Sarebbe l’ora di pretendere il giusto _ Čas je, da zahtevamo poravnavo krivic

Più di un quarto di secolo fa è uscita la pubblicazione di una ricerca da parte dell’Istituto sloveno di ricerca – Slovenski raziskovalni inštitut (Slori) – dal titolo «I diplomati della Slavia». È il frutto di un mio lavoro che ha interessato la parte della popolazione delle Valli del Natisone, per così dire, più colta, quella diplomata o laureata, raccolta dalla consultazione dei registri delle scuole superiori frequentate da studenti che risultavano residenti nei sette comuni delle Valli del Natisone al momento del diploma. Studenti o ex studenti compresi nella fascia d’età tra i 19 ed i 41 anni.
Nei sette comuni la popolazione residente nell’anno 1997 ammontava a 6.661 abitanti e, nelle dette fasce d’età (19-41), i maschi erano 1.015 e le femmine 974. Tra questi risultavanodiplomati 228 maschi (il 22,5%) e 399 femmine(il 41%) per un totale di 627 (31,5%). La maggioranza di questi, ben 407, ha collaborato alla ricerca rispondendo ad un questionario particolarmente complesso ed articolato (stato civile, problematiche del lavoro, aspettative professionali, legame col territorio, problematica etnolinguistica ed in particolare quella identitaria, la lingua famigliare abituale, ecc.).
Peccato non poter disporre oggi di analoghi dati credibili per valutare la situazione complessiva a distanza di oltre 25 anni. Cosa è cambiato? Per certi versi in meglio e per altri in peggio, ma sarebbe utile poter fare una diagnosi complessiva per predisporre progetti di miglioramento basati sulla realtà e non su suggestioni, dati settoriali e micro programmi.
Comunque, in riferimento ai dati appena citati,appare eclatante quel 41% delle donne diplomaterispetto ai maschi, il che confermerebbe la concreta volontà e l’impegno delle giovani donne beneciane per autoaffermarsi, emanciparsi partendo proprio dall’istruzione. Per inciso direi che in Benecìa, se di patriarcato si volesse parlare, esso mostrerebbe connotati più positivi che negativi in quanto le donne da sempre han saputo il fatto loro e si sono dimostrate intraprendenti, autonome e raramente succubi.
La Benecia, al di là delle pratiche discriminatorie e denigranti contro la comunità slovena, nonostante le enormi difficoltà economiche, sociali e politiche, non era di certo quell’accozzaglia di ignoranti e incivili come la si voleva far apparire. Ed ancor meno lo è oggi. Immagino, a questo proposito, se dai tempi dell’annessione (1866), e specie a cavallo del millennio, quando finalmente fu approvata della legge di tutela degli sloveni in Italia (n.38/2001) lo Stato avesse dato anche una piccola spinta, se avesse pensato ad un programma di sviluppo concreto per la Slavia, in relazione alla nostra specialità etnolinguistica e culturale non ci troveremmo adesso nella condizione demografica ed economica da cui cerchiamo di uscire. Credo che oggi avremmo ben più orgoglio della nostra identità e magari un senso di appartenenza unificatrice.
Per fortuna sta apparendo oggi una nuova speranza, una nuova consapevolezza a iniziare tra gli amministratori comunali, i quali finalmente mostrano una nuova volontà di coesione, di comunanza di intenti e volontà dirinascita unitaria. E questa è una speranza di tutti. Vederli concretamente affiancati, anche soloin una fotografia insieme tra loro e con autorità regionali e slovene, è un grosso passo avanti; passo che avrei voluto vedere già la notte del 21-22 dicembre 2007 alla caduta del «preklet konfin – il confine maledetto» con la Slovenia.
La voce del presidente della comunità di montagna del Natisone e Torre, Antonio Comugnaro, nella riunione degli amministratori comunali con la presidente slovena Nataša Pirc Musar e l’assessore regionale Pierpaolo Roberti, è stata alquanto esplicita nel descrivere le potenzialità del territorio, ma anche le forti criticità che l’hanno condotte alle drammatiche condizioni attuali. «Per invertire la rotta, – sono le sue parole – ci vuole allora una terapia più forte e mirata alla nostra situazione e alle nostre necessità (…). Molti sostengono che la defiscalizzazione non sia una via praticabile, in quanto si tratterebbe di un privilegio. Io sostengo, invece, che sarebbe un ristabilire una condizione di giustizia ». Giustizia, quindi. Io aggiungerei che la giustizia richiederebbe anche un risarcimento per i peccati di omissionesecolari. Un’azione compatta, motivata, ma soprattutto convinta, con una voce corale potrebbe assumere finalmente anche un qualchepeso politico nonostante la condizione demografica sfavorevole che ci vede minoritari i tutti i settori della dinamica politica ed economica. D’altronde non si tratta solo del problema demografico, ma anche di una porzione considerevole di territorio regionale in degrado.
Non è una pretesa provocatoria quella di rinfacciare alla politica regionale e statale il disinteresse e l’avversità cronica alla compagine minoritaria slovena sulla fascia confinaria. Sta venendo a galla l’insensatezza delle diatribe fascistoidi sull’identità degli abitanti della Benecìa. È ora di spogliarci della sindrome di Stoccolma, quella di solidarizzare con chi sottovaluta i diritti che sono affermati innanzitutto nel testo della Costituzione repubblicana. La sopraffazione e l’umiliazione danno i cattivi frutti dell’assimilazione e della discriminazione, pertanto sarebbe l’ora del recupero della dignità conculcata. Se l’identità primaria è legata alla storia della famiglia e della comunità di appartenenza, perdendo queste si perde l’orientamento, la possibilità di essere unici nel mondo, dotati di una precisa individualità: sai chi sei, se sai da dove vieni, dove vai, con un’identità definita ed un progetto di vita. Non ti camuffi, non ti nascondi, non scappi. Ti difendi e… pretendi. Sarebbe ora di farlo.
Riccardo Ruttar

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