27 Novembre 2020 / 27. november 2020

50 let slovenskega petja Bogu v čast
50 anni di canto sloveno in lode a Dio

Il Coro parrocchiale di Camporosso nel 1998/Cerkveni pevski zbor Žabnice leta 1998

Per tre cantori del coro parrocchiale di Camporosso/Žabnice, che insieme al Coro parrocchiale di Ugovizza/Ukve, ai cantori di Valbruna/Ovčja vas e al Coro Tantum ergo mantiene viva in Valcanale la tradizione del canto sacro sloveno, quest’anno è un anno importante. Ricorrono, infatti, i cinquant’anni della loro attività.

Maria Moschitz, Carlo Schluga e Gabriele Moschitz hanno cominciato la loro esperienza corale da giovanissimi, già nel 1970. Gabriele, che in Valcanale è molto attivo in diversi ambiti (tra l’altro suona nei Doganîrs ed è vicepresidente dell’Associazione/ Združenje don Mario Cernet), ricorda: «Allora le prove del coro parrocchiale si svolgevano nella casa delle Suore scolastiche francescane a Camporosso. Suor Judita aveva passato le consegne a suor Celina come organista, mentre Giovanni Moschitz – il padre di Gabriele, detto Hanzi – dirigeva il coro. Allora a Camporosso la domenica erano celebrate due messe, alle 9.00 in lingua slovena e 10.30 in lingua italiana».

Oggigiorno a Camporosso è celebrata una messa, con alcune preghiere e letture in sloveno.

«Suor Celina suonava a entrambe le messe ed era sempre accompagnata dal canto di giovani che educava personalmente. In quegli anni nasceva anche il coro Višarski zvon, diretto dal maestro Ipavec». Maria, Carlo e Gabriele vi aderirono subito, insieme a altri 50 coristi da tutta la Valcanale. Primo presidente del nuovo coro, nato ufficialmente nel 1972, fu l’allora parroco di Camporosso, don Mario Cernet, il cui impegno per i giovani spaziava dal teatro, allo sport, all’insegnamento dello sloveno e al canto.

Maria ricorda di avere iniziato a cantare a 14 anni: «Su iniziativa dei cantori di allora ho accettato volentieri l’invito a far parte del gruppo corale, che rappresenta da sempre un’antica tradizione della comunità di Camporosso. Anche i miei antenati ne facevano parte. Da bambina, quando partecipavo alla messa domenicale, prestavo molta attenzione a melodie e a parole dei canti e spesso, in famiglia, quando ci si riuniva le riproponevo».

Per Maria il canto ha sempre rappresentato gioia e soddisfazione; il coro le ha fatto scoprire il senso e il valore dello stare insieme. «Sono stata ben accettata e ricordo che fin dall’inizio ho partecipato con grande entusiasmo alle prove, anche se da parte mia era inevitabile qualche stonatura. Cantare durante la messa domenicale ha rappresentato sempre e rappresenta tuttora un’opportunità di condivisione di bei momenti, in cui il canto si fa preghiera e lode a Dio». Maria ricorda con piacere le festività di Natale, Pasqua, delle sagre, dei pellegrinaggi sul monte Lussari e le collaborazioni del coro di Ugovizza in occasione dell’Avvento e della festa di S. Cecilia. «Indimenticabili sono, poi, gli incontri con i cantori di Achomitz e Adegliacco, dove giovani e meno giovani si riuniscono con la voglia e il desiderio di comunicare l’amore per Dio con la musica». Se Maria dovesse scegliere un pezzo preferito, non avrebbe dubbi: «Il canto che mi è rimasto di più nel cuore è proprio il primo che ho cantato nel lontano 1970 con il gruppo corale, O Srce Božje, slišim tvoj glas».

Anche Carlo Schluga ricorda con piacere quegli anni di gioventù: «Per noi era normale cantare, lo faceva anche mia mamma e poi ci sentivamo importanti, così giovani, tanto che ci volle un po’ di sano tempo prima che i cosiddetti “vecchi” coristi, che non avevano potuto entrare nel coro in una così tenera età, non ci guardassero con sospetto, quasi infastiditi». Molti di loro non sapevano leggere le note e, quindi, c’era anche un po’ d’invidia. «La maggior parte imparava le canzoni a memoria e questo permetteva loro di poterle cantare nelle osterie o alle feste, mentre noi eravamo sempre più legati agli spartiti, comodi, ma che non ci permettevano di seguire perfettamente le indicazioni del maestro. Il maestro Ipavec, che lo sapeva, ci faceva imparare le parti a memoria e ci faceva le prove voce per voce e singolarmente, per essere autonomi. Così ognuno imparava la parte nel caso che qualcuno non potesse esserci». Carlo ricorda con piacere anche la collaborazione con altri cori, che ha portato poi alla nascita del coro Višarski zvon.

