Comunità montane in stallo

 
 
Alla fine del prossimo mese di luglio saranno passati due anni da quando la Giunta regionale ha inviato quattro funzionari a gestire — con i poteri di presidente, giunta e consiglio — le Comunità montane del Friuli-Venezia Giulia, togliendo agli amministratori locali, eletti dalla popolazione, la gestione del territorio. «Le Comunità montane — aveva spiegato il presidente della Regione, Renzo Tondo —, si erano venute a trovare in alcune difficoltà strutturali, perdendo l'elasticità iniziale ed una reale rappresentatività politica complessiva del territorio della singola Comunità. A queste difficoltà si è sommata una certa autoreferenzialità delle strutture, sempre più forte e costosa con il passare degli anni».
Queste motivazioni a sostegno di una decisione estrema, qual è l’istituto del commissariamento, erano subito parse deboli. Tanto più lo sono a quasi due anni di distanza. Anche perché il funzionamento degli enti sovracomunali montani è tutt'altro che migliorato. Del resto, i commissari continuano a sottolineare, giustamente, di essere dei tecnici e di non poter adottare decisioni politiche. Solo ordinaria amministrazione, dunque.
Tondo si proponeva il riordino degli enti locali montani nel giro di un anno o poco più. Sta di fatto che la Giunta regionale ha approvato lo schema di disegno di legge per l’istituzione di 8 Unioni montane — nei confini delle Comunità montane antecedenti la riforma del 2002 —, appena il 3 febbraio di quest’anno. Ma l’astensione dei due assessori della Lega Nord ha fatto subito intuire che l’iter in Consiglio regionale non sarebbe stato facile. Anche le organizzazioni slovene hanno manifestato contrarietà, in quanto il testo non tiene conto delle disposizioni legislative che tutelano la minoranza.
L’obiettivo dichiarato dall’assessore alle Autonomie locali, Andrea Garlatti, di far approvare la riforma entro l’estate appare una chimera. E il caos politico scatenatosi nella maggioranza di centrodestra dopo la pesante sconfitta nelle elezioni amministrative non lascia presagire una soluzione nel breve termine. C’è chi dà le Unioni montane già defunte ancor prima di nascere e chi parla di «direttorio» di amministratori locali al posto dei commissari.
A questo punto sfugge a ogni logica il proseguimento della gestione commissariale delle Comunità montane. Lo si tolga e, in attesa del varo della riforma, si tornino a eleggere democraticamente i loro organismi, per uscire da un nefasto stallo. Cioè da una situazione senza dubbio peggiore rispetto a quella presa a motivo del commissariamento.

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