Uti del Torre discrimina gli Sloveni_V terskem statutu ni Slovencev

Qualunque sia l’esito della faticosa gestazione delle Unioni territoriali intercomunali – Uti, che dovrebbero portare ad una radicale revisione delle amministrazioni locali, resterà nella memoria quel senso di smarrimento, di indeterminazione, di mancanza di visioni e prospettive di molti nostri amministratori e soprattutto l’assenza di un consapevole radicamento storico e culturale nelle loro comunità.
Scriveva George Orwell – lo scrittore inglese che nel romanzo 1984 ha previsto l’avvento del Grande fratello – che «chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente, controlla il passato». Nel senso che chi conosce ed ha radici nella storia può operare con consapevolezza e prospettive fondate per il progresso della società in cui vive, mentre chi è indaffarato a osservare la situazione del quotidiano scorrere delle vicende non ha una visione del futuro.
È quanto emerge dal Preambolo dello statuto dell’Uti del Torre che, con le affrettate affermazioni sulle identità linguistiche, piuttosto che progettare il futuro radicandosi nella storia, «controlla il presente» degli umori di certa politica e fa propri gli strafalcioni della pseudocultura.
Affermare che su quel territorio «si sono insediate ed hanno vissuto in pace, a partire dal VII secolo, le popolazioni di origine slava nell’area montana e friulana nell’area di pianura» è come rivolgersi a due persone diverse chiamando la prima col suo nome e cognome, l’altra con un appellativo generico (con risvolti spesso spregiativi), come non avesse un’identità propria.
Perché da un lato si considera il friulano come una lingua con una storia, una produzione letteraria, una sua estensione, una legislazione che la protegge, dall’altro una lingua (o una popolazione) senza storia, senza dignità, inesistente, perché oggi una lingua slava non viene usata in nessuna parte del mondo, in quanto da Ponte San Quirino o, in questo caso, da Debellis a Vladivostok si parlano lo sloveno, il croato, il ceco, lo slovacco, il russo…
E sì che sull’argomento si sono espressi con chiarezza gli slavisti italiani e le leggi di tutela (nazionali 428/1999, 38/2001 e regionale 26/2007) che non parlano mai di popolazione o lingua slava, ma solo ed esclusivamente di sloveni e lingua slovena. Alle leggi, se non vogliono ascoltare gli slavisti, gli amministratori dovrebbero adeguarsi per senso di responsabilità, di rispetto del proprio ruolo e della richiesta dei loro comuni di far parte del territorio in cui viene attuata la legge 38/2001. E dire che per l’approvazione di questa legge, che comprendesse a pieno titolo gli sloveni della provincia di Udine, si sono battute per decenni le forze politiche i cui eredi siedono sugli scranni più alti dei comuni delle Valli del Torre, mentre con questo Preambolo sembrano calcare le orme delle organizzazioni segrete antislovene del dopoguerra e della parte più retriva della Dc di quegli anni.
Si obietterà che il termine slavo è contenuto in documenti storici che riguardano quei territori, ma allora, per coerenza, si dovrebbe usare per il friulano termini storici come dialetto del Friuli, linguaggio di origine latina, dialetto italiano o veneto. Che ne direbbero i cultori e i sostenitori della lingua friulana?
Nel Preambolo, poi, ci si arrabatta a cercare una qualche omogeneità storica e culturale tra i territori sloveni e friulani, tra la montagna, la pedemontana e la pianura. Dal punto di vista dell’amministrazione pubblica, fino alla costituzione dei comuni in epoca napoleonica, per la parte slovena non ci fu, come per le Valli del Natisone, una unità territoriale, in quanto le varie ‘ville’ erano soggette a signori dei centri pedemontani o udinesi, alla gastaldia o capitanato di Tricesimo, o ad altre entità giurisdizionali. Va detto, però, che anche in queste situazioni era vivo ed attivo l’istituto delle vicinie paesane che amministravano i beni comuni, risolvevano le liti tra i ‘vicini’, provvedevano alle necessità della chiesa, alla nomina e al sostentamento dei sacerdoti che sapessero parlare la loro lingua. «Ciò che dava alla vicinia un carattere speciale di autogoverno – scrive lo storico friulano Tarcisio Venuti – era la molteplicità delle sue attribuzioni. Più che un’assemblea amministrativa, era una sintesi di tutti i poteri».
