Principesse e santità popolare nel mondo slavo

 
 
Spesso le favole che raccontiamo ai nostri bambini hanno inizio con ‘C’era una volta una principessa’. Anche la Chiesa slava potrebbe molte volte iniziare allo stesso modo, solo che non si tratta in questo caso di favole ma di racconti morali, di vite edificanti, dove il sottile confine tra fede e condotta morale diventa ancora più sottile ed impalpabile e dove la preghiera diventa sempre più il nutrimento dell’anima. Molti sono infatti gli esempi di principesse virtuose che la Chiesa slava d’Oriente annovera nelle schiere dei suoi Santi e ciò, almeno per noi di cultura occidentale abituati ai gossip che circondano i miseri resti delle case reali, costituisce motivo quantomeno di stupore.
Scorrendo il calendario liturgico sono infatti più di trenta le menzioni di principesse che dal X al XVII secolo hanno voluto scegliere il modo con cui le genti future avrebbero parlato di loro. Come ogni esempio di santità femminile, anche quella di cui stiamo parlando è riservata ed improntata ad opere pie e alla preghiera, qualità dunque che hanno contribuito ad assicurare il rispetto e la devozione popolare prima ancora del ricordo della Chiesa. Così Olga eguale agli Apostoli, Fevronja di Murom o Anna di Kashin ebbero l’onore di entrare nella memoria della Chiesa canonizzate all’interno di decisioni conciliari; per altre furono i Sinodi a sancirne la santità; altre ancora seppero catalizzare intorno a sé, per le loro doti morali e spirituali, una venerazione popolare che le seguì in vita e si fortificò con la loro morte. Per quanto ognuna di loro avesse la propria identità storica e personale, una caratteristica le ha accomunate nel corso dei secoli: la loro intensa spiritualità e le doti morali.
Non dunque il loro rango, bensì qualcosa di altro, fu reputato più importante delle corone. Queste furono le motivazioni per cui la Chiesa slava le additò al mondo intero come esempio ideale di femminilità cristiana, quella che «illumina la casa, come una candela che brucia». Questi esempi che potremmo definire etico-religiosi della donna-moglie virtuosa fiorirono numerosi finchè, all’inizio del XVIII secolo, si fece strada un diverso tipo di morale e le sante principesse rimasero retaggio di epoche passate.
Il modo con cui ognuna di esse intraprese la sua strada verso Dio e la santità fu diverso, anche in relazione alle diverse personalità: la vita ascetica di monaca incardinata in un ben preciso monastero si affiancò ad esperienze di pellegrinaggio per altre; le capacità della staritza, la guida spirituale cercata da tutti, furono non meno importanti del coraggio della jurodivaja, la folle in Cristo scansata da tutti. Per tutte valsero comunque i canoni ideali di una bellezza non fisica ma spirituale, della profondità della fede, della purezza morale, della carità, virtù queste che derivavano dall’aver saputo ascoltare se stessi e coltivare attitudini personali rivestendole con i pizzi preziosi dell’etica cristiana: è proprio la vita vissuta all’ombra di quest’etica cristiana che ha fatto di loro icone viventi, prima ancora di farne simboli ed è tramite loro che hanno raggiunto la santità anche tutte le innumerevoli donne e monache sconosciute o poco conosciute che per le stesse virtù morali hanno saputo meritare il rispetto e la devozione, contribuendo in modo anonimo a creare quelle correnti invisibili di moralità su cui spesso si poggia la stessa vita di un popolo.
Le qualità spirituali si mescolano, per queste principesse Sante, alle qualità tradizionali nella vita delle donne, sovrapponendosi a queste e sfumando in dissolvenza, in modo da rendere difficile il capire l’esatto confine: il matrimonio è appunto una delle palestre in cui poter valutare comportamenti e misurare qualità cristiane. Per quelle di loro che ne hanno avuto esperienza, il matrimonio godeva di un incondizionato rispetto dell’integrità cristiana e l’amore che lo alimentava era come doveva essere: fedele, semplice, totalizzante e indivisibile. Persino la sua più dolorosa estremizzazione, la vedovanza, era vissuta nella stessa maniera, affidandosi