1 Marzo 2019 / 1. marec 2019

Benečijo lahko rešijo le … otroci!
La Slavia si salva solo … nelle culle!

Podatki o vpisih v šolsko leto 2019-2020, ki smo jih objavili v Domu z dne 14. februarja, so za Benečijo silno zaskrbljujoči. V vrtcih Nediških dolin bo septembra najnižje število otrok v celi zgodovini teh predšolskih ustanov, saj je v zadnjih treh letih število malčkov padlo za kar 40 odstotkov! Seveda je to posledica strašljivega padca stopnje rodnosti. Po Igorju Jelenu, profesorju politične in gospodarske geografije na tržaški univerzi, je pojav denatalitete značilen za razvitejši in bogatejši del sveta, a ni nikjer tako negativnih podatkov kakor pri nas.

V poročilu o stanju Alp, ki ga je pripravila Alpska konvencija, beremo, da je za alpsko regijo značilno upadanje stopnje rodnosti in posledično upadanje števila prebivalcev. Ker pa struktura prebivalstva je odvisna tudi od odselitev/priselitev, se demografski učinki na območju Alp jasno kažejo v obliki staranja prebivalstva. Največi odstotek starejših prebivalcev so zabeležili v občini Dreka.

Različno je stanje na Južnem Tirolskem, ki ima najnižji skupni odstotek starejšega prebivalstva in najvišjo stopnjo rodnosti. Drugo mlado območje na italijanskih Alpah je v Dolini Aoste. Ni slučajno, da je demografska slika najboljša, kjer je jezikovna in kulturna identiteta močnejša in boljše zakonsko zaščitena. Saj avtohtono prebivalstvo igra ključno vlogo v demografskih dinamikah, bodisi s svojo tradicijo in inovacijami bodisi s kulturno in jezikovno bogatostjo.

»V XX. stoletju so obširna območja Alp doživela velik upad števila prebivalcev, kar je povzročilo čedalje večje težave pri zagotavljanju osnovnih storitev prebivalstvu in s tem ogrozilo njihov življenjski standard. Nenehno zaostrovanje tega trenda lahko sčasoma sproži negativen razvoj tudi na drugih področjih, na primer turizmu ali hidrogeološki varnosti. Da bi se ohranilo bistvene alpske značilnosti naseljenega gorskega območja, je treba ohraniti prisotnost lokalnega prebivalstva,« priporoča Alpska konvencija. Predvsem, poudarja prof. Jelen, ne gre nikoli pozabiti, da so naša prihodnost otroci.

Culle vuote, asili vuoti. La denatalità fa sentire i suoi effetti anche sulle iscrizioni all’anno scolastico 2019-2020, chiuse lo scorso 31 gennaio. Fa venire i brividi constatare che nelle Valli del Natisone il numero degli alunni nelle scuole dell’infanzia è calato del 40 per cento in appena tre anni, dai 177 dell’anno scolastico 2016-2017 ai 106 del 2019-2020. In controtendenza, quest’anno, vanno gli asili di Pulfero e San Leonardo, ma si tratta di numeri molto bassi, che non lasciano spazio agli entusiasmi. Abbiamo chiesto un commento a Igor Jelen, docente di geografia politica ed economica all’Università di Trieste.

Igor Jelen

La crisi demografica che abbiano sotto gli occhi significa un fenomeno tanto difficile da comprendere quanto paradossale: quella umana è, forse, l’unica specie che in condizioni di benessere (con la possibilità di vivere in pace, di soddisfare ampiamente le funzioni di base della vita biologica e culturale) tende, piuttosto che a moltiplicarsi, a ridimensionarsi. Una tendenza che si verifica un po’ dappertutto, in aree urbane e rurali, di montagna e di pianura, a prescindere da elementi di religione, cultura e tradizioni, e che in genere si stabilizza dopo un po’ in una situazione di equilibrio.

