3 Dicembre 2019 / 3. december 2019

La Costituzione sconosciuta
Ne poznajo italijanske ustave

Non è per entrare in dirompenti questioni politiche, ma su un argomento particolarmente dibattuto come quello sulla proposta di una nuova legge per la cittadinanza, ovviamente, «italiana», una qualche riflessione non pare priva di senso. Come prima questione va osservato quanto i cittadini de facto italiani, sappiano cosa significhi essere cittadini italiani ed abbiano un’idea almeno approssimativa su chi, come persona, è portatore di questo diritto, cui conseguono anche i relativi doveri. Chiunque sbraiti, più o meno a vanvera, su questo concetto dovrebbe fare il minimo sforzo di leggere i primi articoli della nostra ignorata Costituzione, che è il vangelo laico cui dovrebbe uniformarsi. Quando uno mi chiede se sono sloveno «o» italiano, ad esempio, per via di quell’ «o» dimostra la totale ignoranza delle basi della sua barcollante cittadinanza, per non avere neppure visto da lontano gli articoli 2 e 3 della Costituzione, che, guarda caso, sono definiti fon-da-men-ta-li.

L’art. 2 «riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali» e l’art. 3 afferma che «tutti hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

E l’articolo non si ferma lì, specifica e ribadisce

ben altro ancora che dovrebbe essere preso in debita considerazione. Eclatante, a questo riguardo, lo strafalcione del noto polemista, ben identificabile dall’epiteto «capra» attribuito a ripetizione a malcapitati di diverso parere dal suo. Secondo lui il «cittadino Balotelli» – e lasciamo perdere altri connotati e ruoli – non corrispondendo ai suoi particolari canoni di italianità, «è cittadino del nostro Stato, (sic!) ma non è italiano!».

Credo che Sgarbi conosca gli articoli fondamentali della Costituzione, ma ciò non gli impedisce di fare banali discriminazioni, come volesse impostare una graduatoria per definire a modo suo l’italianità. Un sofisma malefico il suo. Se proprio si volesse creare ad arte una classifica, la si dovrebbe impostare sulla fedeltà dell’«italiano» ai suoi doveri civici, «doveri inderogabili di solidarietà politica economica e sociale» (art. 2). Perché addirittura «compito della Repubblica è rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana » (art. 3).

Citazioni, queste, che andrebbero lette e meditate, soprattutto dai mestatori dei social media, che troppo spesso, proprio dal mezzo stesso, dimostrano che manca loro la base linguistica, la quale, guarda caso, sarebbe uno dei tratti distintivi dell’appartenenza all’italianità.

E qui vorrei aprire un argomento correlato, che è oggetto attuale di dibattiti spessissimo fuorvianti: lo jus culturae. Oggi, un bimbo nato in Italia da genitori non cittadini italiani, può richiedere la cittadinanza solo al compimento si 18 anni, ma tutti vissuti in loco. Qui vale lo jus sanguinis, il diritto è di chi nasce da cittadini italiani. Punto. E che ce ne facciamo dei nati altrove, ma viventi qui, studenti qui, bisognosi di quanto serve per vivere qui degnamente come ogni uomo ha diritto? Niente. Stati come gli USA attuali hanno lo jus soli, secondo cui chi nasce in territorio statunitense diviene cittadino per diritto. Perché è nato lì. Da noi si rifletteva su queste cose già tempo addietro, ma la perdurante ventata politica anti-immigratoria, fomentata ad arte come da venti boreali di stravolgimento del reale, da mistificazioni di fatti e di dati statistici, lascia presagire battaglie preelettorali tutt’altro che rispondenti a parametri di pacatezza, onestà o oggettività. In una politica malata avviene come per le temperature, ma esasperato come fenomeno sociale, vale a dire, ciò che si vuole suscitare nella gente è la sensazione non il dato di fatto: temperatura 25 gradi, percepita 30°. Il diverso, per pelle, lingua, scelta politica, religione e quant’altro, non è visto per quello che è oggettivamente: magari figlio, adottato da genitori italiani – ma essendo nero, mulatto, orientale, magari sloveno o indiano, viene identificato come pericoloso, inaffidabile, delinquente, stupratore e assassino, come l’avesse stampato in fronte. Basta una qualche evidenza di diversità e parte subito, senza alcuna riflessione, l’istinto di difesa e di offesa del branco. C’è molto da riguadagnare in dignità proprio dai cittadini italiani che si definiscono doc.

Una revisione della legge sulla cittadinanza, comunque, è necessaria, visti i tempi storici, le convulsioni economiche, politiche e militari di questi tempi duri, constatata anche la débâcle demografica dei nostri cittadini nudi e puri. Le proposte politiche di un governo costantemente in bilico di caduta rovinosa, proprio in ragione di questo pericolo – ed in ciò concordo con il filosofo Cacciari – vista la probabile malparata, tanto vale che faccia qualcosa di coraggioso, di forte, di eclatante, ma che metta pure realmente in crisi le coscienze, con un ultimo atto di coraggio. Coraggio diverso da chi ostenta gesti e parole che ogni momento cozzano violentemente contro la vera nozione dell’Italianità – con la I maiuscola, quella della Costituzione, del buon senso, della pacificazione, del dialogo e della collaborazione auspicati dal Papa, dal Presidente della Repubblica (Sergio Mattarella nella foto) e da tutte le persone che non hanno perso la vera dignità dell’italianità fondata sui valori umani e cristiani.