26 Luglio 2023 / 26. julij 2023

C’è il rischio di un’identità folcloristica
Tvegamo folkloristično identiteto

Nelle mie ricerche sulla problematica delle minoranze linguistiche, spesso mi ritrovo a fare i conti del tempo trascorso e a considerarne gli effetti. Non solo su me stesso, ma soprattutto sul senso di un percorso di oltre 40 anni. E mi dispiace dover constatare gli effetti contradditori del tumultuoso sconvolgimento avvenuto in tutti i settori del vivere sociale nei rapporti della nostra minoranza con la maggioranza italiana. Il rapporto del più forte con il più debole lo si può riassumere nel motto: quello che è mio, è mio; quello che non è mio o diventa mio o altrimenti non ha valore. Un modo diverso di tradurre il difficile concetto di assimilazione, trattandosi di minoranze linguistiche o etniche. Di tutto è stato «non» fatto per impedire quel processo snazionalizzante e di tutto è stato tentato per velocizzarne il fenomeno. Non per niente poco e incerto è rimasto di quell’antico orgoglio identitario dei secoli nella Serenissima, difeso perché segno distintivo e strumento di libertà e di autogestione in casa propria. Sudditi sì, ma privilegiati; orgogliosi, solidali e uniti nella difesa dei propri diritti e puntuali nei loro doveri.

Quasi per caso mi è tornata tra le mani la preziosa ricerca psicosociologica dei due studiosi professori sloveni Danilo Sedmak e Emidio Sussi sul tema specifico dell’assimilazione, fenomeno che essi definiscono «silenziosa». Il volume affronta il tema delle dinamiche psicosociali che favoriscono, conducono inesorabilmente le comunità slovene in Italia a fondersi con quelle etnicamente o linguisticamente definite italiane. A mio modo di vedere questo è un lavoro che, sebbene vecchio di quasi quattro decenni (1984), rimane di forte attualità.

Già allora si descriveva quella trasformazione dolce – oggi si direbbe smart –, priva delle costrizioni e violenze fisiche, verbali e psicologiche che avevano caratterizzato la storia giuliana e beneciana e culminata nel periodo fascista, trasformazione del concetto di sé, l’abbandono progressivo dell’identità ancestrale per sostituirla nel nuovo gruppo sociale predominante. Purtroppo i rapporti interetnici tra slavi e italiani, in questo mondo socialmente così complesso, hanno visto momenti drammatici, che qui non è il caso di riaffermare, tali che di per sé mettevano in seria crisi la propria identità etnolinguistica, dovendo per forza di cose indossare la maschera voluta da chi aveva il potere di imporla.

Pensando in particolare a noi sloveni beneciani, c’è da chiedersi appunto cosa ne è rimasto di quella che gli studiosi definiscono identificazione etnica. Essa è strettamente legata al sentimento o alla coscienza di appartenenza alla propria comunità o al proprio gruppo sociale. «L’identificazione interiore con il gruppo etnico si fonda sulla tradizione, sulla comune convinzione ed esperienza… Si sviluppa una coscienza etnica specifica che viene rafforzata da una cultura comune, dalle istituzioni etniche, dall’etnocentrismo… si basa sulla tradizione, sull’origine, sulle esperienze sociali comuni, su una storia comune e sui diversi aspetti culturali comuni, dalla lingua ai valori, agli atteggiamenti, ai simboli e ai modelli comportamentali, senza dimenticare le istituzioni etniche, gli agenti di socializzazione che trasmettono i modelli socioculturali da una generazione all’altra. Prendendo in considerazione anche solo questi fattori viene da confrontarsi sull’evoluzione degli stessi guardando il trend in atto negli ultimi decenni. Credo che già ai tempi in cui era disponibile l’analisi psicosociale di Sedmak e Sussi, la Benecia avesse scarsa stima di se stessa, ben poca fiducia nel proprio destino come comunità e come gruppo, divisa in maniera parossistica al proprio interno proprio sul senso della propria identità. A tal proposito potrei ricordare che proprio dalle analisi autonome locali fu pubblicato un libro con l’emblematico titolo «La comunità senza nome. La Slavia alle soglie del 2000» (Ferruccio Clavora – Riccardo Ruttar – 1990). Una comunità un tempo storicamente bendefinita che, in barba alla Costituzione repubblicana, era ancora in cerca di un nome, di un’identità propria.

Siamo vicini al primo quarto del 21° secolo ed io mi chiedo: ce l’abbiamo oggi un nome? Un nome accettato, compreso e difeso dalla maggioranza della comunità valligiana? A quale livello è arrivata quella assimilazione silenziosa che fa passare nell’insignificante un qualsiasi nome in cui riconoscersi e attorno a cui sentirci riuniti e solidali?

A dire il vero neppure la maggioranza italiana appare particolarmente unita a parte le occasionali performance sportive. Al di là di tutti i meriti, pare per lo meno pittoresco il fatto che le manifestazioni più eclatanti e numerose in cui trasudi un senso di appartenenza comune siano i raduni degli alpini. L’auspicio e che l’Italia come nome e come gruppo sociale evolva in senso positivo, speriamo in senso democratico, offrendo un’identità individuale e di gruppo di cui poter essere orgogliosi, per quanto concerne la piccola Slavia c’è il rischio di un’identità folcloristica, tipo «PowWow» nordamericano dove gli indiani si incontrano per danzare, cantare e onorare la cultura delle antiche tribù, cercando di far resistenza all’oblio in un mondo che fa di tutto per buttare alle spalle i valori e gli insegnamenti del passato.

Riccardo Ruttar