
Fin dal secondo dopoguerra «mia nonna ha sempre avuto le mucche. Era un’esigenza: il latte e le galline, erano qualcosa che doveva esserci in casa, per il sostentamento». Vito Vuerich è un operaio dipendente, che lavora come elettricista. Ha 48 anni e vive con sua moglie, Sandy, e i figli a Valbruna/Ovčja vas. Dalla fine dell’anno scorso ha preso il posto dei suoi genitori nella conduzione dell’azienda di allevamento di famiglia, che esiste già da diversi decenni. «Dagli anni ’70, quando è nata la ditta familiare, mio padre Giovanni e mia madre Cecilia, che è sempre un po’ stata la figura principale dell’azienda, si sono occupati di allevamento di bovini e produzione di latte».
Qualche tempo fa l’azienda della vostra famiglia ha cessato l’attività. Per quali motivi?
«La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la malattia di mio padre, poi mancato a fine gennaio, a 80 anni. Mia madre ha 79 anni. Andando ogni giorno in ospedale e dovendo seguire il mio lavoro, ci siamo trovati a prendere delle decisioni subito, adatte a un quel frangente. Chi avrebbe potuto governare le mucche? L’azienda non è chiusa adesso. È passata a me; da fine dicembre ne sono il titolare. Negli ultimi tempi sono stato aiutato dai miei famigliari, che abitano lì vicino».
Sarebbe, quindi, interessato a proseguire l’attività?
«Sono interessato a fare quello che posso, nel senso che ho il mio lavoro da elettricista e quello è di necessità primaria, perché lo stipendio a casa devi averlo. Anche mio padre una volta faceva l’elettricista, per cui uno stipendio era sempre fisso a casa. Negli ultimi tempi sopperiva spesso alle problematiche dell’azienda con la pensione. Con 10-15 mucche, come nel suo caso, non riesci a stare nelle spese; una fonte fissa di reddito è necessaria, perché servono i mezzi, che vanno anche cambiati, e molto altro. Coi ricavi mensili di una stalla, prima di comprare un trattore da decine di migliaia di euro, ce ne vuole. Nel limite del possibile proseguirò con la cura dei prati e le attività che ne seguono, nonché allevando alcuni vitelli a casa per uso familiare. Com’era per i vecchi nel secondo dopoguerra, hai la mucca e la gallina e servono per te, per uso personale e per sapere cosa mangi».
Sta dicendo che alle condizioni attuali è difficile pensare di riuscire a vivere di solo allevamento eagricoltura?
«Avere le mucche comporta seguirle 24 ore su 24. Ne trovi sempre una che cade in stalla, quindi ci vuole la presenza. Il mio lavoro mi occupa dalle 7.30 del mattino fino alle 17 o alle 18; in inverno, se nevica, anche fino alle 19. Cosa potrei mettermi a fare in stalla? Oppure devi fare un salto di qualità. Devi essere giovane, allora hai i contributi e altre agevolazioni, però devi investire molti soldi. E per fare un grande investimento da centinaia di migliaia di euro, devi, ad esempio, ipotecare la casa… Uno non può svegliarsi al mattino e dire che farà una stalla, perché i costi sono enormi, anche solo per ristrutturare. E poi non si può portare avanti un’attività da soli, bisogna essere almeno in due, con un’azienda familiare. Dal punto di vista personale devo aggiungere che, anche quando mio padre era vivo, mi occupavo soprattutto delle attività all’esterno della stalla. Essendo allergico al pelo della mucca, dovevo prendere particolari precauzioni e questo mi rendeva l’attività più pesante ».
Quali problematiche pratiche si trova ad affrontare chi lavora e vive di allevamento e agricoltura?
«Oltre a dover essere almeno in due persone in azienda, ce n’è anche di economiche. Un litro di latte, ad esempio, è pagato molto poco; poi c’è tutta la burocrazia, che negli anni è diventata veramente soffocante».
Ci spieghi meglio.
