Quando la Schiavonia divenne Benecia e si alzò il confine tra Natisone ed Isonzo

 
 
l Ilaria Banchig
Dopo la pausa natalizia, il 21 gennaio sono riprese le lezioni dei Beneški kulturni dnevi sulla storia delle Valli del Natisone, viste nel contesto della storia più ampia del Friuli e delle confinanti aree slovene. Tema della serata è stata l'epoca veneziana che, come ha ricordato Giorgio Banchig, coordinatore dell’iniziativa dell’Istituto per la cultura slovena, ha segnato profondamente la storia della Slavia friulana. Gli abitanti delle valli del Natisone vengono chiamati dai vicini sloveni proprio “Benečani“, ovvero veneziani, per la ‘sudditanza’ di quasi quattro secoli (1420 — 1797) alla Serenissima, in particolare dopo che, all’inizio del XVI secolo, la Valle dell’Isonzo entrò nell’area degli Asburgo.
Nel suo intervento il ricercatore Massimo Zoppi ha analizzato l'epoca veneziana nelle Valli del Natisone soprattutto sotto il profilo militare. Sebbene sia un fenomeno che avviene molto raramente, in seguito alle alluvioni del VI secolo, il corso del Natisone, che probabilmente prima arrivava fino ad Aquileia e aveva una portata ben maggiore mutò, cambiando di conseguenza la destinazione dei traffici. L'importanza di Forum Iulii (Cividale) testimonia che nel primo Medioevo la strada di Pulfero, che collegava Villacco all'Adriatico, passando per il Predil, Caporetto e Cividale, fu la principale via commerciale transalpina, attraverso la quale, già in epoca romana, passava il commercio soprattutto del ferro.
Essa era, quindi, un'alternativa alla Pontebbana, anche se meno praticata dall’Età Moderna in poi e praticamente abbandonata dal traffico commerciale nei secoli successivi. La diminuzione del flusso commerciale causò la decadenza di Cividale anche dal punto di vista politico. Sappiamo, infatti, che nel 1554 il Senato di Venezia chiuse senza troppe difficoltà la strada di Pulfero e spostò l'intero traffico sulla Pontebbana per poter meglio controllare le eventuali attività di contrabbando. Fu costruita, inoltre, una via lungo l'Isonzo che aumentò l'importanza strategica di Gorizia che raddoppiò la popolazione e rese Tergeste (Trieste), fino ad allora un piccolo centro di pescatori, un porto importante e un punto di snodo fondamentale per i commerci. La via commerciale di Pulfero fu parzialmente riaperta nel secolo seguente, ma aveva perso ormai importanza. Fu il diverso assetto dei nuovi eserciti, che usavano cavalli, cannoni e carri, a svalutare l’importanza strategica delle Valli, dal momento che in esse i varchi erano stretti ed impervi.
Nelle epoche precedenti, ovvero dall'età del Ferro alla seconda metà del XIV secolo, le fortificazioni, presenti nelle valli, furono occupate con continuità. Dopo un secolo di abbandono esse furono nuovamente ripristinate dal 1472, anno della prima incursione turca. La zona, però, era considerata di secondaria importanza, tanto che la Serenissima non investì somme ingenti di denaro per la sua difesa che prevedeva solamente piccole opere semicampali in tronchi e terra, le cui tracce si possono notare a Livek.
Nell'età moderna, ci furono diversi episodi bellici di rilievo. Sebbene le incursioni turche del 1472, 1477 e 1499 devastarono tutto il Friuli, le Valli del Natisone furono quasi totalmente risparmiate. Solo nel 1478 gli Ottomani tentarono un’invasione vera e propria per costringere i Veneziani ad abbandonare la difesa dell’Albania. I Turchi giunsero al fortino di Robič, difeso esclusivamente dagli uomini dagli ‘Schiavoni’ che riuscirono a resistere e ottennero dalla Repubblica di Venezia, la prima di una lunga serie di privilegi e di esenzioni fiscali.
La Guerra Gradiscana (1615 – 17) non si svolse sul territorio delle Valli del Natisone, ma molti dei suoi uomini furono chiamati alle armi. Per questo motivo la Schiavonia fu premiata con un’investitura feudale (1626) con un ampio riconoscimento delle giurisdizioni delle banche e degli arenghi.
