15 Luglio 2019 / 15. julij 2019

Costruiamo il cluster, non il muro!Gradimo grozd ne pa zidov!

Millenni di storia nascondono i poderosi manufatti che piccole o grandi società umane hanno costruito per difendere, circoscrivere, salvaguardare il possesso di porzioni di territorio su cui vivere e dalla quale trarre il necessario per la propria sopravvivenza. La pacifica convivenza, tuttavia, durava fino a che, per ragioni di conquista, non si veniva in conflitto con un vicino. Tutta la storia che conosciamo e che tramandiamo di generazione in generazione segna le sue tappe elencando lotte, guerre, sconfitte e vittorie, dai tempi della clava di Neanderthal fino al recente olocausto o alle atomiche dall’immane potere distruttivo. A guardarla da questo punto di vista pare che l’umanità ben poco abbia imparato dalla sua propria esperienza. Da millenni si segnano confini, si tracciano barriere di divisione, si costruiscono muri e fossati di difesa. Chi non conosce la Grande muraglia cinese che iniziò a prendere forma a difesa dalle popolazioni mongole già otto secoli prima di Cristo? Non disdegnarono opere difensive immani neppure i Romani nella lontana storia europea già da Giulio Cesare, basti ricordare il Vallum Hadriani del II sec. D.C, che divideva in due l’isola Britannica. Non pare il caso di elencare altri muri storici, ma il pensiero va a quelli che ci mostra la storia recente. Qualche anno fa ho pranzato in un ristorantino palestinese situato proprio a ridosso del muraglione israeliano. Faceva impressione fiancheggiarlo nella strada del ritorno verso Gerusalemme. E che dire dei muri, delle barriere spinate odierne? «Siamo tornati a costruire muri – scrive l’Espresso a commento del libro di Tim Marshall I muri che dividono il mondo –. Sono infatti oltre 6000 i chilometri di barriere innalzati nel mondo negli ultimi dieci anni. Le nazioni europee avranno ben presto più sbarramenti ai loro confini di quanti non ce ne fossero durante la Guerra fredda. Il mondo a cui eravamo abituati sta per diventare solo un vecchio ricordo: dalle recinzioni elettrificate costruite tra Botswana e Zimbabwe a quelle nate dopo gli scontri del 2015 tra Arabia Saudita e Yemen, dalla barriera in Cisgiordania fino al mai abbandonato progetto del presidente Donald Trump al confine tra Stati Uniti e Messico. Non appena una nazione si appresta a far nascere un nuovo muro, subito i paesi confinanti decidono di imitarla». L’articolista cita, a tal proposito, che «quello tra Grecia e Macedonia ne ha generato uno tra Macedonia e Serbia, e poi subito un altro si è alzato tra Serbia e Ungheria» e dimentica la barriera di filo spinato e pannelli innalzata dalla Slovenia lungo il confine con la Croazia nel 2015. Poi conclude: «Innumerevoli sono le ragioni alla base di queste decisioni spesso dettate da paura, disuguaglianze economiche, scontri religiosi. Difficile comprendere le ragioni storiche di quello che sta accadendo oggi con la rinascita di forti sentimenti sovranisti e nazionalisti, ma resta la speranza che questa drammatica tendenza si inverta al più presto». Tuttavia i fatti recenti non indicano politiche diverse ed esse ci toccano da vicino, in particolare noi che abbiamo vissuto sulla nostra pelle il muro invisibile ma ben presente della Cortina di ferro sul «maledetto confine», per fortuna caduto coi trattati di Schengen. Quali pensieri, quali sentimenti, quali ancestrali paure e reazioni emotive poteva suscitare l’idea balzana di tracciare un altro muro che parta da Muggia e si snodi per 232 km su valli, colline e monti sul confine sloveno fino a quello austriaco? L’arcivescovo di Udine, mons. Andrea Bruno Mazzocato, ha affermato che «sentir parlare di “muro” in questo nostro territorio, che ha ben presente la tragedia della Cortina di ferro e tutto ciò che essa ha comportato, fa, a dir poco, impressione». Avevo sette anni, (1954) quando l’ancora non risolto problema del confine orientale con la Jugoslavia aveva portato l’esercito italiano a piazzare sui monti della Slavia il proprio armamentario bellico di mitragliatrici, cannoni e quant’altro. La Guerra Fredda appena iniziata già si stava paurosamente riscaldando. Ricordo il mascherato terrore di mia nonna e di mia madre nel vedere i dossi ed i crinali dei monti brulicare di uomini in divisa mimetica ed i covi di armi coperti da tele mimetiche. Un fragile muro a fronteggiare un’altra possibile guerra vera e reale. Oggi la Slovenia non ha certo rivendicazioni territoriali e non minaccia nulla e nessuno, ma ancora c’è chi si prospetta un muro tra Paesi divenuti fratelli nell’Unione europea. Un muro, una cortina all’interno e fra Paesi alleati; di fronte ad un «nemico » inventato, indistinto, disarmato, straccione e armato solo dal coraggio d’esser fuggito a sorti più crudeli che guerre, fame, miseria e minacce lontane fomentano per un’umanità priva di… umanità. Un’altra volta ancora noi sloveni d’Italia abbiamo corso il rischio, speriamo superato, di finire divisi dal retroterra linguistico e culturale cui etnicamente apparteniamo, per la paura di nemici creati ad arte, nemici solo perché stranieri. Qualsiasi frontiera, muro o muraglia, in questo mondo che sta sovvertendo gli antichi valori, rimarrà comunque inefficace finché non sarà demolito – come quello di Berlino, abbattuto proprio trent’anni fa – il muro che ci siamo costruiti nelle menti e nelle coscienze. Solidarietà, condivisione, corresponsabilità, giustizia, rispetto dei valori e dei diritti umani sono i veri antidoti alla paura ed all’odio, i fautori della Pace. È un’utopia, si sa, ma, a quanto pare, non ci sono vie alternative al superamento dell’animalità della nostra specie. Citando Erasmo da Rotterdam possiamo ricordare che «homo homini aut deus, aut lupus», cioè l’uomo verso l’altro uomo o è divinità, oppure è lupo. Non c’è proprio nessuna alternativa? Forse sì. I nostri sindaci, 21 sul versante italiano e 4 su quello sloveno, da un anno e mezzo stanno portando avanti l’iniziativa del «cluster transfrontaliero » per dare risposte alle problematiche comuni riscontrate sul territorio, prima fra tutte il drammatico spopolamento dei paesi montani. Ecco, allora, la risposta giusta: al confine italo-sloveno costruiamo il cluster, non il muro!