Dizionario biografico degli Sloveni della Benecia degni di essere ricordati per aver lasciato una traccia positiva nella storia Pietro Podrecca, prete patriota per il bene spirituale e materiale. Consacrato nel burrascoso 1848, fu cappellano a Tercimonte, San Pietro e Rodda. In una lettera a Oballa lamentò lo stato pietoso della lingua slovena in Benecia. Avviò il progetto di costruire una nuova chiesa parrocchiale a San Pietro degli Slavi

Ivan Oballa era ancora studente nel seminario di Gorizia quando, nella primavera del 1849, ricevette una lettera nella quale don Pietro Podrecca / Peter Podreka, allora cappellano a San Pietro degli Slavi, si lamentava della triste situazione in cui versava la lingua slovena in Benecia. Oballa pubblicò la lettera come introduzione ai suoi due scritti sulla storia, la situazione culturale e socioeconomica nella Benecia pubblicati sul giornale Slovenija di quell’anno, di cui s’è scritto nelle prime due puntate di questa rubrica. Dal tono confidenziale della lettera si capisce che i due si conoscevano, si frequentavano e si scrivevano scambiandosi notizie e opinioni su vari argomenti.
A dare sfogo alla lamentela di Podrecca è stata una lettera in cui Oballa gli aveva comunicato che nelle vie di Gorizia non si sentiva altro che Živio! (Eviva! Salute!) e che quel saluto si trovava scritto perfino sulle confezioni del tabacco da fiuto tanto era diffusa la lingua slovena in città. «Anch’io – scrive Podrecca – dalle rive del Natisone grido: živili Slavjani! Ma la mia voce non trova nella valle un’eco che risponda. È voce che grida nel deserto perché gli Sloveni in Friuli non comprendono come altrove i fratelli Sloveni progrediscano. […] Mi scrivi che i tuoi compagni sloveni si sono precipitati da te mentre leggevi la mia lettera. Oh, amico mio, le mie lettere non sono degne di essere ascoltate da Sloveni colti poiché sono vestite di stracci e piene di vergogna tremano all’idea di presentarsi davanti a gente altamente istruita nella cultura slovena». Podrecca termina la lettera con otto versi, che saranno il tema ricorrente delle sue poesie patriottiche: Prebivam na Laškim, / Sim rojen Taljan, / Izviram z Slavjanstva – / Bom vedno Slavjan. // Oh! drago Slavjanstvo … / Predragi moj dom! / Dokler bom na svetu / Jaz ljubil te bom. (Abito in Italia, / sono nato Italiano, / discendo dalla stirpe slava – / sarò sempre slavo. // Oh! cara stirpe slava… / mia carissima casa! / Finché sarò al mondo / io ti amerò). Podrecca prende coscienza della propria identità divisa tra l’inclusione in uno Stato in cui lingua e cultura non sono quelle della comunità in cui è nato e l’intimo legame a una stirpe che vive oltre il confine. Questa duplice appartenenza assillerà generazioni di intellettuali sloveni della Benecia e sarà motivo di equivoci e strumentalizzazioni da parte di una certa politica che ha gettato discredito su quanti hanno cercato di conciliare l’appartenenza a una «nazione» e quella a uno Stato.
Vediamo allora chi era questo prete e uomo di cultura che ha attraversato gran parte del XIX secolo, un’epoca di grandi cambiamenti in campo sociale e politico e non solo in Benecia.
Tra i vari profili biografici quello che Ivan Trinko scrisse nel 1890 sulla rivista letteraria Ljubljanski zvon di Lubiana (anno X, n. 5, pp. 280287), sotto il titolo Peter Podreka. Beneško-slovenski rodoljub in pesnik (Pietro Podrecca. Patriota e poeta sloveno della Benecia), più di altri delinea la complessità della sua opera, la dovizia delle sue doti umane, la lungimiranza delle sue idee, la dedizione alla sua gente. Trinko si firma con lo pseudonimo Zamejski (= Sloveno d’oltreconfine), termine da lui stesso coniato per esprimere quella duplice appartenenza già individuata, vissuta e sofferta da Podrecca.
Con il suo scritto Trinko ha voluto «erigere un piccolo monumento a un uomo eccellente, uno di quei rarissimi patrioti che si impegnano, più o meno secondo le proprie capacità e il proprio entusiasmo, per il miglioramento della situazione e per la rinascita del dimenticato popolo sloveno della Benecia; uomini tanto più degni di riconoscimento e gloria, poiché essere tali da noi non è facile per diverse ragioni, tra cui spesso la prima è la completa ignoranza sulle questioni e sulle aspirazioni slovene, sugli Sloveni stessi e in generale sul mondo slavo, del quale da noi si hanno per lo più soltanto poche nozioni incerte ed errate, che ci vengono fornite dai libri e dai giornali italiani».
Pietro Podrecca nacque il 16 febbraio 1822, a San Pietro degli Slavi, in una famiglia benestante, i Peteradi. Il padre si chiamava Michele, la madre Teresa Corincigh. Terminate le scuole elementari a Cividale, entrò nel seminario di Udine dove compì gli studi classici e teologici. «Già in quegli anni gli si risvegliò nel cuore l’amore per la lingua slovena, poiché comprese quanto la sua conoscenza fosse necessaria per i sacerdoti destinati a operare tra gli Sloveni; e già allora incoraggiava alla consapevolezza i suoi compagni di scuola sloveni e provava anche a comporre poesie in sloveno».