Le Valli del Natisone, per secoli perno e collegamento tra distretti soggetti alla medesima sovranità (prima patriarcale poi veneta), solo nel 1521 (trattato di Worms che chiuse la lunga guerra da parte di alcuni stati europei contro Venezia) si ritrovarono a ridosso d’un confine internazionale che ne avrebbe profondamente condizionato la storia. La linea allora fissata (che corrisponde sostanzialmente a quella odierna) non rispondeva a logiche etniche, orografiche o strategiche, ma ad antiche linee che si limitavano a tracciare il confine tra possedimenti o tra villaggi.
Il problema del confine fu risolto una volta per tutte negli anni 1752-56 con una serie di trattati tra Maria Teresa e la Serenissima: non vi fu alcuna modifica territoriale, ma l’intera linea di demarcazione fu definita da commissioni miste Austro-Venete, alla luce delle nuove tecniche dell’agrimensura e della cartografia.
Bisogna sottolineare, infine, che la potenza della Serenissima era dovuta principalmente alla sua flotta. La valle del Natisone con i suoi boschi fornì la materia prima per la costruzione delle navi.
Vasko Simoniti, docente di storia all'Università di Lubiana e già ministro della cultura del governo sloveno, nel suo intervento ha analizzato in modo più approfondito il conflitto tra la Serenissima e gli Asburgo tra il 1508 e il 1516. La guerra scoppiò per due motivi. Nel 1508 a Massimiliano d’Asburgo, diretto a Roma per essere incoronato imperatore, fu impedito il transito con l'esercito nei territori della Serenissima. Giunto a Trento si autonominò imperatore e attraversò l'Italia sino a raggiungere Roma. In secondo luogo si verificarono il conflitto si accese anche per il possesso di alcuni territori di confine. L'ultimo conte di Gorizia, vassallo della Repubblica di Venezia, lasciò in eredità i suoi possedimenti agli Asburgo. Alla sua morte, nel 1500, Gorizia si assoggettò a Massimiliano e lo nominò imperatore, ma Venezia si oppose e dichiarò guerra agli Asburgo. Nel 1508 Massimiliano strinse un'alleanza con lo Stato pontificio e con il ramo spagnolo degli Asburgo e attaccò la Serenissima. Nel 1509 gli Asburgo, entrano in Friuli, passando da Udine arrivano a Cividale, ma non riuscirono ad occuparla; furono occupate invece Gradisca, Aquileia e Cormons. Gli Asburgo si spinsero anche a Tolmino, Caporetto e Plezzo, che furono inglobati nei territori asburgici.
Per quest'area l'annessione all'impero Asburgico rappresenta una grande novità rappresentata dal passaggio ad una forma di feudalesimo radicalmente diverso rispetto a quello italiano cui erano abituati fino a quel momento. Essendo una zona di confine, infatti, godeva, come le Valli del Natisone, di un'ampia autonomia, che, in seguito all'annessione all'Impero asburgico fu abolita e l'area subì un grave deterioramento dovuto anche al fatto che gli Asburgo favorirono il commercio sulla strada che congiungeva Tolmino a Gorizia fino ad arrivare a Trieste. Nel 1511 il territorio di Tolmino fu dato in gestione alla famiglia dei nobili Nohauser che esercitarono molte pressioni sui contadini, aumentando notevolmente le tasse. Aumentarono anche la primščina, ovvero la tassa che il successore di una fattoria doveva pagare al proprio signore alla morte del proprietario precedente. Sebbene anche in questa zona le rivolte contadine furono numerose, ma i suoi abitanti non parteciparono alla grande rivolta del 1515, che coinvolse altre aree slovene.
Tracciare il nuovo confine tra la Repubblica di Venezia e l’Austria asburgica richiese diversi anni e diverse tappe. Esso fu definito per la prima volta e molto approssimativamente nel 1516. Nel 1521 il trattato di Worms definì solamente i territori di confine, ma la linea di confine vera e propria che venne tracciata nel 1529 da una commissione. Solo nel 1751 in piena epoca illuministica grazie alle nuove norme della cartografia venne tracciato il confine di cui nel 1755 vennero stabiliti i dettagli. Fu in questa occasione che per la prima volta, all'interno di accordi internazionali con valore giuridico, si parlò di Slavia Veneta.

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