Ci sono però delle eccezioni, tra le quali l’Italia (e non molte altre nazioni evolute), dove l’assestamento diventa stagnazione, portando con il tempo ad una sorta di crisi strutturale, sempre più grave. Una crisi che sta diventando drammatica, oltre che in senso demografico, umano in senso lato, cui si sommano ulteriori elementi di debolezza (se si considera che quella demografica è la più importante tra le variabili che creano crescita nel lungo periodo per tante e ovvie ragioni); tra queste emigrazione (anche di fasce di età particolarmente importanti per il funzionamento complessivo del sistema, per es. dei giovani con alta scolarità), fenomeni di abbandono territoriale, e di regressione sociale – economica.

In genere la situazione demografica deriva da un insieme di fattori, alcuni dei quali (anche qui, in modo del tutto paradossale) derivano da un miglioramento complessivo della condizione umana (salute, età media di vita, partecipazione al mercato del lavoro delle componente femminile, allungamento dei cicli scolastici); dipende anche dall’attrattività di una certa regione (se è capace di attirare o meno, oltre che investimenti e attività, anche persone e imprese).

Diverse sono le ipotesi che tentano di spiegare il fenomeno nella sua complessità; tra queste prevalgono spiegazioni di tipo economicistico, sociale e di altra natura. Altre considerano fattori di più difficile misurazione, come peggioramento ecologico e diffusione di stili di vita inadeguati – con la conseguente diminuzione di fertilità, dovuta a contaminazioni, inquinamento, sedentarietà, diffusione di tecnologie invasive (es. dispositivi che diffondono inquinanti e onde elettromagnetiche): quasi una sorta di saturnismo che già in passato aveva portato all’avvelenamento di intere popolazioni (in modo del tutto inconsapevole) e alla scomparsa di intere civiltà. Senz’altro molto dipende dalle politiche, e in particolare dalla deviazione di investimenti (essenzialmente pubblici) teoricamente favorevoli alla natalità e all’infanzia; un fatto che caratterizza qualsiasi aspetto della realtà attuale: sembra che semplicemente la politica si sia dimenticata che il nostro futuro dipende dalle nuove generazioni.

Di fatto oggi intere città, quartieri e paesi, sono fatti in modo del tutto incoerente rispetto alle necessità di famiglie e bambini, trascurando gli investimenti in qualità della vita, le cd. funzioni di amenity, il vero petrolio delle società evolute, che dovrebbero invece perseguire strategie opposte (di transizione ecologica, di miglioramento ambientale): strategie che oggi, in epoca post fordista e post produttivista, inducono sviluppo (anche in senso keynesiano, come le economie più evolute sembrano dimostrare), attirando capitali, attività e persone. Strategie che diversi altri Paesi europei (e di altre parti del mondo evoluto) perseguono con coraggio, pure scontrandosi con ampie stratificazioni sociali che non possono o non vogliono adeguarsi al cambiamento (si pensi a cosa sta succedendo in Francia e Inghilterra). Ma – oltre una certa soglia – neppure tali spiegazioni sembrano bastare.

A proposito della nostra crisi (ma bisogna considerare l’eccezione di Trentino e Alto Adige, che evidenziano tendenze esattamente opposte), i fattori sembrano essere ancor più gravi e persistenti – nei cicli demografici, per ovvie ragioni, cause ed effetti si sviluppano alla scala del ciclo generazionale, quindi gli effetti che provocano sono di fatto irreversibili. Sembra qualche cosa che riguarda ragioni di tipo culturale, valori e abitudini, modi di vivere e di essere, e interessa anche e soprattutto i comportamenti. Chi non ha figli (o neppure nipoti, cugini, parenti acquisiti, figli di amici etc.), tende a comportarsi in altro modo, come se non ci fosse un domani (inevitabilmente): un fatto che porta ad una diffusa de-responsabilizzazione, che crea i contorni di un circuito vizioso. La realtà dei dati è questa: meno della metà delle donne ha l’opportunità di metter al mondo quelli che diventeranno la generazione di domani; come se si fosse rotta la stessa idea di «io collettivo», di sequenza generazionale. Nulla a che vedere ovviamente con la libertà di scelta, nel caso di non avere figli, che resta un fatto acquisto (e, considerando l’impegno che ci vuole oggi a crescerli, anche un po’ comprensibile!). Crescere i figli è faticoso, a volte snervante; in certi casi, senza l’aiuto, di qualcuno, proprio impossibile.

