5 Ottobre 2020 / 5. oktober 2020

Dove si può sentire il gorgoglìo del ruscello

«Vanno riempiti i borghi, dobbiamo tornare a vivere la natura. Il borgo va naturalmente recuperato perché l’urbanizzazione generalizzata crea delle persone psicologicamente molto fragili: non conosci neppure il vicino di casa, mentre nei borghi ci si dà una mano l’un l’altro. Non possiamo rimuovere la natura dalla nostra Esistenza».

Sono considerazioni del noto filosofo, sociologo, psicologo e giornalista Umberto Galimberti espresse in una recente intervista televisiva che ha trattato, tra altri, anche il tema delle possibili e necessarie modifiche comportamentali dettate dall’emergenza della pandemia. Un’altra voce che segnala la mancanza di razioci- nio del genere umano. «Abitiamo l’età della tecnica – ripete Galimberti –. La terra non è più la nostra casa, il nostro luogo di riferimento; l’abbiamo ridotta a materia prima, ne abbiamo cambiato anche la stessa percezione. Non è più luogo di abitazione ma un luogo di sfruttamento, il quale non si limita al suo uso consentito; siamo arrivati alla sua usura». Ma non è su questo secondo tema che vorrei soffermarmi, quanto piuttosto sul richiamo al valore, in parte ritrovato e da sfruttare, dei borghi, dei paesi dispersi sul territorio, a debita distanza dalla massiva concentrazione delle città e delle megalopoli.

In questo contesto ci trovo un possibile nuovo ruolo delle zone periferiche, delle località dove ha ancora peso la Natura, quella con l’iniziale maiuscola. Là dove si possa sentire il flebile sibilo della brezza del mattino, il profumo d’acacia, il gorgoglio del ruscello, i cinguettii dell’alba e la frescura del bosco. Bellezza – come significato filosofico dell’anima – contro tecnologia, che svuota l’anima in nome dell’efficienza e della produttività.

Per questo non posso non pensare alla nostra Slavia, alle vicine vallate ed ai monti che fanno da corona alla pianura friulana.

I borghi, i paesi, i piccoli insediamenti di valli e contrafforti montani; là dove la socialità ha occasione di espandersi per una frequentazione di vicinanza e di conoscenza reciproca, spesso di collaborazione, solidarietà e accoglienza.

Si leggono notizie di iniziative di amministrazioni comunali o singoli che offrono, magari per una cifra puramente simbolica, fabbricati in borghi semideserti nell’intento di rivitalizzarli e di preservare nello stesso tempo patrimoni architettonici e culturali altrimenti irrecuperabili. Di recente un trafiletto su un settimanale ha richiamato la mia attenzione: la giunta regionale dell’Emilia-Romagna ha varato un bando da dieci milioni di euro riservato a giovani coppie o famiglie per favorire l’acquisto o la ristrutturazione di una casa d’abitazione in uno dei 119 Comuni dell’Appenino emiliano-romagnolo. Da 10 a 30 mila euro a fondo perduto per il recupero di un patrimonio edilizio a rischio di totale o parziale degrado.

Camminando e conversando per strade, sentieri, sottoboschi montani, magari nella pura e semplice ricerca di luoghi sconosciuti, di nuove suggestioni, di un luogo tranquillo in cui gustare il creato lontano dalla cacofonia e della frenesia lavorativa, si prova una sensazione particolare; perfino il dialogo tra parenti o amici si fa più silenzioso, non concitato, quasi rispettoso del dialogo del vento con le fronde degli alberi, attenti al richiamo della coturnice, del picchiettio o del richiamo del picchio. L’emozione per un incontro fortuito con la volpe o il capriolo e la sorpresa per la vivacità aerea dello scoiattolo sui rami più alti.

Questo magari per un giorno di gita in montagna per chi vive e lavora in città… ma chi nel borgo ci vive, può gustare, volendo, tutta la meraviglia della natura perché ci vive dentro. E, se incontri qualcuno, viene spontaneo almeno un cenno di saluto, senza la fretta e la chiusura impersonale del marciapiede.

Una fortuna, purtroppo solo teorica, quella dei borghi valligiani della Slavia, quando già negli anni difficili della ricostruzione dopo il terremoto di 44 anni fa, leggi favorevoli dello Stato permisero di ristrutturare, di salvaguardare buona parte del patrimonio edilizio locale. Nel frattempo una politica regionale miope ed autolesionista – al contrario di quanto è stato possibile fare per arginare il degrado demografico nelle province autonome del Trentino e del Sud Tirolo – ben poco ha fatto per mantenere vitale, produttivo e dinamico il territorio montano che rappresenta almeno la metà del territorio regionale. Oggi ci ritroviamo con migliaia di case vuote, specie nella fascia territoriale confinaria, le porte sprangate, gli orti invasi di rovi e ortiche, gli ex-prati coperti da boschi cedui, residui di un’economia montana che non ha potuto svilupparsi. Ma le case hanno ancora i rispettivi padroni, magari figli o nipoti di chi le abitava ed è possibile ipotizzare che molti di essi, con opportuni contributi economici, si sentirebbero in grado di ritornarvi, complice lo stesso rischio della pandemia e le possibilità offerte dallo smart working.

Chissà cosa potrebbe cambiare se anche la regione Friuli Venezia Giulia prendesse ad esempio iniziative similari a quelle emiliano-romagnole citate. Ne guadagnerebbe l’ambiente, la salute di nuove generazioni coraggiose e, almeno per essi, una vita più vivibile magari senza eccessive rinunce al falso e rischioso benessere dei grandi agglomerati urbani.

Riccardo Ruttar