«Anche a causa dell’agonia burocratica e normativa, da qualche tempo l’azienda dei miei genitori stava tirando a campare. La cosa che l’ha sempre tenuta in piedi è stata la passione di mio padre, altrimenti sarebbe già stata chiusa almeno dieci anni fa. Mia madre Cecilia, titolare dell’azienda, a 79 anni doveva sapere usare internet, fare fatture elettroniche, i fogli rosa per i commerci delle mucche… La stessa comunicazione veterinaria è tutta impostata così. Anche in questo caso negli ultimi anni mi sono affiancato io. I pochi contributi per lo sfalcio dei prati e altre attività sono,poi, vincolati a norme da rispettare. Ad esempio,vengono a controllare cisterne, olii… Due anni fa ho dovuto sostituire due cisterne ancora efficienti, ma non omologate, i contenitori per gli olii… Non so se tutte le normative siano adatte a un’azienda piccola. Applicandole al cento per cento una ditta piccola chiude».
In Valcanale esistono malghe e consorzi vicinali. In che modo possono rappresentare un sostegno per allevatori e agricoltori?
«Dipende se si guarda alle piccole aziende o alle grandi aziende. In Valcanale ci sono quattro-cinque imprenditori che stanno espandendo bene l’attività. Tutto il resto, ad esempio un’attività con circa 10 capi di bestiame, come era quella della mia famiglia, un po’ ne è penalizzata. Gestire una malga, per un’azienda piccola, è più complesso, perché ritorniamo all’esigenza di disporre di più persone, che seguano i diversi settori. L’ideale sarebbe fare formaggio e venderlo insieme a altri prodotti in malga, unendo il tutto a un piccolo ristoro e sfruttando il turismo legato al territorio. Nelle aziende dovresti, quindi, avere anche un settore che si occupa di ristoro e commercio, curando le particolarità e collegandosi al turismo. La gente ora va alla ricerca dei prodotti e delle cose di un tempo».
Gli enti locali cercano d’intervenire su infrastrutture e iniziative che rendano appetibili dal punto di vista turistico i territori. In che modo questo può generare un circolo virtuoso con le attività tradizionali?
«Quando i Comuni e gli altri enti vedono che hai una bella idea, noto che quella viene sempre inserita nei programmi e portata avanti. Ma deve essere innovativa».
Quali interventi prioritari dovrebbero essere messi in campo dagli enti locali e dallo Stato per sostenere allevatori e agricoltori in montagna?
«Ora come ora, se finiscono i contributi, finisce l’agricoltura. Servono risorse, non stupidaggini. Bisogna alimentare i contributi, soprattutto per la montagna, altrimenti i nostri figli se ne vanno. Dovrebbero, poi, crescere in numero le microaziende: una piccola azienda che produce patate, un’altra che produce fieno, un’altra attività che porta a passeggio con gli asini o fa il massaggio col fieno… Piccole attività che dovrebbero collaborare tra di loro. Le filiere sorgerebbero da sole. Certo, dovrebbe anche cambiare la mentalità, perché forse non tutti gli attori della comunità sono pronti a fare rete. Ma possiamo insegnarlo ai nostri figli, questo, insieme a quanto tramandatoci dai nostri genitori. È importante continuare a vivere sul territorio in Valcanale. Se tuo figlio vedrà che vai a falciare, piantare patate o fagioli con passione, un giorno anche lui farà il suo mestiere con passione. Nel periodo dell’epidemia di coronavirus, abbiamo capito che agricoltura e montagna rappresentano un tema fondamentale. Senza trasporto, consumo e vendita di prodotti il commercio e le attività si fermano. In Trentino-Alto Adige/Südtirol non trovi ovunque il prosciutto crudo: mangi speck, quello c’è. Allo stesso modo, nei centri di distribuzione dovrebbe valere il principio che prima vengono commercializzati e consumati i prodotti locali, poi gli altri». (Luciano Lister)
V Ovčji vasi biva s svojo družino Vito Vuerich, star je 48 let. Po poklicu je električar; ko se vrne domov, dela tudi kot kmet. Decembra lani je prevzel skrb za kmetijo, ki sta jo do takrat upravljala njegovi oče in njegova mati. V tem pogovoru govori o zgodovini družinske kmetije in o možnem razvoju v prihodnosti. Vito bi rad nadaljeval z dejavnostjo na področju živinoreje, sicer samo za potrebe svoje družine. Sam je prepričan, da bi kmetijstvo potrebovalo dosti več javne podpore in olajšanje birokracije.









