
Aleluja je beseda, ki daleč med vsemi označuje Veliko noč. Ta dan praznujemo največji čudež in temelj naše vere, ki je vstajenje Jezusa Kristusa od mrtvih. »Jezus naš je vstal od mrtvih, razveseli se kristjan. Smrt in pekel je premagal, vstal iz groba tretji dan. Aleluja!« prepevamo v cerkvah. Beseda aleluja je vzeta iz hebrejščine in pomeni »hvaljen bodi Bog«. Velikonočna skrivnost nas vabi, da se pridružimo tej zahvali. In da znamo razbrati znake upanja v Benečiji, Reziji in Kanalski dolini.
U. D.
La Pasqua di quest’anno si staglia nel giubileo che porta il titolo «pellegrini di speranza », un titolo che suona come un presagio rispetto a colui che lo ha accreditato, perché questa quaresima è stata caratterizzata dalla lunga degenza in ospedale di papa Francesco, a tratti – come hanno confidato i medici – sul punto di morire. Nella Lettera agli Ebrei (6,19) la speranza è paragonata a un’àncora fissata non su un fondale marino, ma nel «santuario di Dio», in Cielo. Il titolo del giubileo risulta quanto mai appropriato non solo per quanto riguarda il papa, ma anche la nostra condizione personale e collettiva odierna, sia a livello mondiale che locale.
Il conflitto in Ucraina a tratti pare sopito, ma non sappiamo come, quando e se si risolverà, come pure altri conflitti in tante altre parti del mondo: in Terra Santa e in altri luoghi che ci vedono meno coinvolti e informati: Sudan, Haiti, Yemen, … Riguardo alla Benecia, la recente visita del nostro arcivescovo è stata un momento particolarmente importante e positivo, un motivo di consolazione. Pensare però che la sua visita potesse risolvere problemi antichi e presenti anche di tipo pastorale, potrebbe aver lasciato qualcuno deluso. Problematiche riguardanti il presente e il futuro, locali e mondiali, vanno certo riconosciute, definite e affrontate, ma potrebbero anche non risolversi. Ci potremo trovare come i due viandanti «di Emmaus», descritti alla fine del Vangelo di Luca come discepoli tristi e delusi, che si allontanano dalla città di Dio e tornano sui propri passi.
Per altri motivi più personali, esistenziali, potremo addirittura sentirci abbandonati da Dio, come ha potuto sentirsi anche Cristo. Potremo ritrovarci come se camminassimo nell’oscurità del Venerdì Santo. Cosa fare allora? Come non cedere alla rassegnazione, se non proprio alla disperazione?
Cristo, soffrendo, morendo e risorgendo per noi, ci insegna che quando ci troviamo avvolti dalle tenebre interiori l’atteggiamento giusto è quello di abbandonarci a Dio e attendere la luce della Risurrezione.
Potremo trovare anche risposte umane, che non convinceranno tutti e non varranno sempre, ma che potrebbero illuminare il nostro presente e il nostro futuro.
Per quanto riguarda le Valli del Natisone, almeno e anzitutto per ciò che riguarda la vita ecclesiale, dovrebbe essere illuminante la convinzione affermata in più circostanze da Giovanni Paolo II sui due “polmoni” del corpo mistico: quello del cristianesimo di tradizione occidentale nel quale sostanzialmente si riconoscono i cristiani italiani e quello del cristianesimo di tradizione orientale nel quale si riconoscono i cristiani slavi. Anche a livello culturale non si dovrebbe rimanere polarizzati sulla cultura dell’una o dell’altra nazione, ma conoscerle e apprezzarle entrambe come ricchezza da condividere.
Per quanto riguarda l’Occidente in particolare, in Europa e in Nord America, ma anche in altre parti del mondo, si rinnova la paura del diverso, il bisogno di tutelare una data identità e interesse nazionale, politico ed economico. La mia esperienza personale mi spinge a credere piuttosto il contrario. Su 76 studenti adulti ai quali ho offerto lezioni di teologia a Roma, solo uno – una signora nata in Russia – era europea. Questo io non l’ho vissuto come un problema, ma come un segno limpido, meraviglioso e indimenticabile dell’amore di Dio per me. E realtà come queste non riguardano solo me, ma anche le nostre Chiese occidentali. Anche la nostra diocesi conosce esperienze di questo tipo positive e benedette.
Per vivere questa Pasqua nel segno della speranza occorre attendere, riconoscere e ricordare i segni dell’amore di Dio, segni che solo chi ha lo sguardo attento e poi il cuore ardente sa cogliere, segni sorprendenti, anche se non corrispondono esattamente alle nostre attese, così come la risurrezione di Cristo non corrispondeva alle attese dei discepoli di Emmaus.
Paolo Cocco








