Tisti, ki se tele dni pejejo po Benečiji, videjo, de je vse ratalo živahno. Cieste so lepuo postrojene, vasì čedne an parpravjene za sprejem. Nieki parjatelj od zuna je vidu tele novuosti an nie naglih zastopu, za kaj gre. A potlé, ki je paršu nazaj do Muosta, je vidu tiste velike fotografije, ki pokrivajo celo spriednjo hišno stieno, an zastopu, kaj se gaja par nas. Muore reči, de so naši ljudje sprejeli tolo izredno parložnost, de pokažejo, kaj so an kje žive an grede, de veselo sprejmejo kolesarje, ki bojo letali po naših poteh v hribih an v dolinah, od Špietra do Matajura, do Svetega Martina, od Lies do Kraja an do Gorenjega Tarbija, od Porčinja do Podcierkve, dokjer se ne varnejo nazaj v Čedad. Kolesarska dirka po Italiji – Giro d’Italia 20. maja pride v Benečijo an jo pokaže od adnega konca do zadnjega. A pokaùe tudi ljudì, posebno če nam bo ura pomagala. Kaj moremo reči? Če se vebere pravo pobudo, se zbudi tudi dušo an zanimanje ljudì. Takuo de je parložnost dirke, ki je parvi krat par nas, tudi izredni slučaj, de se v nas pokažejo narlievše vrednote, ki jih imamo an ki so ostale ku skrite an ne arzvite. Muora zbuditi zanimanje an gledati globoko v našo stvarnost. Bi bluo lepuo, de pokažemo tolo zanimanje za našo domovino, za našo kulturo, naš jezik an za vse, ki je z njim povezano. Naša želja je, de postanemo veseli, za kar smo, an de kuražno pokažemo, kar smo. Tuole je začetek našega novega rojstva, takuo de bomo gledali na našo domovino z začudenimi očmi. Beremo, de so novinarji, ki so paršli gledat kajšan je teritorji, v katerim živimo, ostali začudeni videti tele naše kraje. Mi pa, ki živimo tle, se muoramo odprieti na tajšno lepoto. Samuo če smo veseli, za kar smo, an imamo radi našo domovino, ji bomo znali dati pravo vriednost; bomo gledali ku pesniki naše gore an doline; bomo znali vekuštati tiste iniciative, ki nam bojo pomagale oživieti, kar se zdi zaspano al’ martvo. Ne, Benecija je še živa an ima v sebi še veliko moči. A, takuo ki san jau, se v nas muora roditi prava ljubezen do naše zemlje, do naše domovine. Videmo, de je nastalo puno organizacij za dobro naše dežele, pa v njih muora dielati an sodelovati vič ljudì, ku kar jih je. Muoramo združiti moči, zak’ takuo na bomo zgubili tiste živahnosti, ki nam jo je dala kolesarka dirka. Parvega maja lieta 2001 je parsla v Dreko televizjiska ekipa iz Milana, de bi napravila oddajo o potresu. Kadar od Hlodiča smo paršli na Trušnje, smo se ustavili, zak’ so bli novinarji presenečeni, kàr se jim je pred sabo odparla dreška panorama, pogled ki ti odpre dušo an zbudì življenje! Kar so videli tekrat tisti milanski novinarji, mi videmo vsaki dan. Na zgubimo začudenja an ohranimo našo skupno hišo. Tela je prava modruost. (Marino Qualizza)
Valli in rosa, è il nome scelto per celebrare l’evento sportivo e mediatico del Giro d’Italia che percorrerà in questi giorni le strade delle Valli del Natisone. Il nome più appropriato e storicamente concreto sarebbe «Nediške doline», già denominate nel secolo XIX da Carlo Podrecca «Slavia Italiana», da altri «Slavia Veneta» e conosciute in un ambito più vasto come Beneška Slovenija o Benečija. Se di anniversari che si accumulano per queste località si vuol parlare, oltre che del Centenario della prima guerra e del quarantennale dal terremoto, non è il caso di dimenticare i 150 anni dal plebiscito con cui il Friuli e la Slavia Veneta furono annessi al Regno d’Italia. Allora cominciò la storia «italiana » di questo lembo di territorio di confine ed anche quella poco gloriosa dell’assimilazione forzata dell’unica comunità alloglotta che allora si ritrovò inclusa nel Regno. Il programma scritto allora ed attuato poi fu: «Questi Slavi bisogna eliminarli». Non è certo per smorzare gli entusiasmi di tutti gli amministratori locali, delle associazioni, delle pro loco, delle comunità paesane e dei singoli che scrivo queste righe; che getto un fioco fascio di luce su una storia passata. Lo faccio perché, appunto, è storia; storia di un popolo particolare, di un popolo che, purtroppo, è stato portato a dimenticarla, addirittura a rifiutarla. Ho ascoltato le parole entusiastiche degli amministratori dei comuni interessati direttamente dal percorso del