15 Maggio 2020 / 15. maj 2020

Vogliamo bambini cibernetici?
A si želimo kibernetske otroke?

È impossibile prevedere gli sviluppi del percorso che ci attende prima che il coronavirus venga reso inoffensivo, anche in considerazione di come il problema viene affrontato da parte dei poteri costituiti. Purtroppo, il fattore che oggigiorno sembra al primo posto nella scala di valori è quello economico: l’homo oeconomicus surclassa ogni altra definizione dell’essere umano trascurando deliberatamente nella propria visione l’homo ethicus, l’homo moralis. Per definizione l’oeconomicus cerca principalmente di ottenere il massimo benessere a vantaggio di sé stesso. L’operare dell’economia è intrinsecamente amorale in quanto non fa parte del suo programma alcun interesse per qualsiasi valore di moralità sociale.

Cosa c’è di moralmente significativo che detti anche alla politica nostrana le priorità nelle possibili soluzioni al problema pandemico? C’è forse una visione integrale della persona umana, con tutte le sue componenti materiali e spirituali, nei provvedimenti che indirizzano e costringono la gente nel tentativo di ritorno alla normalità con la riduzione dei rischi dovuti al contagio? Nulla da obiettare al fatto che il fattore economico sia di importanza strategica, ma crea una perplessità paurosa il sottovalutare quanto di più umano rimanga al di là della pancia piena. Guardo alla parte spirituale dell’uomo italiano, a quella componente che fa dell’uomo non un animale, ma l’uomo, la persona, che per definizione non è solo corpo ma anche dotato di anima, di dignità che gli viene dalle doti morali, prima che dalle capacità di produrre reddito. E penso al lato religioso dell’uomo, alla sua dimensione escatologica, vale a dire quanto concerne il destino ultimo del singolo individuo, dell’intero genere umano e anche dell’universo; una visione del sé nel mondo espressa nella quotidianità. Perché è così sottovalutata la problematica relativa allo sviluppo culturale, alla formazione della personalità e dell’identità soprattutto dei piccoli e dei giovani, riducendo il ruolo della scuola alla sola fredda nozione autoappresa o trasmessa per via telematica? Vogliamo bambini cibernetici, soli, autoreferenziali, in colloquio con macchine parlanti, anaffettivi, egocentrici e via peggiorando?

Non occorre essere psicologi per comprendere che esasperare l’isolamento della gente, dai piccini ai grandi, costringendoli a soggiacere al potere cibernetico ricrea proprio nell’uomo quello che fa delle macchine prive di sentimenti, di empatie, di socialità concreta e non virtuale. Mi rileggo gli appunti dei miei studi e richiamo alla mente quali siano le «agenzie di socializzazione » per il piccolo dell’uomo nella formazione propria identità di uomo, di cittadino, di componente maturo e responsabile di una società umana sempre più vasta ed oggi interconnessa. Ovviamente prioritaria è la famiglia, ma guai sottovalutare il «gruppo dei pari» intendendo bambini, ragazzi che tra loro sviluppano le proprie potenzialità nel confronto diretto, nella collaborazione, col lavoro d’equipe e quant’altro. Quindi la scuola, il gioco comune, la vacanza ed il confronto nell’impegno scolastico.

Magari tutti, dai ministri ai genitori potessero ascoltare e comprendere il grido quasi rabbioso espresso in una trasmissione televisiva (La7) da uno psicologo di lungo corso come Paolo Crepet contro il ministro dell’Istruzione circa i provvedimenti sulla scuola pubblica e privata.

«Non capire che un bambino ha bisogno di socialità, di carezze, di essere sgridato, di essere lodato, di prendere i voti, di giocare, di giocare a pallone… ma avere una classe politica che non capisce questo e che manda metà dei bambini nel solipsismo casalingo per diventare autistici digitali, questa è una cosa che mi fa orrore. Sono 40 anni che mi occupo di questa cosa e mi fa orrore… Ma che mondo è? Non mi interessa la politica ma l’intelligenza, il buon senso!».

L’homo oeconomicus scarta addirittura l’homo sapiens, che fino a qualche anno fa non si immaginava certo la cibernetica ma viveva, dai suoi primi passi verso la civiltà, in armonia con la natura. Oggi crede di conoscerla e, nella sua presunzione, è essa stessa, la natura, che cerca di fargli capire che deve tornare a essere Uomo. Uomo e basta!

Riccardo Ruttar