Tra gli scienziati geo-sociali prevalgono spiegazioni legate all’organizzazione territoriale in genere; a volte si tratta di semplici problemi di gestione di tempi e spazi; i bambini in età scolare in (quasi) tutta Europa vanno a scuola da soli (in bus, a piedi, con il monopattino), frequentano sistematicamente escursioni, visitano fattorie, partecipano a settimane bianche, marroni (nella natura) e blu (al mare); frequentano corsi pomeridiani collocati in zone pedonali e facilmente accessibili (non bloccate da diesel maleodoranti in sosta selvaggia); i servizi sono mediamente, se non più efficienti, più attenti alle necessità dell’infanzia (mense, poli multi-funzionali accessibili con mezzi pubblici, strutture aperte nel doposcuola, orari flessibili e sincronizzati, nonni vigile che aiutano ad attraversare le strade). Elementi, questi, che si combinano a quelli di tipo soggettivo, alla semplice incapacità delle popolazioni «viziate» dalle comodità iper-moderniste di affrontare certe situazioni di impegno.

È anche una questione di percezione: avere figli oggi «sembra» essere così difficile (mentre, al contrario, per mille motivi, è molto più facile che in passato) da indurre molti a non averne affatto; significa essere condizionati per decenni dalla necessità di fare 2 o 4 o anche 6 corse pendola- ri al giorno in macchina da qualche parte (tra scuola, corsi pomeridiani, visite dal pediatra etc.); significa «parcheggiare» i figli presso qualche (a volte sconosciuta) baby sitter (ovviamente considerando il fatto che, se le mamme non sono molto giovani, i nonni saranno piuttosto anziani, spesso non in grado di supportare i giovani genitori in queste imprese); significa maggiori spese, maggiore impegno nella stabilità personale e familiare, maggiore impegno in attività di qualsiasi tipo. Il discorso si inserisce in uno più vasto che riguarda un generale fenomeno (che qualcuno una volta avrebbe definito) di imborghesimento: un atteggiamento che porta a scegliere la via più comoda, indotto da evoluzioni di una tecnologia invadente, quasi fossimo vittime inconsapevoli di un rinnovato determinismo ambientale. In un certo senso la conseguenza di un’onda lunga di certe visioni tardo consumistiche: «Finirete tutti per crepare di comodità», come affermava un magnifico splendido slogan sessantottino, fare figli sembra essere diventato una sorta di lusso, oppure anche una inutile scomodità.

A questo proposito si consideri il caso degli animali da compagnia, che sembra abbiano preso per molti il posto dei bambini; questo evidentemente perché ci fanno «compagnia », ma anche perché non sono impegnativi, e quando non ne abbiamo più voglia, è possibile metterli da parte senza troppi problemi (ma non è neppure il caso di prendersela troppo, visto che gli animali sono i primi amici dei bambini, e che, meno male, ci sono ancora persone che se ne prendono cura).

Situazioni comuni a tutti i Paesi evoluti, ma che da noi descrivono una realtà fuori controllo (da considerare tra le altre cose che Udine e il Nordest italiano registrano i tassi di motorizzazione tra i più elevati del pianeta, oltre che una situazione preoccupante di inquinamento); che sembra diventare il vero e drammatico spread che ci allontana sempre più dall’Europa. È evidente; il nostro non è un mondo fatto per bambini; oratori e cortili dove una volta si giocava a pallone sono diventati parcheggi per SUV; interi bacini turistici (in particolare in FVG) sono del tutto privi di family hotel, così come di strutture e sevizi idonei di qualsiasi tipo; il bambino al bar e in ristorante, sul bus e in treno viene considerato – spesso, nella migliore delle ipotesi – come un fastidio; intere città non dispongono di aree attrezzate dove poter lasciare correre i bambini senza preoccupazioni, mentre i parchi gioco sembrano essere posizionati proprio nelle aree più pericolose e inquinate. In realtà sembra che per qualche motivo si è persa l’attitudine a pianificare il nostro territorio e il nostro tempo, e anche a pensare, a immaginare il nostro futuro.

Non siamo (più) un Paese per bambini; e spesso neppure per adulti.

Igor Jelen

docente di geografia politica ed economica all’Università di Trieste