L’organizzazione del lavoro per il ripristino della «strata di Plez»

 
 
Quali lavori si dovevano fare sulla strada? Per prima cosa bisognava ripulirla. Gli alberi, che crescevano sul ciglio, venivano tagliati e con l'aiuto di una corda gettati a terra e poi trascinati fino ai ponti e alle altre costruzioni che necessitavano di legno (duobus funibus magnis et una parva causa postrahendi arbores ad terram et causa conducendi ligna ad pontes). Questo di lavoro era eseguito da falegnami (marangoni) che appartenevano alla categoria degli lavoratori dipendenti.
Per trasportare il legname dai boschi vicini fino al luogo in cui era utilizzato, venivano usate le corde e ciò anche per trascinare i tronchi tagliati fino a certi carri ferrati e molto solidi (uno forti curro misso ad stratam et necessario conducendi ligna ad pontes et causa facendum ipsum [sc.currum] ferrari), sui quali trasportavano il legname fino a destinazione. Il lavoro più faticoso era togliere dalla strada le pietre, soprattutto quelle che si dovevano tagliare dalla roccia viva. Con il mastro, che dirigeva questi lavori, collaboravano alcuni aiutanti, mentre una squadra intera era occupata ad asportare le pietre dalla strada.
Questo lavoro richiedeva tempo ed era molto faticoso, del resto nel documento si legge spesso di pietre che venivano scalpellate per alcune settimane, a volte anche per più di un mese intero! Oltre ai martelli e alle mazze, per rompere e tagliare la pietra necessitavano di attrezzature speciali (soleis et concadis factis… causa rumpendi et scidendi saxa); i massi più grandi venivano anche fatte rotolare su ruote di ferro e pali (palos ferreos magnos causa volvendi saxa). Le pietre venivano frantumate (frangere lapides) e il materiale ottenuto veniva utilizzato per costruire la massicciata della strada.
Nei luoghi in cui l'acqua minacciava la strada, bisognava rinforzare gli argini (implere rivos), invece nei tratti in cui c'era il pericolo che una valanga di neve travolgesse la strada, bisognava mettere delle barriere adeguate (pontes lavinarum). Le buche sulla strada venivano riempite (implere foramina) con le scaglie ottenute dalla scalpellatura delle pietre. Alcuni ponti (ad esempio quello nei pressi della chiesa di San Quirino) e alcuni tratti stradali venivano addirittura lastricati (salizare stratam) come quello sopra Bovec (ultra Plezium salizando stratam) e nella valle del Natisone tra Azzida (Arzila) e i piedi del monte (introitu montis).
Poiché nel Medioevo, in generale, venivano lastricate le strade più importanti, ed erano pochissime, ci si chiede se nei tratti citati fosse stata eseguita una vera e propria lastricatura. Che la lastricatura dei ponti sia stata reale, non si può dubitare, ma per quanto riguarda i tre tratti di strada citati, l'espressione ‘lastricatura’ può essere intesa anche come un fondo stradale fatto frammenti delle pietre. In ogni caso, la fonte parla troppo poco di questo problema per poterlo risolvere.
Dal punto di vista edile il lavoro più impegnativo era la costruzione dei ponti: i blocchi di pietra venivano legati tra di loro con ganci di ferro, che poi venivano cementati con piombo fuso (ferris cum quibus ligate fuerunt lastre dicti pontis; plombum… cum quo plombati fuerunt ferri pontis). Nel mese di ottobre il comune si accordò con il mastro edile Ambrogio, che sulla strada aveva lavorato molto, che per 20 ducati avrebbe costruito una locanda su un monte ai confini del comune (unum albergum, super strata… expensis comunis… in confinibus super monte).
Prima dell'inverno 1399/1400 fu ripristinata quasi tutta la strada fino a Caporetto. I lavori di costruzione procedettero finché il clima lo consentì e ovunque terminarono nel mese di novembre. L'undici ottobre «per ispezionare la strada» (causa videndi stratam) si recò a Tarvisio una commissione speciale, in cui, oltre al cappellano (o cappellaio, ndr) Leonardo, c'erano anche ser Bernardo de Burgo Pontis e ser Guglielmo Lupoldi, accompagnati da Henrik di Bovec (Henricus de Plezio).
Durante l'inverno, la maggior parte dei muratori e fabbri fece ritorno a casa e a, spese del committente, trasportò con sé gli attrezzi. L'attrezzatura che era di proprietà del comune di Cividale, d'inverno veniva riparata in determinati luoghi (ad esempio a Caporetto e a Staro Selo), cosa che dava lavoro ai restanti mastri fabbri. D'inverno bisognava provvedere alla manutenzione della strada in modo tale che fosse transitabile e, per quanto possibile, in buono stato.
Nel mese di dicembre fu mandato un messo per ordinare ai sudditi sloveni di riparare la strada nei luoghi in cui le valanghe di neve e le piogge l'avevano danneggiata (in illis locis, ubi lavine et diluvio aquarum viam rumperat). D’inverno il tratto di strada attraverso il Predil era difficile se non del tutto impossibile percorrere a causa della presenza dei cumuli di neve. Ancora all'inizio dell'aprile 1400, mandarono da Cividale a ser Henrik a Tarvisio un messo con una lettera in cui ordinavano di sfondare questi cumuli di neve (unam littera super facto nivis frangende). Enrico mandò sulla strada ser Sencho e un suo aiutante e, sotto la loro guida, alla fine di aprile furono rimossi tutti i cumuli di neve tra Tarvisio e Bovec (iverunt ad aperiendum nivem seu lavinas Tarvisii usque in Plecium). Per questo lavoro Leonardo pagò loro la somma di un marco e mezzo.
Il comune di Cividale non aveva sempre a disposizione il denaro liquido necessario per coprire le spese, per cui di tanto in tanto prendeva prestiti a breve termine. Il 28 agosto Leonardo restituì agli ebrei i 125 ducati che erano stati prestati al comune per la strada (Iudeis ducatos CXXV, quos alios mutuaverant comuni in servicium strate), qualche giorno prima, restituì, invece, 27 ducati a mastro Miano.
(4 – continua Traduzione di Ilaria Banchig)

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