con la dignità della fede alla giustizia della Provvidenza divina: non è infrequente leggere nelle letterature degli slavi di una speciale aura ascetica che circonda questo momento a cui aderire con amore, nonostante tutto. È quanto hanno fatto alcune delle principesse Sante: nonostante nulla vietasse un nuovo matrimonio — neppure la Chiesa —, la scelta ricadde sul velo come ideale percorso verso la perfezione cristiana: non si dimenticava lo sposo terreno, ma tramite lo sposo celeste si rinsaldava con l’altro un legame più forte, non più terreno ma spirituale. Era un’ulteriore testimonianza di fedeltà e di lealtà oltre che di fede. Era, inoltre, un esempio per tutti.
Così fece Anna, vedova nel 1197 del principe di Smolensk; e Marja, vedova nel 1299 del principe Feodor di Yaroslav e nipote del principe santo Alexander Nevskj; e Ksenja, vedova del principe Michail di Tver; e Anna Kashinskj, vedova nel 1325 del principe Dmitrij di Tver, morto nel tentativo di respingere le orde barbariche dei mongoli; e Marja, vedova del principe santo Dmitrij Donskoj. Così fecero molte altre. Comportamenti di questo tipo ebbero comunque il merito di moralizzare alcuni costumi, come ad esempio l’invalso abuso di divorzi, già allora divenuti una piaga sociale contro cui inutilmente anche la stessa Chiesa cercò di opporsi: risale all’XI secolo la ‘bolla’ del Metropolita Georgij che proscriveva come illegali per il diritto canonico del tempo i matrimoni dal terzo in poi. L’esempio offerto dalle principesse rimaste vedove, fece infatti capire a molte donne non amate e abbandonate dai loro mariti che la loro situazione poteva avere molto in comune con quanto capitato alle altre: furono in molte a ripensarsi ‘vedove’ anche se non lo erano — ma in realtà non lo erano forse ugualmente? — e invece di ‘rimettersi in pista’ come si direbbe oggi scelsero di entrare in monastero o di dedicarsi ad opere di bene cristanamente intese.
Anche se tutto va naturalmente ambientato nella realtà slava dell’epoca (quando all’interno di ogni famiglia vi era uno spazio quotidiano dedicato alla preghiera comunitaria, quando i tempi del digiuno settimanale erano rispettati, quando le opere di pietà e carità verso i bisognosi erano realmente primarie, quando la fede non costituiva una vergogna da consumarsi in fretta, quando dunque ogni fanciulla appartenente all’alta borghesia o alla nobiltà sapeva fin dall’inizio che prima o poi la sua vita poteva anche approdare in un monastero), l’esempio delle principesse Sante servì tuttavia a molte per smuovere quanto era in loro sopito e per rimuovere quanto invece fuori di loro era inutile.
La cultura slava — si sa — a volte tende a cristallizzare tutto: così questo elenco di attitudini morali, ora citato e tratto da Cronache slave del XIII secolo, si ritrova immutato nei secoli seguenti per arrivare nella vita vissuta e raccontata di una nonna, in una povera izba in un piccolo villaggio agli inizi del ‘900: ognuna, in ogni periodo, avrebbe potuto essere una di quelle principesse della storia, solo che lo avesse voluto; ognuna, oggi, potrebbe essere una di quelle principesse, solo che lo volesse.
Leggendo delle principesse Sante, gli esempi più belli sono tuttavia quelli che esaltano e sublimano quell’ideale di condivisione che fa del matrimonio cristiano l’esempio più alto dell’amore coniugale e che psicologicamente unisce per non più dividere. A fare scelte di vita alternative non furono solo vedove o donne abbandonate: alcune scelsero una vita di preghiera condividendo questa decisione insieme con il marito. La principessa Marja, moglie del grande principe Vsevolod, optò per il convento in serenità, con il consenso di lui. Tempo dopo, arriverà addirittura a fondare un monastero, quello della Dormizione a Vladimir.
Fu un bisogno di preghiera più intenso? Forse. Di una vita spirituale a tutto campo? Forse. Non certo di monachesimo: Marja prese i voti solo nel 1205, diciotto giorni prima di morire. Talvolta, per incarnare gli ideali della perfezione cristiana, può anche non servire il velo.

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