15 Maggio 2020 / 15. maj 2020

Appello di Boris Pahor agli scrittori:
seguiamo il solco di Dante e Giusti

Cari amici italiani, è giunto purtroppo il momento che ci vede costretti a risolvere i complessi problemi della nostra convivenza. Se mi rivolgo agli scrittori, come faccio adesso, lo è perché credo che essi costituiscano la parte culturale più rilevante della società e siano quindi molto più capaci di intuire quali siano i problemi più importanti per una sana interpretazione delle necessità di un vivere il più possibilenormale e democratico.

Si è fatta sentire ora, per esempio, la necessità di esigere la pubblicazione e la divulgazione della relazione redatta dallacommissione storico-culturale italo-slovena sui rapporti tra la Slovenia e l’Italia dal 1880 al 1956. La relazione, frutto di

sei anni di rigorose, oneste ricerche non è stata resa nota dal governo italiano, né tramite la stampa né è stata inserita nei libri di testo. Questa mancata divulgazione fa sì che la popolazione italiana, soprattutto i giovani, non siano a conoscenza dell’attività di movimenti e governi quali furono, ad esempio, quello fascista e quello nazista.

I giovani non sanno di cosa costoro furono capaci, hanno bisogno perciò di venirne a conoscenza per non essere costretti a cercare qualcuno che tenti di fare da guida alla nazione. Ecco che nasce così un governo simile a quello del passato, sotto la guida di un uomo forte. E la storia si ripete. Un siffatto tacere porta purtroppo alla formazione di nuove deleterie formazioni e partiti.

A contrastare la divulgazione della relazione suddetta c’è ora pure la pubblicazione di un gran numero di affermazioni menzognere che sostengono l’infondatezza o addirittura l’assurdità delle inoppugnabili conclusioni cui la citata commissione è giunta.

Ci troviamo dunque in una situazione che richiede alla popolazione italiana di rendersi conto che un siffatto agire è inconcludente, porta a incomprensioni nocive e a una convivenza sempre più difficile.

A mio modesto avviso è indispensabile che in questa sciagurata situazione la popolazione italiana impari ad agire come nel passato hanno agito i suoi uomini illustri. Il primo che desidero citare è indubbiamente Dante Alighieri che rispettava assai e amava la propria lingua e condannava coloro che le preferivano il provenzale. Dante amava la sua lingua, il suo volgare, considerato la lingua del volgo, l’amava anche perché era la lingua parlata dai suoi genitori quando si amavano e lo concepirono, asserisce. Il messaggio che Dante vi trasmette è dunque quello di amare la vostra lingua, non vi consiglierebbe in alcun modo di rinnegarla e di accettare la lingua di un altro popolo come ha fatto invece il fascismo che nella Venezia Giulia ha voluto soffocare le lingue slovena e croata.

Il secondo esempio che desidero citarvi si riferisce a Giuseppe Giusti, autore della poesia Sant’Ambrogio: prende nome dall’antica chiesa di Milano, allora fuori porta, considerata come una basilica. Il poeta vi capitò un giorno e vi trovò, ad assistere alla santa messa, i soldati austriaci. È così che racconta: Entro, e ti trovo un pieno di soldati, / di que’ soldati settentrionali, / come sarebbe Boemi e Croati, / messi qui nella vigna a far da pali: / difatto se ne stavano impalati, / come sogliono in faccia a’ generali, / co’ baffi di capecchio e con que’ musi, / davanti a Dio, diritti come fusi. / Mi tenni indietro, chè, piovuto in mezzo / di quella maramaglia, io non lo nego / d’aver provato un senso di ribrezzo, / che lei non prova in grazia dell’impiego. / Sentiva un’afa, un alito di lezzo; / scusi, Eccellenza, mi parean di sego, / in quella bella casa delSignore, / fin le candele dell’altar maggiore. /Ma, in quella che s’appresta il sacerdote / a consacrar la mistica vivanda, / di sùbita dolcezza mi percuote / su, di verso l’altare, un suon di banda. / Dalle trombe di guerrauscian le note / come di voce che si raccoanda, / d’una gente che gema in duri stenti / e dè perduti besi si rammenti. / Era un coro del Verdi; il coro a Dio / là dèLombardi miseri, assetati; / quello: “O Signore, dal tetto natio”, / che tanti petti ha scossi e inebriati. / Qui cominciai

a non esser più io / e come se que’ còsi diventati / fossero gente della nostra gente, / entrai nel branco involontariamente. / Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo e bello, / poi nostro, e poi suonato come va; / e con l’arte di mezzo, e col cervello / dato all’arte, l’ubbie di buttan là. / Ma, cessato che fu, dentro, bel bello, / io ritornava a star come la sa; / quand’eccoti, per farmi un altro tiro, da quelle bocche che parean di ghiro, / un cantico tedesco, lento lento / per l’aer sacro a Dio mosse le penne; / era preghiera, e mi parea lamento, / d’un suono grave, flebile, solenne, / tal, che sempre nell’animo lo sento: / e mi stupisco che in quelle cotenne, / in que’ fantocci esotici di legno, / potesse l’armonia fino a tal segno. / Sentia, nell’inno, la dolcezza amara / dè canti uditi da fanciullo; il core / che da voce domestica gl’impara, / ce li ripete i giorni del dolore: / un pensier mesto della madre cara, / un desiderio di pace e d’amore, / uno sgomento di lontano esilio, / che mi faceva andare in visibilio. / E, quando taque, mi lasciò pensoso / di pensieri più forti e più soavi. / – Costor, – dicea tra me, -re pauroso / degl’italici moti e degli slavi, / strappa a’ lor tetti, e qua, senza riposo / schiavi li spinge, per tenerci schiavi; / li spinge di Croazia e di Boemme, / come mandre a svernar nelle Maremme. / A dura vita, a dura disciplina, / muti, derisi, solitari stanno, / strumenti ciechi d’occhiuta rapina, / che lor non tocca e che forse non sanno; / e quest’odio, che mai non avvicina / il popolo lombardo all’alemanno, giova a chi regna dividendo, e teme / popoli avversi affratellati insieme. / Povera gente! Lontana dà suoi; / in un paese qui, che le vuol male, / chi sa, che in fondo all’anima po’ poi, / non mandi a quel paese il principale. / Gioco che l’hanno in tasca come noi. / Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale, / colla su’ brava mazza di nocciòlo, / duro e piantato lì come un piolo.

Considerata la situazione in cui Sloveni e Italiani di questa fascia territoriale ci troviamo, rivolgo da amico un consiglio agli amici italiani: raccomandino ai loro rappresentanti politici di seguire il messaggio di profondo valore umanistico che Giuseppe Giusti ci trasmette nella sua poesia Sant’Ambrogio. Aggiunge addirittura una concezione politica dicendo che i soldati austriaci, essendo schiavi sottomessi al padrone austriaco rendono schiavi anche gli Italiani.

Ho citato solo due esempi ma potrei citarne diversissimi. Il primo, per esempio, sarebbe quello del Manzoni che rifiuta il potere di un signorotto violento che esige da una cittadina indifesa un incontro dissacrante per la sua femminilità.

Scusatemi se cerco di trovare una soluzione a questi problemi difficili, soprattutto con l’aiuto degli scrittori che per carattere hanno sempre cercato di presentare ai lettori la loro interpretazione della vita della nazione. Ringrazio in anticipo e vi invio i più cordiali saluti.

Boris Pahor

Trieste 3 marzo 2020