Nel mondo più come parassiti che ospiti_ V svetu jih imajo bolj za parazite kakor za goste

Un paio di mesi fa avevo ritagliato da un quotidiano un articolo, poco più di un trafiletto, dal titolo un po’ curioso: «Il seppuku» dei vecchietti per salvare lo Stato. Era firmato dallo scrittore e drammaturgo Stefano Massini, un personaggio degno d’attenzione.

Non conoscevo il senso del termine giapponese «seppuku», ma intuivo che facesse parte di quel genere che richiama al rituale del sacrificio volontario come «harakiri». L’autore scrive di un certo Yusuke Narita, un accademico dell’università statunitense di Yale specializzato negli studi economici. Si sentono riflessioni e proposte particolari in relazione all’aumento vertiginoso della popolazione mondiale ed ai collegati problemi economici, tuttavia nonancora una come quella «brillante ricetta» contro la crisi demografica che affligge la sua patria dell’estremo Oriente, il Giappone.

Credo che tale proposta possa avere un senso in quel mondo che a noi richiama i mitici «samurai», suicidi per salvare l’onore, e i «kamikaze» nel nome dell’imperatore. A noi, nel nostro mondo, che potrebbe rifarsi ai miti cavallereschi medioevali, ma anche altrove in assoluto, il solo pensiero di simili ricette parrebbe fuori luogo, direi impensabile.

È immaginabile che, per ridurre la pressione demografica ai fini dell’equilibrio economico, per sfoltire la ressa, abbia proposto il suicidio di massa della popolazione anziana. Secondo l’accademico di matrice giapponese l’invecchiamento di massa produrrebbe effetti collaterali nefasti, arginabili solo con misure drastiche come quella avanzata o l’eutanasia. Diciamo che si tratta di una specie di ribaltamento prospettico – afferma Massini – per cui alle consuete misure per incentivare la natalità si sostituiscono adesso quelle per ridurre la popolazione già in vita.

Rispetto al giudizio di questa palese assurdità, è lo stesso autore che non la scarta come una semplice butade; osserva infatti: viene da pensare al fatto che la floridità di uno Stato era fino all’altro ieri misurata anche dal parametro «speranza di vita alla nascita» che il professor Narita ha già pensato di rimodulare con l’aggiunta di una clausola: speranza di vita… al di là della mannaia per sfoltire la platea dei pensionati.

A noi interessa il rischio «che salvaguardare la sopravvivenza del cittadino potrebbe a breve non essere più l’obiettivo implicito dello Stato». Io mi chiedo, riflettendo sui fenomeni politici in corso, c’è realmente qualche segnale che pende in quella direzione?

La questione si complica di fronte a qualsiasi prospettiva, specie pensando che per una riduzione, per uno sfoltimento degli anziani/pensionati e di tanti che potrebbero essere considerati un peso inutile di cui liberarsi, non occorre arrivare all’estremo dell’autoimmolazione, basta andare per strade già intraprese, per dimenticanze e sottovalutazioni già in atto, per discriminazioni ed ingiustizie sistemiche. D’altronde non sono affatto divenute estranee ed universalmente bollate come disumane azioni criminose dettate da ideologie razziste di recente s/memoria. «Guarda caso – ed è una valutazione demografica ascoltata l’altrieri – nel nostro beneamato Paese stanno andando in pensione i nati negli anni ’70, anni in cui le nascite annue si aggiravano sul milione, mentre attualmente non arrivano neppure alla metà. Chi riempirà i forzieri previdenziali dei presenti e futuri pensionati perché possano realmente realizzare la speranza di lunga vita alla nascita? Il crollo delle nascite in Italia pare non destare grandi preoccupazioni, ma per chi dovrebbe preoccuparsene per responsabilità politica non è un mistero che di questo passo, presto negli anni a venire, mantenere gli standard di vita odierna cui ci siamo abituati, sarà una fortuna di pochi. Non si fanno più figli dalle giovani coppie e in questo il nostro Paese si trova nelle parti più basse delle classifiche mondiali, una media di 12 figli per 10 donne (1,2 figli per donna) ed i nati sono maschi e femmine e se la maggioranza delle stesse ha solo un nato, la natalità tende ad azzerarsi. Ecco risolto il problema posto dall’accademico di Yale.

Il fenomeno non ha certo la sua causa principale nella povertà dei singoli nuclei famigliari, ma perché ci si sta abituando troppo bene, si è più liberi, più spensierati, meno disposti al sacrificio del mantenimento, dell’educazione, dell’istruzione e dell’impegno quotidiano che in una decente vita famigliare ci prefiggiamo come aspettativa.

È implicito il fatto che la società nel suo insieme dovrebbe favorire le famiglie non tanto con incentivi economici di interventi più o meno favorevoli, quanto offrire strutture, servizi, assistenza, per permettere alle mamme di realizzare se stesse assieme al consorte.

La situazione mondiale complessiva, la scienza demografica ed anche il semplice buon senso danno per scontata la soluzione per una sana e intelligente politica migratoria che porti un qualche equilibrio sia sul piano sociale che su quello economico; ma anche per questo ci vuole un qualche sacrificio che non contempla il suicidio di massa, ma la consapevolezza che come genere umano siamo tutti uguali nei diritti e nei doveri per stare al mondo di cui siamo tutti più parassiti che ospiti.

Riccardo Ruttar

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