Al termine degli studi teologici, fu consacrato sacerdote nell’agosto del burrascoso 1848 e cantò la prima messa a San Pietro al Natisone. Per un paio d’anni fu cappellano festivo a Sorzento. Nel febbraio del 1850 fu nominato cappellano di Tercimonte, «la più grande e la più difficile cappellania, distante due buone ore di cammino da San Pietro sui monti lungo il confine», da dove iniziò a tessere un lungo rapporto di amicizia con il vicario di Livek / Luico, don Ivan Hrast, che sarà nominato canonico e rettore del seminario di Gorizia, e volentieri scendeva a Kobarid / Caporetto per conoscere la vita della gente e a esercitarsi nella lingua slovena.
Riguardo alla durata della sua permanenza a Tercimonte emergono dati diversi: per Trinko vi rimase otto anni, per Božo Zuanella meno di sette anni (febbraio 1850–31.12.1856, PSBL). Lassù si distinse «come sacerdote esemplare, vero padre dei suoi figli spirituali che lo amarono a tal punto che dopo tanti anni ancora oggi, ricordandosi di lui, lo chiamano “gospod kaplan” (signor cappellano) come fosse stato questo il suo vero nome o come se fosse il modello del cappellano, il cappellano per eccellenza, meritevole di essere ricordato». È degno di memoria il fatto, scrive Trinko, che «in quegli anni nella cappellania di Tercimonte si diffuse in maniera grave l’epidemia di tifo (in dialetto čùk, nota di Trinko) durante la quale Podrecca si dimostrò, con un’ammirevole abnegazione, non solo come premuroso medico dello spirito, ma anche come esperto medico del corpo, salvando la vita a molti malati senza curarsi del fatto che metteva a rischio la propria. In seguito diede prova dello stesso valore anche quando imperversò il colera».
Nel 1857, con grande rimpianto degli abitanti di Tercimonte, fu eletto all’unanimità cappellano di San Pietro, «dove rimase per sedici anni instancabilmente attivo, rispettato e amato da tutti». Si adoperò per costruire una nuova chiesa e si dedicò con tale dedizione alla realizzazione del progetto che riuscì a convincere la gente; in breve tempo tutto era pronto e molto materiale era stato portato per l’inizio dei lavori». «Ma le cose andarono in modo tale che tutto rimase in sospeso, e la chiesa parrocchiale ancora oggi se ne sta lì, umile e nella sua originaria semplicità e rozzezza, accovacciata tra le pietre e i mattoni trasportati lì appresso. Podrecca non ebbe certamente alcuna colpa, eppure tutto ciò lo addolorò a tal punto che, poco dopo, si trasferì da San Pietro a Rodda».
Correva l’anno 1873 quando don Podrecca salì di nuovo in montagna con la stessa dedizione e lo stesso spirito intraprendente con cui aveva affrontato i precedenti impegni. Che a Rodda «si sia preso molta cura del benessere spirituale dei suoi fedeli non c’è bisogno di ripeterlo; ma devo ricordare – scrive Trinko – che si adoperò anche per il loro benessere materiale. Istruiva il popolo nelle cose che sapeva e poteva fare; incoraggiava in particolare la frutticoltura e la viticoltura con l’insegnamento e con l’esempio, acquisendo molti meriti per i quali fu insignito di un diploma d’onore e di una medaglia alle esposizioni frutticole di Treviso nel 1872 e di Udine nel 1886». (3– continua)
Giorgio Banchig
Gospod Giorgio Banchig nadaljuje svojo serijo prispevkov s predstavitvijo Pietra Podrecca / Peter Podreka, duhovnika in rodoljuba, ki je v 19. stoletju pomembno zaznamoval duhovno in družbeno življenje Benečije. Posvečen v nemirnem letu 1848 je deloval kot kaplan v Tarčmunu, Špetru in Roncu ter se je zavzemal za duhovno rast skupnosti in za izboljšanje vsakdanjih življenjskih razmer.
Spomladi 1849 je Ivanu Oballi poslal pismo, v katerem je opozoril na žalostno stanje slovenskega jezika v Benečiji. Podrecca je v pismo jasno pokazal, da se je čutil razdeljen med dvema svetovoma. Živel je v Italiji, vendar se je po jeziku in izvoru imel za Slovenca. To misel izražajo tudi verzi »Prebivam na Laškim… Bom vedno Slavjan«, s katerimi pove, da bo kljub življenju v italijanskem okolju vedno ostal zvest svojim slovenskim koreninam.
Podrecca, rojen 16. februarja 1822 v Špetru, je že v času študija spodbujal rabo slovenskega jezika med bodočimi duhovniki. Kot kaplan v Tarčmunu se je izkazal z izjemno vpleten, zlasti med epidemijama tifusa in kolere, ko je pomagal bolnikom in tvegal lastno zdravje. V Špetru je začel projekt gradnje nove župnijske cerkve, ki pa ni bil uresničen, kar ga je močno prizadelo.
Leta 1873 je prevzel službo v Roncu, kjer se ni posvečal le verskemu življenju, temveč tudi materialnemu napredku prebivalcev. Spodbujal je sadjarstvo in vinogradništvo ter za svoje delo prejel priznanja na razstavah v Trevisu in Vidnu.
S tem prispevkom gospod Banchig osvetljuje življenje in delo duhovnika, ki je s svojo kulturno zavesnostjo in skrbjo za skupnost, pustil pomembno sled v zgodovini Benečije.
Prevod in povzetek: D. D.









