A trent’anni dal 9 novembre 1989, data della caduta del Muro di Berlino, assurto a emblema dello scontro tra due sistemi, quello democratico e pluralista, da una parte, quello comunista e totalitario, dall’altra, l’Istituto per la cultura slovena, con il patrocinio del Comune di San Pietro al Natisone ha promosso, mercoledì, 10 aprile, una tavola rotonda dal titolo «L’impatto della Guerra fredda e della Cortina di ferro sulla Benecia », con relatori esperti di storia che quel periodo hanno vissuto in prima persona e sentito sulla propria pelle.
È facile constatare che valli del Natisone e del Torre, Resia e Valcanale, con la loro popolazione di lingua e cultura slovena, hanno retto alla Prima guerra mondiale, al fascismo e alla Seconda guerra mondiale, ma sono state messe al tappeto dalla Guerra fredda e dalle trame di organizzazioni più o meno segrete. È difficile, a volte addirittura impossibile, trovare antidoti efficaci a una situazione fortemente compromessa. Anche perché, trent’anni dopo il crollo del Muro di Berlino e quindici anni dopo l’ingresso della Slovenia nella Nato e nell’Unione Europea, la Cortina di ferro ancora sopravvive ideologicamente in molte teste. Dell’una e dell’altra parte.
Ezio Gosgnach
Redditi da Guerra fredda_Osebni dohotki izražajo hladno vojno
Il perché dell’odierna drammatica situazione delle nostre valli trova spiegazione nel racconto di un soldato semplice, in servizio di leva negli anni Settanta del secolo scorso nella fanteria d’arresto a Purgessimo, 120° battaglione Fornovo: «Sostanzialmente presidiavamo un complesso di bunker con cannoni/mitragliatrici sotto il monte Matajur. La nostra consegna era far saltare i ponti/abitazioni civili che ostacolavano i nostri simpatici cannoni MECAR 90/32 (…) resistere non più di 15 minuti e poi (se sopravvivevamo, cosa alquanto discutibile) attaccare alle spalle. Quando non ero tra i monti, ero furiere e ho visionato sia i piani di “distruzione” che le informazioni di intelligence sul “nemico” di competenza della nostra piccola porzione di fronte. Si sapeva tutto, dal numero potenziale delle truppe… al nome/nazionalità del battaglione nemico… che nello specifico sarebbe stato ungherese».
Da queste poche frasi si evince che per la Benecia il destino era segnato a priori. Ma appare anche chiaro che gli stati maggiori italiani e atlantici erano ben consapevoli come il pericolo militare non arrivasse dalla vicina e «non alineata», seppure comunista, Jugoslavia. Altro discorso sono gli scontri ideologici e la strumentalizzazione della questione slovena.
A trent’anni dal 9 novembre 1989, data della caduta del Muro di Berlino, assurto a emblema dello scontro tra due sistemi, quello democratico e pluralista, da una parte, quello comunista e totalitario, dall’altra, l’Istituto per la cultura slovena, con il patrocinio del Comune di San Pietro al Natisone ha promosso, mercoledì, 10 aprile, una tavola rotonda dal titolo «L’impatto della Guerra fredda e della Cortina di ferro sulla Benecia », con relatori esperti di storia che quel periodo hanno vissuto in prima persona e sentito sulla propria pelle.
È facile constatare che valli del Natisone e del Torre, Resia e Valcanale, con la loro popolazione di lingua e cultura slovena, hanno retto alla Prima guerra mondiale, al fascismo e alla Seconda guerra mondiale, ma sono state messe al tappeto dalla Guerra fredda e dalle trame di organizzazioni più o meno segrete. È difficile, a volte addirittura impossibile, trovare antidoti efficaci a una situazione fortemente compromessa. Anche perché, trent’anni dopo il crollo del Muro di Berlino e quindici anni dopo l’ingresso della Slovenia nella Nato e nell’Unione Europea, la Cortina di ferro ancora sopravvive ideologicamente in molte teste. Dell’una e dell’altra parte.
Ezio Gosgnach
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