Può essere puro divertimento sfruttare una qualsiasi mappa satellitare, come Maps, e cercarvi un qualche luogo che ci sta a cuore, magari il nostro paese e ritrovarci in immagine la via di casa, l’abitazione stessa. E poi ispezionare le abitazioni, gli orti, i dintorni, magari per ricostruire ricordi suggeriti da altre immagini rispetto a quelle impresse camminando sui luoghi. Io lo vedo, sul mio cellulare, il mio paese e, man mano che allargo il campo visivo, lo situo in uno spazio sempre più vasto, che, nelle immagini, dà il senso del mio piccolo paese, infinitesimo sulla superficie del globo.
E sono qui un po’ spaurito a misurare la mia stessa reale dimensione, magari vedendomi un po’ come uno degli otto miliardi di parassiti che si affannano a rosicchiare il creato che mi sostiene, ma consapevole della mia stessa consapevolezza di essere un essere pensante capace di capire, conoscere molti dei segreti dell’universo e del mondo con gli esseri che lo abitano. So di sapere e, come essere intelligente, ritorno col pensiero al piccolo posto che occupo e al mio, anche se infinitesimo, ruolo di corresponsabile delle sorti dell’umanità. È una questione di allargamento degli orizzonti, una partecipazione perlomeno emotiva ai fatti belli e brutti che questa nostra casa comune, l’orbe terracqueo, è costretta a sopportare.
Certo, le immagini satellitari riportate da Maps mostrano le linee che tracciano i confini tra Stati, segnano nomi di paesi, di città e megalopoli, di isole, di continenti, di mari e oceani e ciascuno di noi è in grado di localizzare con facilità i luoghi da dove in ogni momento giungono notizie di un mondo in subbuglio, di avventure di società umane diverse per pelle, per lingua, per foggia; tutte accomunate dalle difficoltà del vivere o sopravvivere in un mondo devastato dai mali di sempre. Tragedie e mali che oggi si sono potenziati proprio dall’essere pensante che, razionalmente, dovrebbe fare di tutto per evitarli. L’essenza che distingue l’uomo da ogni essere creato è l’intelligenza per cui l’uomo gode di libero arbitrio che gli permette di distinguere il bene dal male.
Questa consapevolezza dovrebbe regolare tutti, specie coloro che esercitando il potere si assumono la responsabilità del suo corretto uso per il bene comune. Purtroppo questa è la chimera, il sogno vano o l’utopia, specie a guardare la storia millenaria umana fatta di guerre, di fronte alla storia attuale che vede in prospettiva la propria stessa fine in considerazione di quanto l’ingegno umano è riuscito a predisporre contro se stesso. Certo, la consapevolezza della situazione globale fa paura.
Se guardiamo con una qualche obiettività la situazione della democrazia nel nostro Paese – e non solo nel nostro – ci possiamo chiedere perché metà della nostra popolazione adulta si rifiuta di usare quell’unica chiave di cui dispone per esercitare il diritto di cittadino ancora libero di poterlo fare: la scheda elettorale, con la quale, insieme a tutti gli altri cittadini, si può impedire lo scivolamento verso poteri dispotici non più controllabili. E, invece, anche coloro che ancora godono di stati sociali democratici, si trovano tanto sfiduciati da non approfittare di quell’unica occasione che viene loro offerta,quella di esprimere il proprio voto nella scelta delle persone cui viene demandato il potere politico ed amministrativo. Dove ancora il voto elettorale può ancora essere espressione della libera scelta individuale, è un peccato non esercitarne il diritto-dovere, per evidenziare le diversità ed il pluralismo nella formazione e la gestione del potere politico.
