12 ottobre 2018 / 12. oktober 2018

Samo če je gubanca, je naša
Quella vera si chiama gubanca

sdr

Nie trieba se tarkaj glave lomiti in misliti na buog vie kajšne strategije. Za obvarvati te narbuj poznano in tipično domačo sladico je zadost ga klicati s svojim te pravim imenam, tuo je gubanca. Predlog adnega laškega industrijalca, de bi jo prekarstili Grappa pie, je smiešan. »Vsak naj kliče takuo, ki če, kar on peče, pa ga na smie klicati gubanca. Zak’ gubanca je gubanca!« nam je poviedala Silvana Chiabai, ki v Ažli že puno liet z znamko Giuditta Teresa peče gubanco po riceti, ki jo je nucala nje mama. V Čedadu, po Lašim in tudi drugod po Italiji pečejo gubano vsak na svojo vižo, saj se nieso nikoli doguorili, kakuo jo je trieba napraviti. »Denejo not, kar imajo in kar jim pride v pamet.V našim gubančanjam so orieh’, liešinki, graz- duje, pinjuoli, mandule, nomalo piškotu amaretu, žganje in drugi likerji. Tela je bla riceta. An tuole nie bluo zmlieto, de rata ku ‘na marmelada, ampa je bluo zmastjeno, takuo de so bli kosčič’ notar.« Zatuo so v pekariji Giuditta Teresa že nomalo liet odtuod odločili, de bojo svojo sladico klicali gubanca in ne gubana, »de te, k’ jo kupe, vie, de je nareta, kjer je bla začeta runat, ne drugje.« Vpisal’ so znamko Gubanza, kier bi jo s pravo slovensko pisavo gubanca, po Italiji in drugod po zahodnim svietu klical’ gubanka. »Te drugi, ki pečejo te pravo gubanco, so nam jal’, de smo se obarnil’ h Slovenjam, de niesmo vič Italijani in podobne reči. Vseglih smo šli po naši pot’ an smo znamko vpisal’. Na gre za politiko al’ druge čudne reči. Gubanca je te parvo ime tele sladice in takuo ga je trieba pustit. Mi se huduo zdi, de te druz’, ki pečejo gubanco, nieso tiel’ stat z nam. Če smo bli vsi kupe, bi vsi imel’ markjo,« prave Silvana Chiabai Morebit je sada dobra parložnost obarniti reči na pravo pot.

Spenti i riflettori mediatici sulla polemica generata dalla sparata di un imprenditore friulano sulla necessità di commercializzare la gubana con il nome di Grappa pie, per darle maggiore appetibilità sul mercato statunitense, resta la necessità di una rinnovata azione per la tutela del dolce tipico delle Valli del Natisone e un’efficace promozione. «Il problema grosso è determinato dal fatto che non è mai stato conservato il nome gubana solo per quella prodotta nelle Valli del Natisone. E questa è una cosa vergognosa. Io, mia moglie e altre persone abbiamo lavorato parecchio, quasi dieci anni, per arrivare a una denominazione d’origine protetta o una zona d’origine, ma il nostro impegno non è andato a buon fine, perché è venuta a mancare una firma», tuona Giovanni Cattaneo, titolare assieme alla moglie Silvana Chiabai, della Giuditta Teresa ad Azzida. Anni fa, infatti, era stato redatto un disciplinare, con la ricetta e tutti gli altri elementi necessari, però il progetto è saltato perché un produttore, Vogrig per la precisione, non ha voluto aderire. «Non siamo potuti andare avanti, perché i politici pretendevano l’adesione di tutti. All’ultima riunione fatta, con presidente della Camera di commercio Enrico Bertossi, presidente dell’Ersa Bruno Pinat e Giuseppe Marinig presidente della Comunità montana è stato ribadito che ci voleva l’unanimità. Allora mi sono alzato e me ne sono andato – ricorda Cattaneo –. Poi Vogrig, Martinig e Margutti hanno perseguito un loro progetto, la regione ha dato un contributo finanziario, ma non si è arrivati a una conclusione, perché si sono opposti i piccoli produttori. Io ero fuori, ma Dorbolò, la Nonna e Cedermas, giustamente, hanno rifiutato l’imposizione della ricetta di Vogrig, che è industriale». La storia della gubana, della gubanca per chiamarla col suo vero nome, è, dunque, una storia di conflitti, ripicche e sgambetti tra produttori. Invece di una grande forza di penetrazione nel mercato, ha generato tante debolezze, mettendo il dolce delle Valli del Natisone alla mercé di chicchessia. I coniugi Cattaneo e Chiabai sono, allora, corsi ai ripari per conto loro, depositando il marchio Gubanza. «Tredici anni fa abbiamo deciso, visto che la gubana ormai la fanno già tutti, di tutelare il nome originale e l’abbiamo messo a disposizione di tutti i dieci produttori valligiani, Vogrig compreso. Sarebbe diventato un marchio, dato che nessun’altro lo può usare. Per tutta risposta, me bergamasco d’origine, mi hanno lanciato l’epiteto di filoslavo». L’uovo di Colombo, quindi, per distinguere la «gubanca» – il marchio depositato è la grafia latinizzata del nome sloveno, perché altrimenti in Italia l’avrebbero quasi tutti pronunciato gubanka – dalla gubana prodotta a Cividale e altre parti del Friuli e oltre con ingredienti e lavorazione diversa. Una denominazione d’origine protetta di fatto. Dopo la polemica della Grappa pie il discorso tra i produttori delle Valli può essere ripreso? «Io sono disponibile, anche se non ho più voglia di agire in prima persona – risponde Cattaneo –. Ormai sono entrate le nuove generazioni di produttori, ognuno con le proprie idee e strategie. A loro dico solo che si rischia di perdere tutto. Quando in Veneto mi trovo davanti la gubana di Bassano, mi arrabbio, ma stando così le cose, non posso fare altro che inghiottire il rospo. Certo, aldilà della trovata pubblicitaria di Dall’Ava, va ripreso il discorso tra produttori. Ma ci vuole serietà, altrimenti è tempo perso. Si pensi che un tempo esistevano ben tre consorzi: quello di Vogrig, quello della Camera di commercio e il primo. Li abbiamo uniti, ma non siamo riusciti ad avere la ricetta comune». Cattaneo auspica che si inneschi un’azione politica in difesa della gubana/gubanza. Potrebbe essere un tema da affrontare anche nell’abito del cluster transfrontaliero. Al quale Cividale non ha aderito.