Giro, magistralmente raccolti da Telefriuli nella rubrica «Lo scrigno» di qualche giorno addietro, e l’apprezzamento all’organizzatore della tappa friulana, Enzo Cainero; si parlava giustamente di un evento che, finalmente, getta una nuova luce su un piccolo mondo finora circoscritto, chiuso e negletto, lasciato a se stesso, lasciato in disparte come un «bastardino », accettato ma non riconosciuto da figlio di una Patria ingrata. Non fosse stato così, come spiegare i dati di statistiche impietose e mortalmente prospettiche? In queste Valli del Natisone, le antiche Nediške doline, la vecchia Slavia o Benečija, all’inizio del secolo scorso tranne i funzionari e le forze dell’ordine venute dall’esterno, tutti, dico tutti i locali parlavano, pregavano, cantavano, benedicevano e maledicevano nel linguaggio locale sloveno, stretti attorno alle chiese piuttosto che ai municipi. Ed erano in tanti, oltre 17.000 nel 1921; c’ero anch’io tra i 16.195 del 1951. Ora i due terzi di quelli sono altrove e sul territorio dei sette Comuni gli ultimi dati Istat da me consultati ne danno 5.579 (nov. 2015). I mass-media che seguiranno il Giro mostreranno la celebrata natura incontaminata, le bellezze naturalistiche e paesaggistiche, quanto di meglio le immagini potranno offrire al gusto di milioni di spettatori ignari di quanta sofferenza sia nascosta sotto le fronde del bosco che ha invaso, coperto, distrutto i campi coltivati, i prati falciati, gli orti fioriti. Perché non dobbiamo dimenticare che queste montagne, valli e pianori oggi divenuti foresta venivano sfruttati all’inverosimile in ogni angolino potenzialmente produttivo per poter sfamare a malapena più del triplo della popolazione attuale, prima che scoppiasse l’industria del piano e poi l’emigrazione per le miniere del Belgio, per la pampa argentina o per le plaghe australiane. Ma oltre questa recente ed avvilente, ben pochi conoscono la meravigliosa, entusiasmante, particolarissima storia secolare della comunità dei «fedeli Schiavoni delle Banche di Antro e Merso» sudditi autonomi della gloriosa Repubblica di Venezia. E le Vicinie, i 155 paesi dispersi sui monti e nelle valli, i Župani, gli Arenghi, le Ducali dei Dogi che rinnovavano i Privilegi, le chiese votive dagli «altari d’oro», le tradizioni, le usanze, l’organizzazione sociale al di sopra di ogni schema di allora, la simbiosi uomo-ambiente. Parte di questo patrimonio culturale e linguistico è compresso in files nel Museo multimediale di Špietar – San Pietro al Natisone (già S. Pietro degli Slavi) a disposizione di chi non vuole fermarsi alle immagini fotografiche ed alle riprese panoramiche degli elicotteri. Ecco questo, mi auguro, possa emergere tra le righe pubblicistiche enfatiche promosse dal Giro: l’anima vera, nascosta, autentica di un mondo quasi del tutto sconosciuto, come di uno spirito che ancora aleggia lungo i selciati dei paesi, nelle volte di chiesette come S Giovanni d’Antro o S. Lucia e S. Andrea di Cravero. Sarebbe un vero peccato se l’occasione del Giro si risolvesse come ultima e definitiva omologazione della Slavia/Benečija alla sua sola dimensione storica italiana. Italianità, quella vera, vuol dire anche valorizzazione della diversità etnica, linguistica e culturale. La nostra è un valore, non un disvalore! E di questo dovrebbero essere coscienti gli amministratori che vogliono un futuro autentico per le Nediške doline /Benečija. (Riccardo Ruttar)
Pokazajmo, kar smo_Non sia la definitiva omologazione
Valli in rosa, è il nome scelto per celebrare l’evento sportivo e mediatico del Giro d’Italia che percorrerà in questi giorni le strade delle Valli del Natisone. Il nome più appropriato e storicamente concreto sarebbe «Nediške doline», già denominate nel secolo XIX da Carlo Podrecca «Slavia Italiana», da altri «Slavia Veneta» e conosciute in un ambito più vasto come Beneška Slovenija o Benečija. Se di anniversari che si accumulano per queste località si vuol parlare, oltre che del Centenario della prima guerra e del quarantennale dal terremoto, non è il caso di dimenticare i 150 anni dal plebiscito con cui il Friuli e la Slavia Veneta furono annessi al Regno d’Italia. Allora cominciò la storia «italiana » di questo lembo di