L’organizzazione del lavoro per il ripristino della «strata di Plez»

 
 
Alcuni ispettori, tra cui troviamo anche nobili cividalesi, controllavano il lavoro degli operai e degli artigiani (superstantes causa faciendi laborare). Gli attrezzi, il materiale necessario e i viveri venivano portati sulla strada quasi esclusivamente per mezzo di carri (currus); appena due volte la fonte cita il trasporto a soma (somerii, soma).
Ricordiamo, inoltre, che sulla strada erano i cuochi a preparare il pasti; di essi conosciamo per nome lo sloveno Janže Kočevar che, assunto per questo compito dal comune di Cividale, per cinque mesi cucinò per ser Enrico (Janze Cociuario Henrici ad stratam qui fecit coquinam quinque mensibus). A riguardo della strada Cividale svolgeva una frenetica attività diplomatica. Gli ambasciatori, che provenivano dalle file della nobiltà cividalese, si recavano a Vienna, a Villach, a Venezia (dal vescovo di Bamberga), a Udine (alle sedute del parlamento friulano) e perfino a Padova.
Quelli inviati presso gli Asburgo e il vescovo di Bamberga avevano un duplice compito: da una parte consegnavano le quote di denaro che dovevano essere loro pagate dal comune di Cividale per poter portare a termine, secondo i contratti stipulati, i lavori previsti; dall’altra i destinatari consegnavano loro in cambio i ‘privilegi’, documenti di concessione, con i quali Cividale era autorizzata ad eseguire anche di fatto i lavori indicati nei contratti. Le somme di denaro che il comune doveva sborsare a questo scopo, erano evidentemente alte, il che si deduce dai prezzi giunti fino a noi. Nel giugno 1399 pagarono al vescovo Friderich 40 ducati, il 28 agosto, invece, gli portarono 1000 ducati prendendo in cambio i suoi ‘privilegi’ (privilegiis domini episcopi super strata Plecii). A novembre, inoltre, l'ambasciatore ser Pietro de Formentinis portò ancora 100 ducati agli Asburgo per il pagamento dei restanti ‘privilegi’ (pro resto privilegiorum).
I lavori iniziarono immediatamente dopo che fu stipulato il contratto con gli Asburgo.
Già nel giugno 1399, sulla strada furono trasportati con i carri il ferro (ferrum) e l'acciaio (azarum) necessario per costruire gli attrezzi (denominati, in generale, con la parola feramenta). Un numeroso gruppo di artigiani, ovvero di fabbri (fabri, magistri fabri) costruivano l'attrezzatura, la riparavano e si occupavano della sua manutenzione. Lavoravano sulla strada e portavano con sé gli attrezzi a spese del comune di Cividale. La maggior parte di essi erano friulani, ma c'erano anche alcuni tedeschi e abitanti del luogo (ad esempio di Bovec e di Caporetto). I fabbri locali si occupavano nella maggior parte dei casi della riparazione degli attrezzi, soprattutto in autunno inoltrato e in inverno, quando si faceva una sorta di “revisione generale”.
Il comune comprava il ferro necessario dai suoi fornitori, spesso però acquistava dai fabbri attrezzi già fatti. L'attrezzatura veniva comprata soprattutto a Udine.
Gli addetti forgiavano in particolare zappe (sapi, saponi), martelli (malei) e mazze (maze), asce (secures siue mauaris, pichi), pali di ferro (palli ferri). Per l'affilatura e l'arrotatura degli attrezzi erano a disposizione alcune mole (mollam causa accuendi… secures et alia feramenta laborantium) che venivano usate soprattutto dai fabbri. Tra gli attrezzi bisogna citare anche gli arnesi di perforazione (foratoria); il più grande era utilizzato per la costruzione dei ponti (unam foratoriam magnam necessariam ad pontes).
Durante i lavori preparatori, a controllare la strada fino a Tarvisio, c'era una commissione speciale in cui, accanto al parroco (o sindaco?) di Cividale, c'erano due mastri edili. Essi avevano il compito di decidere l’entità dei lavori da eseguire sui singoli tratti stradali. I lavori più impegnativi — oltre alla costruzione e alla riparazione dei ponti e di altre opere in muratura, si prende qui in considerazione anche la rimozione delle rocce — li facevano i mastri costruttori (magistri) e gli artigiani di nazionalità friulana e tedesca. Il committente dei lavori forniva loro l'attrezzatura necessaria, il materiale, il cibo, a volte anche i vestiti, e li pagava in base a quanto pattuito.
Il lavoro sulla strada andava avanti per settori. Quando arrivava il gruppo di artigiani fissi su una certo tratto di strada per i lavori manuali, che non richiedevano nessuna conoscenza specializzata, si univano loro i manovali.
Di tutta la strada interessata alla riparazione vengono citati nel documento solo i tratti nella Valle del Natisone, che in seguito presenteremo più dettagliatamente. Gli abitanti lungo la parte inferiore della strada (de via inferiori), ovvero del tratto situato nei pressi dell'ingresso alla città di Cividale e quelli di Sanguarzo (homines de sancto Guarcio), lavorarono per quattro giorni sulla strada tra la chiesa di San Quirino e il ponte che porta il nome di questo santo (de ponte sancti Quarini usque ad ecclesiam sancti Quarini).
Gli uomini di Vernasso (Vernassio) aggiustarono la strada dalla chiesa di San Quirino fino a San Pietro (villam Sancti Petri), quelli di San Pietro lavorarono, invece, per tre giorni sul tratto dal loro paese a Biarzo (villam Biarzi). Agli operai di Azzida (Alzida) per tre giorni fu assegnato il tratto da Biarzo a Brischis (villam de Brischis), su quello da Brischis alla cosiddetta “casa di Ulrich” (ad dictum Vorich, domo dicti Vorich) ripararono la strada, invece, gli abitanti di Ponteacco (Poteglacho), Sorzento (Suecinto), Biarzo e Brischis. Dalla suddetta casa in avanti, in tutta la valle, lavorarono gli abitanti degli altri paesi (homines aliarum villarum laboraverunt per totum Canale). Accanto agli operai alcune volte vengono citati i manovali (manuales) che andavano a lavorare sulla strada per guadagnare un modesto salario.
(3 – continua – Traduzione di Ilaria Banchig)

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