Oman: Malborghetto-Valbruna non si farà mangiare da Tarvisio

 
 
Unire i comuni di Malborghetto-Valbuna e Tarvisio? Più che una fusione sarebbe «il grande che mangia il piccolo». Parola di Alessandro Oman, sindaco di Malborghetto-Valbruna. «Associarsi è positivo — spiega —. Mettersi assieme aiuta sempre, se si sa da dove si viene e dove si vuole arrivare. Noi vogliamo rimanere autonomi. Con Tarvisio possiamo unire alcuni servizi, come già avviene, anche per razionalizzare le risorse. Ma fondere i comuni è altra cosa».
In questa intervista, Oman parla delle prospettive del proprio Comune. Dottore forestale e «uomo di centro» orientato al sociale, si è interessato fin da giovane alle vicende locali, presentandosi come consigliere comunale nel 1985, per diventare assessore tre anni dopo e quindi vicesindaco nel 1991. Nel 1999 è stato eletto per la prima volta Sindaco, alla guida della lista in cui si è da sempre svolta la sua esperienza amministrativa. Oggi è al suo terzo mandato.
Signor sindaco, anche il suo Comune è soggetto ai fenomeni che oggi interessano un po' tutti i comuni montani: perdita di servizi, spopolamento… Quali strategie di sviluppo propone?
«Il problema qui è soprattutto di perdita demografica. In quanto a servizi non va così male: abbiamo l'autostrada, la ferrovia, i servizi informatici… Il calo demografico è legato al problema montano di creare lavoro per i giovani, qui accentuato perché la nostra è una valle “di passaggio”. Ora puntiamo sul turismo, ma dopo la perdita delle attività legate al vecchio confine, ci servirebbero pure piccole attività manifatturiere. Se lo Stato avesse speso in sviluppo locale il 10% di quanto ha speso qui per la difesa militare, la situazione sarebbe diversa».
Del collaborare con i comuni contermini abbiamo già detto. E con gli Stati confinanti?
«Certo è importante; abbiamo qualche collaborazione specie con i carinziani, cui siamo storicamente più legati. Ma anche con gli sloveni potremmo fare qualcosa, siamo legati da lingua e tradizioni. In generale, però, serve il supporto regionale, altrimenti come istituzione siamo deboli».
In un'ottica europea, il Comune di Malborghetto-Valbruna è in ogni caso avvantaggiato per la presenza delle comunità friulana, slovena e tedesca. In che modi le promuovete?
«Con le risorse erogateci abbiamo attuato più iniziative, specie rispetto a tedesco e sloveno. Meno per il friulano, che da noi c'è, ma è arrivato dopo. Siamo stati a lungo legati all'ambito asburgico e a scuola abbiamo sempre cercato di insegnare anche tedesco e sloveno. Quest'anno con la Comunità Montana ci siamo impegnati a reperire i fondi per insegnare lo sloveno e abbiamo anche chiesto ai consiglieri regionali, nel caso si rivedano le leggi in materia, di agire nelle sedi opportune per garantire risorse stabili per insegnare tedesco e sloveno. Abbiamo, infine, promosso pubblicazioni, mostre e dvd a tema culturale. Spesso collabora con noi la Comunità montana».
Negli ultimi anni la stragrande maggioranza dei comuni ha installato toponomastica in più lingue. Voi e Tarvisio, potreste vantare cartelli in quattro lingue…
«Non sono contrario ai cartelli plurilingui, li vedo però più come inquinamento da tabelle, che non come difesa della cultura. Mettere tabelle in italiano, friulano, tedesco e sloveno? Siamo tutti e quattro o niente? Per ora nelle quattro lingue ci sono forme di saluto agli ingressi dei paesi. La cultura si difende a casa, a scuola, parlando ogni giorno. Altrimenti è solo apparenza e poca sostanza».
Sì, è qualcosa di visibile, però a livello istituzionale si è a lungo detto che si doveva parlare solo italiano. Magari vedere scritte pubbliche…
«Darebbe spunto. È un discorso da fare… Forse decideremo prossimamente».
Oltre alle istituzioni culturali valcanalesi, per la trasmissione del patrimonio culturale è importante la scuola. Con le prospettive di razionalizzazione delle scuole, vede un pericolo per quelle locali?
«Da noi no; il plesso di Ugovizza ha ancora i numeri. Ai genitori legati al plesso di Camporosso, a rischio di chiusura, abbiamo offerto l'opportunità di trasportare i loro figli a Ugovizza, se ce li vogliono mandare. Speriamo di avere alunni sufficienti per formare pluriclassi con poche annualità “compattate”».
Il suo è un Comune piccolo, ma l'associazionismo è radicato. È una risposta dal basso alla mancanza di servizi o è nella tradizione valcanalese?
«Per me è una cosa legata alla nostra storia. Il nostro Comune ha una squadra comunale di Protezione civile, formata dalle tre realtà del Corpo pompieri volontari di Ugovizza e di Valbruna e del Corpo volontari di Malborghetto. Per il canto abbiamo gruppi, cori… Poi abbiamo i suonatori di corno da caccia e il Gruppo bandistico Valcanale assieme a Camporosso. Modi per stare insieme, più che per sopperire alla carenza di servizi».
L'alluvione del 2003 ha rafforzato la consapevolezza che in zona non si può edificare ovunque. Come vede il prossimo sviluppo urbanistico?
«Il nostro Comune ha chiuso le lottizzazioni, che interessavano specie Valbruna, Cucco e Bagni di Lusnizza; urbanisticamente è abbastanza saturo. Ora favoriamo chi vuole impegnarsi nel turismo con realtà imprenditoriali di ristorazione o ricettive. Siamo aperti anche all'artigianato, ma non a microzone artigianali. In Valcanale ne basterebbe una sola, a Pontebba o a Tarvisio, visto che qui non ci sono grandi spazi disponibili».
Anche il turismo è condizionato da uno sviluppo urbanistico sano…
«Nessuno vuole vivere nei palazzi di cemento. Comunque qui non ci sono casermoni come a Camporosso o Tarvisio».
Il riassetto delle comunità montane porterà a diversi equilibri. Quali principi considerare nella riorganizzazione?
«Sembra che si ritornerà allo stato precedente al 2002, per cui nel nostro caso alla vecchia Comunità montana Canal del Ferro-Valcanale. Il gruppo di sindaci che si è occupato della questione ha stabilito che i servizi che si deciderà di mettere assieme dovranno essere condivisi da tutte le amministrazioni. Ci sono buone prospettive, bisogna però che la Regione creda nella montagna e nelle sue potenzialità».

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