Questo non è un pezzo di terra qualsiasi_Ta ni navaden košček sveta

«Les je beneški zaklad – Il legno è il tesoro beneciano», è il titolo che campeggia in prima pagina dell’ultimo Dom. «In Benecia stiamo assistendo al fiorire di imprese boschive su iniziativa di giovani locali» il sopratitolo. Pare infatti che tra gli effetti, anche positivi, della pandemia Covid sia divenuta quanto mai pressante la problematica energetica e insieme cresca una maggiore consapevolezza ecologica in relazione alla produzione ed all’uso di energie da fonti rinnovabili.

Le Valli del Natisone e la fascia confinaria, a causa di una perversa secolare politica anti slovena, hanno progressivamente abbandonato alla spontanea voracità della natura i campi, i prati, il territorio che aveva dato nutrimento, vitalità, cultura, lingua, umanità a centinaia di generazioni lungo 15 secoli dai primi insediamenti.

Ben altra immagine del territorio, di monti e valli, di paesi, di strade, mulattiere e sentieri, di campi coltivati, di prati trattati come giardini, di profumi e di vita scorre nelle memorie di anziani come me. Ricordo che per approvvigionare combustibile al fornello di casa da ragazzi andavamo alla ricerca di vecchi ceppi di alberi da spezzare e sradicare a suon di mannaie. Non c’erano frasche e rami abbandonati nei boschi, residui di tronchi tagliati e preparati per la vendita. Dove c’era la possibilità di far crescere erba, erba cresceva, e sempre trovava particolare cura il castagno il cui frutto, in autunno, scambiato nei paesi del piano,diventava pannocchia e nei mulini farina.

Oggi un manto verde ricopre i versanti ed il bosco entra prepotentemente anche negli orti, nascondendo terrazzamenti ancestrali ricavati da generazioni di mani laboriose e infaticabili.

Mi sia permesso ricordare quegli anni in cui sempre più difficile diventava per la nostra gente mettersi alla pari delle popolazioni più fortunate, non soggette ad un programmato sfruttamento di tipo coloniale. D’altronde già all’entrata delle popolazioni «alloglotte = slave» nel Regno d’Italia ne fu segnato il destino: «Questi slavi bisogna eliminarli», fu scritto come impegno politico. Dapprima come italianizzazione forzata e poi… Ci stanno riuscendo ora.

Facendo un salto indietro nel tempo, tanto per tentare di dare un senso alla storia, leggiamo che nel 1895, dopo circa 30 anni di sudditanza italiana, nel Distretto di S. Pietro-Špietar erano censiti 71.281 appezzamenti su una popolazione di 18.177 abitanti. Era censita una superficie produttiva (tassata allo stesso modo di quello in pianura) di 16.155 ettari su un totale effettivo di 17.043 ettari. Non produttivi 888 ettari pari al 5,2%. Probabilmente tassate anche strade e torrenti… Allora sì pizzo di Stato.

Tuttavia possiamo immaginare oggi, per lo stesso territorio, quanto ci riferisce Francesco Musoni per l’anno 1907? Ecco qualche numero sulla produzione agricola di quell’anno, in quintali: frumento 3.963, mais 22.271, patate 23.726, mele 30.000, castagne 20.000, pere 2.900, rape 3.892. Inoltre: 14.834 hl di vino e 27.275 kg di bozzoli, con nelle stalle 6.480 bovini.

Poi venne la guerra e lo sfondamento di Caporetto. Che strascico di miseria lasciò dietro di sé la guerra? Io non so niente di aiuti riparatori, ma ricordando il ventennio fascista, quando tanto «amati» fummo noi sloveni, possiamo tirare le somme da soli. Eppure dopo la guerra la popolazione contava ancora 17.640 residenti ed è solo da immaginare in quali condizioni economiche e sociali. Da allora ogni sforzo fu fatto dalla gente per strappare alla terra ogni possibile risorsa. Venne la seconda guerra come altra catastrofe, e poi la democrazia, una Costituzione repubblicana «che meglio non si può», la proclamazione dei diritti universali e quant’altro, ma la Benecia rimase al palo. La falla demografica di inizio secolo divenne presto dopo la seconda guerra, in piena democrazia, come la rottura di una diga a portar via le migliori risorse umane locali ed oggi i residenti sui 170 kmq di superficie non arrivano a 5.000 e poche sono le speranze di una possibile ripresa quando il numero dei nati è irrisorio rispetto a quello dei defunti. Vogliamo parlare, dunque, di rinascita, di un nuovo sviluppo economico in virtù della ricchezza che la natura ci restituisce avendo coperto di verde monti e valli abbandonati da chi le aveva coperte di sudore e tenacia? Ben vengano dunque nuove imprese, iniziative di giovani volenterosi.

Ma sotto quel manto verde è scomparso un mondo fantastico, umano, culturale, religioso, linguistico, un mondo di arti e mestieri, di tradizioni uniche, di feste, balli, di arti culinarie, di valori sociali e comunitari che davano senso alla vita.

Certo, non ha alcun senso piangere sul latte versato, rinfocolare fuochi nostalgici ed abbandonarsi al rimpianto, ma se tutto questo potesse ridestare un qualche senso di identità ed orgoglio della propria storia in virtù delle terribili prove passate nel corso dei secoli e degli ultimi decenni, non sarebbero parole sprecate.

E poi uno spicciolo di senso di giustizia e di diritto potrebbe, dovrebbe dare maggior vigore a chi oggi vuole cimentarsi in nuove avventure per la rinascita e lo sviluppo di questo lembo di terra, che non è un pezzo di terra qualsiasi per chi c’è nato, per chi ci vive e per chi, anche lontano, vi ha lasciato un pezzo di cuore e l’anima.

Riccardo Ruttar

V tem komentarju Riccardo Ruttar razmišlja o odprtju gozdarskih podjetij v Benečiji. V zadnjih letih se je za to zanimalo več mladih. Po pandemiji novega koronavirusa naj bi se javnost zavedala pomembnosti energentov iz obnovljivih virov.

Ta trend zaznamuje tudi Benečijo. Upati je, da bo prispeval k trajnostnemu preporodu ozemlja z njegovo kulturo.

Deli članek / Condividi l’articolo

Facebook
WhatsApp