Ma per la storia, l’dentità e la delimitazione territoriale della parte slovena delle Valli del Torre sono fondamentali i vicariati ‘slavi’ che riunivano le comunità delle ‘Schiavonie’ sopra Tarcento, Nimis e Faedis. Se il governo civile di questo territorio era frammentato in diverse giurisdizioni, la suddivisione ecclesiastica teneva conto esclusivamente dell’omogeneità linguistica slovena di quelle comunità. Ai parroci dei tre centri friulani veniva imposto di tenere vicari sloveni che provvedessero alle necessità spirituali di quelle popolazioni e forti furono i richiami delle autorità ecclesiastiche e decise le proteste dei decani delle vicinie quando questo diritto veniva disatteso. Il 9 novembre 1498, ad esempio, «pre Pellegrino veniva citato perché non teneva unum socium qui sciret idioma sclavicum [un confratello che sappia la lingua slava]. E non avendo il soggetto ad hoc, la Curia il 6 aprile 1500 ordinava al pievano di Tarcento di provvedere un sacerdote che sapesse lo slavo, per le ville della montagna. E il vicario patriarcale pure intervenne il 1 ottobre 1510, con la convenzione stipulata tra il pievano e la comunità di Tarcento: pro habitatione dicti Cappellani sclaboni construere [per costruire un’abitazione per il cappellano sloveno], in Tarcento» (T. Venuti. Si veda anche il suo contributo su Faedis a pag. 3 di questo numero).
E allora, invece di arrampicarsi sugli specchi per cercare una qualche omogneità tra montagna slovena e la pedemontana/pianura friulana bastava richiamare le vicende delle pievi friulane e dei vicariati sloveni di quei territori che vanno molto indietro nel tempo ed erano entità pacificamente accettate e rispettate dalle popolazioni e dalle autorità civili ed ecclesiastiche.
Il terzo appunto al Preambolo riguarda la grave omissione su un dato di carattere socioeconomico, che ormai è entrato nella storia di quello e di tutti i territori montani della Slavia friulana: la tragica diminuzione della popolazione che sta mettendo in serio pericolo la sopravvivenza fisica di quelle comunità. Non una parola, non una denuncia, non una proposta, non una prospettiva per il futuro. Chi amministreranno i responsabili della futura Uti del Torre? Gli orsi che diventeranno padroni assoluti dei boschi? (J. B.)

Ne glede kakšen bo izid težavnega rojstva medobčinskih unij, ki bodo privedle do korenitih reform krajevnih uprav, bo ostal v spominu tisti občutek zmedenosti, nedoločenosti, pomanjkanja vizij in perspektiv mnogih naših upraviteljev in zlasti pomanjkanje ukoreninjene zgodovinske in kulturne zavesti v njihovih skupnostih. George Orwell – angleški pisatelj, ki je v romanu z naslovom 1984 napovedal prihod »Velikega brata«, je napisal, da “kdor obvladuje preteklost, nadzoruje prihodnost. Kdor nadzoruje sedanjost, nadzoruje preteklost.” V smislu, da kdor pozna stvarnost in njene zgodovinske korenine, deluje z zavestjo in utemeljeno v dobrobit in napredek družbe, v kateri živi, ​​medtem kdor se ustavi pri opazovanju vsakodnevnega stanja poteka dogodkov, nima vizije za prihodnost. In prav to izhaja iz Uvoda statuta Terske medobčinske unije, ki je z prenagljenimi izjavami o jezikovni identiteti in tolmačenjem zgodovine, namesto da bi pri načrtovanju prihodnosti izhajala iz svojih korenin, »nadzoruje sedanjost« s strani trenutnega razpoloženja določene politike in sprejema nase napake namišljene kulture. Trditev, da so se na tem območju, “naselili in živeli v miru vse od sedmega stoletja dalje ljudstva slovanskega izvora v gorskem območju in furlanskega izvora v nižini,” pomeni, kot da bi dve različni osebi imenovali eno s svojim pravim imenom in priimkom, drugo pa le z nekakšno splošno oznako (ki ima lahko celo prezirljiv prizvok), kot da bil brez svoje lastne identitete. Ker je na eni strani smatran furlanski jezik kot jezik s svojo zgodovino, s svojim književnim ustvarjanjem, s svojo razširjenostjo in z zakonodajo, ki ga ščiti, na drugi strani pa gre za jezik (ali narod) brez zgodovine, brez dostojanstva, ki ne obstaja, ker danes slovanski jezik ne obstaja in ga ne uporabljano nikjer po svetu. Od Mostu sv. Kvirina, ali v tem primeru, od Debeliša do Vladivostoka govorijo v slovenskem, hrvaškem, češkem, slovaškem, ruskem jeziku …O tem so se jasno izrekli tudi