12 Settembre 2019 / 12. september 2019

Il destino di Uccea/Učja si è compiuto
Vas Učja umira

Una breve intervista riportata su Facebook, ripresa da Telefriuli, notizia con nulla di eclatante, quasi una curiosità, tanto per riempire il palinsesto: «Niente telefoni, nessun abitante. Uccea, un paese che non c’è più». A chi può interessare un vuoto creatosi all’interno di uno scenario da vecchia favola in una valle montana di per sé stessa negletta e sperduta?

Uccea/Učja, un paesino nascosto in fondo ad una stretta valle ai piedi del gigantesco massiccio del Canin, a un tiro di sasso dal confine sopra il torrentello omonimo che porta le sue acque verso l’Isonzo in Slove- nia. Frazione del comune di Resia/ Rezija, il cui capoluogo comunale si trova in un’altra valle che scende dal gigante montano; ci vogliono 17 km, superando sella Carnizza (1.086 m.s.l.m.), per raggiungerlo; e, fino a poco tempo addietro, a piedi, d’estate e d’inverno. Paesino, Uccea, ai cui piedi oggi corre una ex strada statale transfrontaliera (la 646); è dotato di due chiesette – una antica (S. Antonio) lontana dal centro già abitato

ed una più recente; aveva una scuola – demolita dopo il terremoto del 1976 –, un paio di osterie, casette dignitose per gente caparbia. Ora, la presa d’atto: l’abbandono totale alla stregua di tanti altri paesetti dove la vita normale pare divenuta impossibile. Porte sprangate, non fiori sui davanzali, campane mute, strade silenziose, ortiche negli orti a riconfermare l’abbandono. Silenzio.

Neppure io ne scriverei se quello non fosse per me un luogo di particolari ricordi, di forti emozioni, di lavoro impegnativo e gratificante. Era l’anno 1974, il mio secondo anno come maestro elementare. Dopo una iperattiva supplenza annuale a Drenchia nel troppo grande edificio scolastico per una dozzina di alunni, con un punteggio minimale potevo scegliere una sede di ruolo solo tra qualche paesino montano della lontana Carnia, tipo Lauco o Ovaro, e Uccea, la più vicina.

In ricognizione, mi sono avventurato sulla strada di Lusevera e, superando il passo Tanamea/Ta na meji, scesi lungo la valle, per me del tutto ignota, fino al paesello un po’ disperso sul versante sinistro del torrente.

Non sapevo che il mio futuro collega sarebbe stato un prete. Che ci facesse là era per me un rebus, ma non mi mancò l’opportunità di comprenderlo già da subito, quando, ricevuto nella disadorna canonica autogestita, conobbi don Vito Ferrini. Nel colloquio, che potrei definire fraterno, compresi il suo particolare modo di gestire la vita in quel piccolo mondo, non solo la specifica conduzione pastorale e scolastica, ma l’impegno totale e disinteressato per tutta la comunità che a lui faceva riferimento. «Qui, lo puoi vedere da solo, – mi diceva – la vita è difficile soprattutto per i ragazzi. Già a partire dalla lingua, un antico dialetto sloveno, contando anche l’isolamento dal resto del mondo. Le case sparse sul ripido versante in piccoli agglomerati lo acuiscono e così la chiesa e la scuola diventano gli unici strumenti e occasioni di aggregazione, di socializzazione e conoscenza. Neppure la Tv, un telefono pubblico… Qui i ragazzi stanno a scuola dal primo mattino al tardo pomeriggio – colazione, pranzo e merenda compresi, cui provvedeva coi propri mezzi –, altrimenti quei pochi rimasti rimarrebbero inselvatichiti come cuccioli allo stato brado».

Mi è sembrato da subito un uomo e prete particolare e pensai istintivamente a don Lorenzo Milani e alla scuola di Barbiana. Questo qui, mi dissi, dopo aver a lungo colloquiato e discusso sul mio futuro impegno, ha preso sul serio il suo ministero e a me non rimane che mettermi in sintonia con lui, perché anche per me fare l’insegnante non doveva rimanere un qualsiasi

lavoro, ma una missione, perché quei deliziosi ragazzi affidatimi richiedevano senso di responsabilità, sensibilità e dedizione. In fondo sarei stato corresponsabile della vita quotidiana di quella particolare dozzina da sei a otto ore per cinque giorni alla settimana. Accettai senza rimpianti, anche se, come mi avvertì don Vito, la strada da Tanamea al paese dopo la terza nevicata diveniva una pista da bob, comunque aperta per via della caserma della Finanza a custodia del valico. A distanza di tanto tempo ricordo in particolare i tre ragazzini più piccoli, Roberto, Marcellino e Vito, cui qualche volta scappava di chiamarmi mamma.

Ecco perché mi ha colpito la notizia di quel piccolo mondo che affonda la propria storia agli inizi del XVI secolo, che contava negli anni 50 del secolo scorso oltre 400 residenti. Nelle sere, soprattutto quelle invernali, nel piccolo alloggio ricavato nei locali della scuola, consultavo e trascrivevo i particolari di quella popolazione rimasta (110 residenti), annotavo le caratteristiche, il modo di vita, il senso di quella resistenza. Già allora non mi facevo illusioni e assieme a don Vito ci sforzavamo di preparare i ragazzi al mondo più ampio che inevitabilmente li avrebbe attratti e dispersi. Don Vito aveva la mappa dettagliata di tutte le famiglie, delle persone rimaste e di quelle che se n’erano andate in cerca di fortuna e di sole. E io, per la prima volta mi cimentai nella lettura del dialetto resiano, così come riportato dallo studioso Milko Matičetov. Mi meravigliavo, accorgendomi di poter comprendere, col mio dialetto delle Valli del Natisone, quello del posto. Così con quei ragazzi mi sentivo di condividere memorie e valori.

Il destino di Uccea/Učja – chiamiamo così questa sua prevedibile parabola storica – si è compiuto. Rimane un ricordo e il rimpianto constatando che per prime ad abbandonarlo sono state le pubbliche istituzioni. Uno dei luoghi della nostra storia, emblema di tanti altri nostri paesini su cui incombe la stessa sorte. E questo mio scritto non è che uno sconsolato De profundis col cuore affranto per il probabile analogo destino di molti paesi delle mie Valli slovene.

Riccardo Ruttar