L’esperienza ci insegna che certe formazioni sociali che rimangono fascinate da personaggi che si presentano carismatici, capaci di sedurre con le loro promesse salvifiche alla fin fine tendono ad approfittare con ogni mezzo per raggiungere e poi rafforzare il loro potere. A considerare la concreta situazione del nostro Stato, vale la pena soppesare i rischi che corriamo nella progressiva lenta riduzione delle libertà sancite dalla Costituzione. Rischi che corriamo da vicino tutti. Se metà degli aventi diritto al voto vi rinuncia, implicitamente consegna la propria unica porzione di responsabilità sociale a quella componente che, più motivata, sedotta, illusa, va invece compatta alle urne. È ovvio che se chi dissente dalla gestione del potere in corso non lo manifesta, tace, si astiene, contribuisce implicitamente a rafforzarne il potere. Dire che andare a votare non serve perché, tanto, la politica non cambia è come darsi la zappa sui piedi. Non ci sono alternative valide? Sempre meglio qualsiasi alternativa piuttosto che una sola anche nel voto. Putin e simili insegnano.
Manca poco tempo a quell’otto di giugno quando tutti i cittadini sopra i 18 anni saranno chiamati alle urne per eleggere i propri rappresentanti al Parlamento Europeo. Meglio più voci in quel parlamento che poche o singole. Meglio litigare che non poter fare nemmeno quello.
Per quel che ci riguarda da vicino, dato che le elezioni di giugno prevedono anche la scelta degli amministratori locali di 81 dei 134 Comuni della provincia di Udine, tra cui anche la maggioranza di quelli sloveni sulla della fascia confinaria, c’è una ragione in più per fare delle scelte più informate e consapevoli delle loro possibili conseguenze. Ciascuno di noi è collegato ai suoi simili in modo indissolubile, che lo voglia o no; magari può fare molto poco per migliorare questo mondo, ma è meglio che quel poco lo faccia, si prenda quel centesimo o millesimo di responsabilità a livello comunale, quel sessantamilionesimo come cittadino, e quel milionesimo da europeo. Così contribuiremmo tutti a un mondo migliore. Il voto in sé potrebbe essere un primo segno di ravvedimento. (Riccardo Ruttar)
Meglio litigare che stare zitti _ Bolje je se prepirati, kakor molčati
Può essere puro divertimento sfruttare una qualsiasi mappa satellitare, come Maps, e cercarvi un qualche luogo che ci sta a cuore, magari il nostro paese e ritrovarci in immagine la via di casa, l’abitazione stessa. E poi ispezionare le abitazioni, gli orti, i dintorni, magari per ricostruire ricordi suggeriti da altre immagini rispetto a quelle impresse camminando sui luoghi. Io lo vedo, sul mio cellulare, il mio paese e, man mano che allargo il campo visivo, lo situo in uno spazio sempre più vasto, che, nelle immagini, dà il senso del mio piccolo paese, infinitesimo sulla superficie del globo.
E sono qui un po’ spaurito a misurare la mia stessa reale dimensione, magari vedendomi un po’ come uno degli otto miliardi di parassiti che si affannano a rosicchiare il creato che mi sostiene, ma consapevole della mia stessa consapevolezza di essere un essere pensante capace di capire, conoscere molti dei segreti dell’universo e del mondo con gli esseri che lo abitano. So di sapere e, come essere intelligente, ritorno col pensiero al piccolo posto che occupo e al mio, anche se infinitesimo, ruolo di corresponsabile delle sorti dell’umanità. È una questione di allargamento degli orizzonti, una partecipazione perlomeno emotiva ai fatti belli e brutti che questa nostra casa comune, l’orbe terracqueo, è costretta a sopportare.
Certo, le immagini satellitari riportate da Maps mostrano le linee che tracciano i confini tra Stati, segnano nomi di paesi, di città e megalopoli, di isole, di continenti, di mari e oceani e ciascuno di noi è in grado di localizzare con facilità i luoghi da dove in ogni momento giungono notizie di un mondo in subbuglio, di avventure di società umane diverse per pelle, per lingua, per foggia; tutte accomunate dalle difficoltà del vivere o sopravvivere in un mondo devastato dai mali di sempre. Tragedie e mali che oggi si sono potenziati proprio dall’essere pensante che, razionalmente, dovrebbe fare di tutto per evitarli. L’essenza che distingue l’uomo da ogni essere creato è l’intelligenza per cui l’uomo gode di libero arbitrio che gli permette di distinguere il bene dal male.