italijanski slavisti in zaščitni zakoni (državni zakoni 428/1999, 38/2001 in deželni zakon 26/2007), ki ne govorijo o slovanskem prebivalstvu ali jeziku, temveč izključno o Slovencih in slovenskem jeziku. Upravitelji, če že ne poslušajo slavistov, bi se morali vsaj prilagoditi temu, kar pravi zakon, in to iz čuta odgovornosti do poslanstva, ki so ga prevzeli, in zahtev njihovih občin, da postanejo del teritorija, na katerem se izvaja zakon 38/2001. Če pomislimo, da so se za odobritev tega zakona, ki bi popolnopravno vključeval Slovence videnske pokrajine, desetletja borile politične sile, katerih potomci sedaj sedijo na najvišjih stolčkih občin Terske doline, medtem ko zgleda, da s tem Uvodom ponovno stopamo po stopinjah tajnih protislovenskih organizacij povojnih let in najbolj reakcionarne struje KD tistih let. Lahko bi ugovarjali, da je beseda slovanski prisotna v zgodovinskih dokumentih, ki se nanašajo na ta področja, potem pa bi iz doslednosti morali za furlanski jezik uporabiti zgodovinske izraze kot narečje Furlanije, jezik latinskega izvora, italijansko ali beneško narečje. Kaj bi na to rekli privrženci in zagovorniki furlanskega jezika? V Uvodu, se moramo zelo potruditi, da dobimo kakšno zgodovinsko ali kulturno enovitost med slovenskimi in furlanskimi ozemlji, med gorskim svetom ter podgorjem in nižinskim svetom. Z vidika javne uprave ni bilo vse do ustanovitve občin v Napoleonovem času na slovenski strani, kakor tudi v Nadiških dolinah, ozemeljske enotnosti, v kolikor so bile različne »ville« – (naselja- vasi) pod okriljem gospodov iz podgorskih krajev ali Vidna, od gastaldije (kraljevih upraviteljev) ali kapitanerije (poglavarstva) iz Tricesima ali drugačnih jurisdikcijskih enot. Treba pa je povedati, da je bila tudi v teh situacijah živahna in dejavna uprava enota, ki je povezovala soseske, upravljala skupno last, reševala spore med “sosedi”, skrbela za potrebe cerkve in imenovanja ter podporo duhovnikov, ki so poznali njihov jezik. “Kar je dalo »soseski« poseben pečat samouprave – piše furlanski zgodovinar Tarcisio Venuti – je mnogoterost njenih pristojnosti. Bolj kot upravna skupščina je predstavljala sintezo vseh oblasti.” Za zgodovino in identiteto ter ozemeljsko opredelitev slovenskega dela Terske doline pa so temeljnega pomena “slovanski” vikariati, ki so združevali slovenske naselbine “Schiavonie” nad Čento, Fojdo in Nemami. Če je bila civilna oblast tega ozemlja razdrobljena v različnih jurisdikcijah, je cerkvena razdelitev upoštevala predvsem homogenost slovenske jezikovne skupnosti. Dušni pastirji treh furlanskih središč, ki so oskrbovali tudi slovenske vikariate, so morali skrbeti za duhovne potrebe tudi teh prebivalcev in pritiski cerkvenih organov kot tudi drugih dekanatov soseske so bili zelo močni, če njihove pravice niso bile upoštevane. Dne 9. novembra 1498, na primer, je omenjen »duhovnik Pellegrino, ker ni poskrbel, da bi imel unum socium qui sciret idioma sclavicum [sobrata, ki bi poznal slovanski jezik]. In ker ni imel primerne osebe je dne 6. aprila 1500 škofija dala ukaz župniku v Čenti, naj priskrbi enega duhovnika, ki pozna slovanski jezik za naselja v gorskem območju. In patriarhalni vikar je tudi posegel 1. oktobra 1510 s sporazumom, ki sta ga podpisala župnik in skupnost v Čenti: »pro habitatione dicti Cappellani sclaboni construere [za gradnjo hiše za slovenskega kaplana] v Čenti.« Torej, namesto vseh teh akrobacij, da bi bi našli nekakšno homogenost med slovenskim gorskim svetom in furlansko nižino, je dovolj, da prikličemo v spomin dogodke po furlanskih župnijah in slovenskih vikariatih na tem ozemlju, ki gredo daleč nazaj v čas in so izraz stvarnosti, ki je bila na miren način sprejeta in so jo spoštovali tako prebivalci kot civilne in cerkvene oblasti. Tretja točka Uvoda zadeva hudo opustitev družbeno-ekonomskega podatka, ki je že vstopil v zgodovino celotnega gorska območja Beneške Slovenije: tragičen upad prebivalstva, ki resno ogroža fizično preživetje te skupnosti. Niti besede: nobene obtožbe, nobenega predloga, nobene perspektive za prihodnost. Koga bodo upravljali odgovorni v bodoči terski uniji? Mogoče medvede, ki bodo postali popolni gospodarji v gozdu? (prevod Novi glas)

 

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