Essi e tanti altri con loro, nativi delle Valli e portatori della specifica cultura ed apertura mentale, hanno usufruito certamente di quanto potesse offrire loro il patrimonio del sapere italiano, ma partivano con un bagaglio valoriale e spirituale di un’altra levatura.
Ma ci sono stati ben altri intellettuali, operatori culturali, promotori di sviluppo sociale, culturale e anche economico, che dai pulpiti e dalle canoniche hanno dato linfa e vita alla nostra gente. I sacerdoti. Penso ad esempio a don Genjo Blankin/Eugenio Blanchini, di cui sabato 27 novembre abbiamo ricordato, con una santa messa a Špietar, il centenario della morte. Un prete di quelli che «magari ce ne fossero»! Ne potrebbe celebrare le qualità umane, religiose, sociali con riconoscenza la comunità udinese della parrocchia di S. Giorgio, dove la sua enorme creatività e capacità organizzativa hanno lasciato segni concreti ancora validi oggi.
A lui non possiamo non affiancare mons. Ivan Trinko, altrettanto attivo sul piano intellettuale e didattico. A lui va ascritto quel germe che ha portato innumerevoli sacerdoti ad un’attività di promozione culturale, linguistica, pastorale della nostra gente. Quelli sono stati i veri promotori di quell’identità linguistica e culturale che ha permesso alla nostra gente di mantenere la propria dignità personale e di gruppo.
Preti eroici dai tempi lontani quanto il Plebiscito (1866), quanto il buio fascista, quanto l’avversione politica antislovena del secondo dopoguerra. Preti in prima linea, forti e decisi come quelli i cui nomi troviamo incisi sulla lapide commemorativa sul fianco della chiesa di Cras (Dreka/Drenchia), purtroppo una delle poche in cui ad ogni celebrazione possiamo ancora commuoverci nell’ascolto dei canti di un tempo, della parola calda dei nostri nonni e padri. Grazie all’ultimo prete-samurai, mons. Marino Qualizza, il simbolo della resilienza di tutti i nostri sacerdoti che lo hanno preceduto.
Riccardo Ruttar
In prima linea nella difesa delle Valli_V prvi obrambi liniji Benečije
Non intendo certo affrontare questa tematica piuttosto complessa. Vorrei soffermarmi, invece, su quelle particolari figure emblematiche che la comunità slovena ha saputo esprimere, tra cui a un livello elevato i sacerdoti, pastori nel senso più ampiamente concreto e simbolico del termine. Bello e istruttivo sarebbe poter creare un dossier completo relativo a queste figure che hanno avuto le valli slovene per culla, per scuola ed esperienza di vita. Che hanno usufruito sì, come alunni, ma spesso come maestri, insegnanti, professori e artefici di quella «civiltà prevalente» cui sono stati soggetti, senza esservi assorbiti e men che meno «eliminati». Sono stati, invece, iniettori di linfa vitale, di apporti culturali, civili, addirittura tecnici, in quella e per quella che si definiva «civiltà prevalente». Tanto orgogliosamente prevalente da chiudersi in se stessa, quasi ignorando l’immenso mondo culturale panslavo a cui apriva la stessa presenza della nostra comunità slovena. Un confine non-confine, creato dall’inimicizia politica e militare con gli Arciducali dell’impero austroungarico; un confine discriminatorio interno esasperato dal rifiuto fascista di dar dignità ai non-italiani di lingua e cultura. Per poi proseguire in tutta la seconda metà del ’900 repubblicano con una infinita diatriba linguistica e identitaria tesa a quella italianizzazione forzata, a tratti violenta, programmata un secolo prima dal citato «Giornale di Udine».
Già un secolo prima a nulla sono serviti gli studi, le pubblicazioni, gli appelli a rivedere quel programma da parte di intellettuali originari delle valli slovene. Avvocati come Carlo Podrecca, geologi e geografi come Francesco Musoni, entrambi di Špietar, per fare solo due nomi, fanno ancora da manifesto alla vuotezza di significato di qualsiasi pretesa superiorità culturale di parte.
Essi e tanti altri con loro, nativi delle Valli e portatori della specifica cultura ed apertura mentale, hanno usufruito certamente di quanto potesse offrire loro il patrimonio del sapere italiano, ma partivano con un bagaglio valoriale e spirituale di un’altra levatura.
Ma ci sono stati ben altri intellettuali, operatori culturali, promotori di sviluppo sociale, culturale e anche economico, che dai pulpiti e dalle canoniche hanno dato linfa e vita alla nostra gente. I sacerdoti. Penso ad esempio a don Genjo Blankin/Eugenio Blanchini, di cui sabato 27 novembre abbiamo ricordato, con una santa messa a Špietar, il centenario della morte. Un prete di quelli che «magari ce ne fossero»! Ne potrebbe celebrare le qualità umane, religiose, sociali con riconoscenza la comunità udinese della parrocchia di S. Giorgio, dove la sua enorme creatività e capacità organizzativa hanno lasciato segni concreti ancora validi oggi.
A lui non possiamo non affiancare mons. Ivan Trinko, altrettanto attivo sul piano intellettuale e didattico. A lui va ascritto quel germe che ha portato innumerevoli sacerdoti ad un’attività di promozione culturale, linguistica, pastorale della nostra gente. Quelli sono stati i veri promotori di quell’identità linguistica e culturale che ha permesso alla nostra gente di mantenere la propria dignità personale e di gruppo.
Preti eroici dai tempi lontani quanto il Plebiscito (1866), quanto il buio fascista, quanto l’avversione politica antislovena del secondo dopoguerra. Preti in prima linea, forti e decisi come quelli i cui nomi troviamo incisi sulla lapide commemorativa sul fianco della chiesa di Cras (Dreka/Drenchia), purtroppo una delle poche in cui ad ogni celebrazione possiamo ancora commuoverci nell’ascolto dei canti di un tempo, della parola calda dei nostri nonni e padri. Grazie all’ultimo prete-samurai, mons. Marino Qualizza, il simbolo della resilienza di tutti i nostri sacerdoti che lo hanno preceduto.
Riccardo Ruttar
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