«All’epoca abbiamo cantato con coristi di Cave e Ugovizza ed è così che è nata l’idea di creare un grande coro, grazie al bravissimo maestro Ipavec. Ed è nato il Višarski zvon, che tante soddisfazioni ci ha dato e con il quale sono uscito per la prima volta dalla nostra valle». Carlo rammenta lo spirito di allora: «Si collaborava senza protagonismi, per il solo piacere di esserci e di farvi parte».

A causa della pandemia di Covid-19 i festeggiamenti per i 50 anni di attività dei tre cantori, inizialmente previsti nella ricorrenza di Santa Cecilia, patrona dei musicisti, sono stati rinviati.

A Camporosso la passione per il canto liturgico sloveno, intanto, prosegue anche tra i giovani, che di recente hanno dato vita a un progetto musicale, raccogliendo 25 brani di questa tradizione in un Cd, che sarà presentato in primavera. (Luciano Lister)

Tri pevci Cerkvenega pevskega zbora Žabnice, ki skupaj s Cerkvenim pevskim zborom Ukve, ljudskimi pevci v Ovčji vasi in zborom Tantum ergo ohranja v Kanalski dolini živo starodavno in vkoreninjeno navado cerkvenega slovenskega petja, obeležujejo letos pomembno obletnico. Pojejo namreč že petdeset let. Maria Moschitz, Carlo Schluga in Gabriele Moschitz so začeli peti že rosno mladi, leta 1970.

Gabriele, ki je v Kanalski dolini znan kot glasbenik v okviru skupine Doganîrs in je tudi podpredsednik Združenja don Mario Cernet, spominja, da so se takrat pevske vaje odvijale pri šolskih sestrah v Žabnicah. Na orgle je sestri Juditi sledila sestra Celina; Gabrielejev oče, Hanzi Moschitz, je pa bil zborovodja. V nedeljo so takrat darovali dve Maši, prvo ob 9.00 v slovenščini in drugo ob 10.30 v italijanščini. V tistih letih se je rodil tudi zbor Višarski zvon, h kateremu je pristopilo okoli petdeset pevcev iz cele Kanalske doline. Zboru, ki ga je vodil dirigent Ipavec, je predsedoval sam žabniški župnik, g. Mario Cernet, ki se je za mlade zavzel na gledališkem, športnem in pevskem področju in ki si je tudi prizadeval za poučevanje slovenščine.

Maria Moschitz je v cerkvenem zboru začela peti že kot štirinajstletna deklica. V njem so peli že njeni predniki. Že kot punčka je med nedeljsko Mašo precej pazila na melodije in besede, ki jih nato je večkrat ponovila v družinskem krogu. Za Marijo, ki ima v lepem spominu praznične Maše in sodelovanja z ukovškim Cerkvenim pevskim zborom in s pevci iz Zahomca in Adegliacca, je cerkveno petje lep trenutek, ko petje postaja skupna molitev in hvala Bogu. Še posebej navezana je na prvo pesem, ki jo je zapela s Cerkvenim pevskim zborom Žabnice, »O Srce Božje, slišim tvoj glas«.

Carlo Schluga ni pozabil, kako so takrat bili mladi in kako so se čutili važni. Nekateri starejši pevci so jim na začetku zavidali, da so znali slediti notam. Pri starejših generacijah so se namreč pesmi naučili na pamet. Naj bi peli alt ali bas, naj bi bili tenoristi ali sopranisti, so se z zborovodjem Ipavcom tudi mladi naučili peti na pamet, da bi lahko nadomestili morebitne odsotne pevce. Tudi Carlo je v tistih letih pristopil k zboru Višarki zvon. Prav z zborom je prvič potoval zunaj Kanalske doline.

Zaradi pandemije novega koronavirusa so praznovanja ob tej pomembni obletnici, ki bi se morala odvijati na god zavetnice glasbenikov Svete Cecilje, preložili na kasnejši termin. V Žabnicah pa mladi te mesece pripravljajo še zgoščenko s petindvajsetimi cerkvenimi pesmimi iz vaške tradicije, ki jo bodo predstavili spomladi.