo di forzato intervallo nel quale il Vogrig vuole cimentarsi come scrittore. Infatti riempie le sue giornate, seduto a tavolino, dialogando con i protagonisti dei romanzi che intende pubblicare» (ivi).
Nello stesso anno Vogrig arrivò a Udine dove ricevette «l’incarico di professore supplente presso il Ginnasio liceale, incarico che gli venne riconfermato dal governo italiano dopo il 1866» (Sguazzero: 11.06,2026). In questo istituto, che nel 1875 fu intitolato a Jacopo Stellini, il Vogrig insegnò come titolare di cattedra dal 1868 al 1893, quando venne collocato in pensione all’età di 75 anni. (11– continua)
Giorgio Banchig