territorio di confine ed anche quella poco gloriosa dell’assimilazione forzata dell’unica comunità alloglotta che allora si ritrovò inclusa nel Regno. Il programma scritto allora ed attuato poi fu: «Questi Slavi bisogna eliminarli». Non è certo per smorzare gli entusiasmi di tutti gli amministratori locali, delle associazioni, delle pro loco, delle comunità paesane e dei singoli che scrivo queste righe; che getto un fioco fascio di luce su una storia passata. Lo faccio perché, appunto, è storia; storia di un popolo particolare, di un popolo che, purtroppo, è stato portato a dimenticarla, addirittura a rifiutarla. Ho ascoltato le parole entusiastiche degli amministratori dei comuni interessati direttamente dal percorso del Giro, magistralmente raccolti da Telefriuli nella rubrica «Lo scrigno» di qualche giorno addietro, e l’apprezzamento all’organizzatore della tappa friulana, Enzo Cainero; si parlava giustamente di un evento che, finalmente, getta una nuova luce su un piccolo mondo finora circoscritto, chiuso e negletto, lasciato a se stesso, lasciato in disparte come un «bastardino », accettato ma non riconosciuto da figlio di una Patria ingrata. Non fosse stato così, come spiegare i dati di statistiche impietose e mortalmente prospettiche? In queste Valli del Natisone, le antiche Nediške doline, la vecchia Slavia o Benečija, all’inizio del secolo scorso tranne i funzionari e le forze dell’ordine venute dall’esterno, tutti, dico tutti i locali parlavano, pregavano, cantavano, benedicevano e maledicevano nel linguaggio locale sloveno, stretti attorno alle chiese piuttosto che ai municipi. Ed erano in tanti, oltre 17.000 nel 1921; c’ero anch’io tra i 16.195 del 1951. Ora i due terzi di quelli sono altrove e sul territorio dei sette Comuni gli ultimi dati Istat da me consultati ne danno 5.579 (nov. 2015). I mass-media che seguiranno il Giro mostreranno la celebrata natura incontaminata, le bellezze naturalistiche e paesaggistiche, quanto di meglio le immagini potranno offrire al gusto di milioni di spettatori ignari di quanta sofferenza sia nascosta sotto le fronde del bosco che ha invaso, coperto, distrutto i campi coltivati, i prati falciati, gli orti fioriti. Perché non dobbiamo dimenticare che queste montagne, valli e pianori oggi divenuti foresta venivano sfruttati all’inverosimile in ogni angolino potenzialmente produttivo per poter sfamare a malapena più del triplo della popolazione attuale, prima che scoppiasse l’industria del piano e poi l’emigrazione per le miniere del Belgio, per la pampa argentina o per le plaghe australiane. Ma oltre questa recente ed avvilente, ben pochi conoscono la meravigliosa, entusiasmante, particolarissima storia secolare della comunità dei «fedeli Schiavoni delle Banche di Antro e Merso» sudditi autonomi della gloriosa Repubblica di Venezia. E le Vicinie, i 155 paesi dispersi sui monti e nelle valli, i Župani, gli Arenghi, le Ducali dei Dogi che rinnovavano i Privilegi, le chiese votive dagli «altari d’oro», le tradizioni, le usanze, l’organizzazione sociale al di sopra di ogni schema di allora, la simbiosi uomo-ambiente. Parte di questo patrimonio culturale e linguistico è compresso in files nel Museo multimediale di Špietar – San Pietro al Natisone (già S. Pietro degli Slavi) a disposizione di chi non vuole fermarsi alle immagini fotografiche ed alle riprese panoramiche degli elicotteri. Ecco questo, mi auguro, possa emergere tra le righe pubblicistiche enfatiche promosse dal Giro: l’anima vera, nascosta, autentica di un mondo quasi del tutto sconosciuto, come di uno spirito che ancora aleggia lungo i selciati dei paesi, nelle volte di chiesette come S Giovanni d’Antro o S. Lucia e S. Andrea di Cravero. Sarebbe un vero peccato se l’occasione del Giro si risolvesse come ultima e definitiva omologazione della Slavia/Benečija alla sua sola dimensione storica italiana. Italianità, quella vera, vuol dire anche valorizzazione della diversità etnica, linguistica e culturale. La nostra è un valore, non un disvalore! E di questo dovrebbero essere coscienti gli amministratori che vogliono un futuro autentico per le Nediške doline /Benečija. (Riccardo Ruttar)
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