Questa consapevolezza dovrebbe regolare tutti, specie coloro che esercitando il potere si assumono la responsabilità del suo corretto uso per il bene comune. Purtroppo questa è la chimera, il sogno vano o l’utopia, specie a guardare la storia millenaria umana fatta di guerre, di fronte alla storia attuale che vede in prospettiva la propria stessa fine in considerazione di quanto l’ingegno umano è riuscito a predisporre contro se stesso. Certo, la consapevolezza della situazione globale fa paura.
Se guardiamo con una qualche obiettività la situazione della democrazia nel nostro Paese – e non solo nel nostro – ci possiamo chiedere perché metà della nostra popolazione adulta si rifiuta di usare quell’unica chiave di cui dispone per esercitare il diritto di cittadino ancora libero di poterlo fare: la scheda elettorale, con la quale, insieme a tutti gli altri cittadini, si può impedire lo scivolamento verso poteri dispotici non più controllabili. E, invece, anche coloro che ancora godono di stati sociali democratici, si trovano tanto sfiduciati da non approfittare di quell’unica occasione che viene loro offerta,quella di esprimere il proprio voto nella scelta delle persone cui viene demandato il potere politico ed amministrativo. Dove ancora il voto elettorale può ancora essere espressione della libera scelta individuale, è un peccato non esercitarne il diritto-dovere, per evidenziare le diversità ed il pluralismo nella formazione e la gestione del potere politico.
L’esperienza ci insegna che certe formazioni sociali che rimangono fascinate da personaggi che si presentano carismatici, capaci di sedurre con le loro promesse salvifiche alla fin fine tendono ad approfittare con ogni mezzo per raggiungere e poi rafforzare il loro potere. A considerare la concreta situazione del nostro Stato, vale la pena soppesare i rischi che corriamo nella progressiva lenta riduzione delle libertà sancite dalla Costituzione. Rischi che corriamo da vicino tutti. Se metà degli aventi diritto al voto vi rinuncia, implicitamente consegna la propria unica porzione di responsabilità sociale a quella componente che, più motivata, sedotta, illusa, va invece compatta alle urne. È ovvio che se chi dissente dalla gestione del potere in corso non lo manifesta, tace, si astiene, contribuisce implicitamente a rafforzarne il potere. Dire che andare a votare non serve perché, tanto, la politica non cambia è come darsi la zappa sui piedi. Non ci sono alternative valide? Sempre meglio qualsiasi alternativa piuttosto che una sola anche nel voto. Putin e simili insegnano.
Manca poco tempo a quell’otto di giugno quando tutti i cittadini sopra i 18 anni saranno chiamati alle urne per eleggere i propri rappresentanti al Parlamento Europeo. Meglio più voci in quel parlamento che poche o singole. Meglio litigare che non poter fare nemmeno quello.
Per quel che ci riguarda da vicino, dato che le elezioni di giugno prevedono anche la scelta degli amministratori locali di 81 dei 134 Comuni della provincia di Udine, tra cui anche la maggioranza di quelli sloveni sulla della fascia confinaria, c’è una ragione in più per fare delle scelte più informate e consapevoli delle loro possibili conseguenze. Ciascuno di noi è collegato ai suoi simili in modo indissolubile, che lo voglia o no; magari può fare molto poco per migliorare questo mondo, ma è meglio che quel poco lo faccia, si prenda quel centesimo o millesimo di responsabilità a livello comunale, quel sessantamilionesimo come cittadino, e quel milionesimo da europeo. Così contribuiremmo tutti a un mondo migliore. Il voto in sé potrebbe essere un primo segno di ravvedimento. (Riccardo Ruttar)
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